il compleanno di mia madre

Vivere con mia madre è come stare in un salotto insieme a tutte le donne più divertenti della TV. Ha l’appetito di Roseanne Barr, la tenerezza di Cindy Walsh, l’autorevolezza di Claire Robinson, la memoria di Supervicky, l’intuito di Jessica Fletcher, la passione della dottoressa Quinn, l’irriverenza di Zia Assunta, l’energia di Lorelei Gilmore. Ha l’abilità diplomatica di Maria de Filippi, il repertorio musicale di Loretta Goggi e le doti culinarie di Wilma de Angelis. Il biondo di Caterina Caselli e le tette di Sofia Loren.Downloads1

Mia madre non ha mai letto il mio diario, non si è mai candidata a rappresentante di classe e non amava andare ai colloqui con i professori. Ma quando si presentava, lasciava il segno. Rimproverata da qualche insegnante per il mio comportamento troppo vivace -precursore di un’indole diabolica e dannata- rispose: “Lo sappiamo anche noi, la ragazza ha lingua biforcuta. E comunque io preferisco così. Non gliel’han detto, che le figlie di Maria son le prime a darla via?”

Insomma, mia madre è praticamente perfetta. L’unico suo difetto è l’insistenza.

“Mamma, il 27 aprile è il tuo compleanno, che regalo vuoi?
“Nulla, grazie, sono a posto così”
“Ti andrebbe un libro?”
“Sei gentile, ma i pipponi che leggi tu mi fanno addormentare già dalla dedica”.
“Nemmeno una manicure? Un massaggio? Una piega?”
“Un viaggio a Lourdes, semmai. Anzi una cosa ci sarebbe…”
“Son tutta orecchie”
“E’ tanti anni che te lo chiedo…Indizi: pesa circa 3kg, costa un po’ ma dura per sempre”.
“Ah, ci sono, vuoi il Folletto!”
“No, cogliona, voglio un nipotino”

trovatevi delle amiche, lasciate perdere belen

Gente, non abbiamo tutti il cuore espandibile di madre Teresa. La capacità di indignarsi, battersi per un ideale, provare solidarietà e supportare i nostri consimili di cui l’essere umano dispone è limitata. Mi chiedo quindi se sia opportuno sprecarla per votare su change.org una petizione contro lo show “Come mi vorrei” condotto da Belen Rodriguez, anziché destinarla a imprese più nobili.
Io non voglio entrare nel merito del programma, che è una brutta scopiazzatura del format britannico Plain Jane e che è già stato martoriato dai dati di share.
Ho le mie personali riserve sulle capacità di conduzione della soubrette, alla quale mancano le due doti strettamente necessarie per parlare di moda/make-up/apparenza ad alti livelli.
La credibilità, tanto per iniziare. Essere una figa imperiale -anche se infilata in un sacco per la monnezza condominiale- costituisce un bias abbastanza evidente (non dico handicap: c’è ancora qualcuno al mondo che pensa che la bellezza sia davvero penalizzante*? Se ci sei, amico/a, manifestati), visto che la morale della favola del programma è “essere attraenti costa una fatica della Madonna”. Ci aggiungerei anche che non avere alcun tipo di attitudine, conoscenza tecnica, intuizione e buon gusto non la rende esattamente la candidata ideale per parlare di auto-valorizzazione estetica.
Ma soprattutto l’ironia. Prendere una persona e ribaltarla da capo a piedi nel tentativo di trasformarla in ciò che non è mai stata (probabilmente perché non voleva, ma non scomodiamo Freud) non è esattamente un gesto rispettoso della sua individualità. Lo puoi fare solo se hai un acume superiore alla media. E Belen Rodriguez è bella, ma non è ironica né buffa né acuta né divertente. Capisco però che queste siano solo idee balzane di una che pensa che la televisione sia un mondo bellissimo e affascinante, e infatti la accende 15 minuti a settimana quando va bene.

Ma io non volevo parlare di Belen. Io volevo parlare delle concorrenti. Sappiate che nella mia famiglia si guardavano molti giochi televisivi, bypassando in via del tutto eccezionale lo storico embargo posto da mio padre sulle reti Mediaset: la Ruota della Fortuna, Passaparola, l’Eredità. Più volte ho pensato di partecipare, vincere e portarmi a casa qualche milionata di lire per pagarmi l’auto. Ma poi, alla sola idea di farmi vedere in TV, dover interagire con il conduttore, con gli altri concorrenti, magari sbagliare, inciampare e via dicendo, mi passava subito la fantasia.
Ma quello era niente in confronto a quanto patiscono queste ragazze che -nel pieno possesso delle loro facoltà mentali- si sottopongono volontariamente ad un calvario in cui una topa stellare le striglia su quanto siano sciatte, trascurate** (leggi: incapaci di procacciarsi un partner) per poi conciarle a festa e renderle irriconoscibili anche ai parenti più intimi. Tutto questo, badate bene, non sul lettino dell’analista o sotto l’ala protettrice di una personal shopper. No. In televisione. Tutto questo, non per 5.000€ in gettoni d’oro. No. Gratis, o forse al massimo per un buono acquisto da spendere in mutande Sloggi.

Io mi chiedo, se davvero desiderate migliorare il vostro aspetto, potete attingere a tante risorse -gratuite e non- molto meno umilianti. Le riviste, le vetrine, i lookbook, le sfilate, gli acconciatori, le estetiste, le make-up artists, i tutorial, le personal shopper e le personal stylist. I blog: ce ne sono di/per ragazze magre e tonde, bionde e brune, caucasiche e afroamericane, ricche e poracce.
Ma poi, Cristo, non ce le avete delle amiche? Io con le mie amiche vado per saldi, faccio i corsi di make-up, vado in piscina per rassodare il culo. Se vedo un vestito che sta bene a una, la obbligo con la forza a provarlo e comprarlo. Se un’altra si trucca come un viados, al compleanno le regalo un gloss sobrio. Se trovo una professionista che sa fare la pedicure come dio comanda, ci porto tutte le mie conoscenze. Parimenti, se sto per comprare il centordicesimo scamiciato da educanda, la mia amica saggia mi trascina nella corsia degli abiti scollati. Se ho i capelli color topo, mi suggerisce di fare il colore.

Questo non perché io frequenti autorevoli guru di stile, ma per puro e semplice buon senso. Io non ci vedo un atto aggressivo, o un’incitazione al body shaming: è solo una delle varie forme in cui si manifesta l’amicizia.

Ci sono anche persone alle quali io non mi permetto di dare consigli estetici e sono quelle che son felici come sono. A me sembra incredibile vivere “andandosi tutto sommato bene” ma vi assicuro che SI PUO’ FARE.
Credeteci o no, per il mondo si aggirano davvero creature vestite alla spera-in-dio, senza trucco e con la ricrescita che hanno comunque un bel lavoro, una sana rete di amici e conoscenti, dormono la notte e -fatto non raro- scopano pure più della media nazionale. Vivere come loro non deve essere male, se solo sapessi come si fa.

ex cessi che hanno fatto storia

ex cessi che hanno fatto storia

*no, non mi convincerete del contrario, non provateci.

**va molto di moda dire che è tutta colpa di vostra madre, che vi ha ammazzato l’estro creativo e vi ha fatto fare tutte le scuole medie con la tuta di acrilico. Io ho avuto la madre più vivielasciavivere del mondo eppure a 17 anni portavo i capelli rasati, un piercing nel labbro e i pantaloni col cavallo basso. Comunque facciano, sbagliano, povere donne.

PS Tra le rare finestre temporali in cui possiamo manifestare la nostra limitatissima solidarietà c’è la dichiarazione dei redditi. Se non mi amate abbastanza per devolvere il vostro 5 per 1000 alla causa “Una rendita per Gynepraio”, potreste lasciarlo a Renken Onlus (codice da riportare 97681220014)

Sogno e bisogno

Un po’ di anni fa stavo cercando furiosamente un altro lavoro e mandavo una quantità spropositata di curricula via email. E’ allora che ho iniziato a includere una firma a piè di pagina delle mie email, con nome, cognome, indirizzo, telefono, email. Questo perché avevo letto, non ricordo più in quale manualetto -qualcosa tipo Job application for desperate dummies-, che è un dettaglio appezzato dai responsabili Risorse Umane in quanto denota disponibilità a 360°. La inserisco di default, senza pensare che è uno statement forte, specie se non si tratta di email professionali. Ad esempio, la prima volta che ho risposto via email al povero Pinocchio non c’è più, l’ha vista e ha subito pensato che volessi invitarlo a casa mia, ucciderlo e rivendere i suoi organi. Ho dovuto rassicurarlo molto.

Ma il vero statement non è la firma: è la citazione che segue. Solitamente una frase breve, che mi ha particolarmente illuminato e nella quale mi riconosco.

Negli ultimi giorni -approfittando dell’arrivo del mio nuovo e scintillante MacBookAir- ho pulito e riordinato la mia casella di posta, concludendone che, molto più del mio taglio di capelli, questa frase ha tracciato l’evoluzione dei miei stati d’animo dal 2011 a oggi.

  • in a sky full of people, only some want to fly (Seal). Il mio sogno è meglio del tuo.
  • non parlerei così tanto di me stesso, se conoscessi qualcun altro così bene (H.D Thoreau). So ciò di cui ho bisogno.
  • il manichino della sarta si crede la Venere di Milo, solo perché è senza braccia (Jules Renard). Ognuno -tranne me- ha bisogno di un sogno.
  • gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio la torre di Pisa (Gianni Rodari). Pensavo fosse un sogno, e invece era un bisogno.
  • l’unico modo per fare è fare sul serio (Nobraino). Ho tutto quello di cui ho bisogno. Ditemi che non è solo un sogno.
grazie a tutti, eh

grazie a tutti, eh

Rivoglio i gaia junior mondadori

Ovviamente la mia professione di invidia per i bambini del 2014 ha destato due macro reazioni. La frangia freudiano-riformista vi ha individuato un desiderio di maternità travestito da infantilismo, quindi ha visto nel mio sogno di svaligiare Petit Bateau un barlume di istinto procreativo. La frangia revisionista, capitanata da mia madre, ci ha tenuto a far presente tramite i principali social network che non è vero niente: andava tutto benissimo, la mia infanzia è stata bellissima e quindi la piantassi con queste rivendicazioni -a darle manforte, un’amica rimasta vittima del loop dell’autosvezzamento-.

revisionismo storico biografico materno

revisionismo storico biografico materno

Degno alleato di mia madre, un lettore che mi invita a non idealizzare il presente in quanto tutte le cosine che io desidero nei primi anni ’80 c’erano già (involontaria zappa sui piedi a mia madre: allora i libri pop-up non me li compravi apposta, eh?).

Rimane il fatto che, a me, di libri ne compravano a bizzeffe. In particolare, verso la fine delle elementari -nel 91/92- Mondadori proponeva la collana di libri più bella che si sia mai vista: I Gaia Junior. Erano dei romanzi -ma c’erano anche raccolte di racconti- le cui protagoniste erano ragazze e ragazzine. Spesso erano scritte da romanzieri famosi: ad esempio, Bianca Pitzorno* -inventrice dell’Anti Re Mida ne “L’incredibile storia di Lavinia”- e Astrid Lindgren -autrice di Pippi Calzelunghe, mia eroina del cuore subito dopo Jo March-.

Ma soprattutto, il merito di questa collana era tradurre romanzi ambientati in epoche e paesi diversi dall’Italia che stavo vivendo io. Il che, mi darà atto la frangia revisionista (mamma, mi stai leggendo?) non è cosa da poco nei primi anni ’90: in cui, concorderete tutti con me, non c’era Internet, non si guardavano 75 serie televisive in streaming e l’unica faccia dell’America veramente nota alle mie coetanee era quella di Brandon Walsh.**

Alcuni dei luoghi che voglio visitare li ho sentiti evocare lì: l’America rurale degli Appalachi (“Vivere a Sweet Creek”), l’entroterra australiano (“La scelta di Lola”). Ho imparato cos’era un loft (“Capelli Viola”), poi ci sono andata a vivere. Ho pregustato i piatti indiani ( “Sale sulla neve”), ora li preparo. Ho sentito parlare di disturbi alimentari (“Dinky Hocker è sola”), ne ho sofferto. Ho percepito l’odio per la provincia (“Solo donne in famiglia”) e ancora oggi lo sento. Ho letto di epoche spesso poco trattate a scuola, come il Medioevo (“La donna della foresta”) e l’Inquisizione (“Le sorelle della libertà”). Si parlava di cose che non conoscevo, come l’adozione, le famiglie atipiche, la separazione, le madri fredde, i padri fedifraghi, artistoidi e neohippy, gli zii molestatori. L’amicizia ad alti livelli (“Speciale Violante”), la solitudine assoluta (“Principessa Laurentina”). Ma quella che mi ha ispirato di più è stata Harriet, protagonista di “Professione? Spia”. E’ da lei che ho imparato a origliare e stalkare osservare le bizzarrie dei vicini di casa e tenere sempre in borsa un taccuino. 

Quando parlo con ragazze sconosciute (oltre a scoprire in cosa si manifesta la loro sindrome premestruale), io chiedo sempre che cosa leggevano dai piccole. E se tirano fuori i Gaia Junior, allora possiamo essere amiche.

*intervista bellissima qui

** sì, mamma, lo so che, a differenza degli altri bambini ed in netto anticipo sui tempi, sono stata a New York a 12 anni.

maleducato, insensibile, insicuro

Si pensa alla buona creanza come un corredo di gesti, parole, prassi che si imparano da piccoli per pura reiterazione, come parlare o camminare. A forza di ricordare ad un bambino di dire perfavoregrazie, alla lunga lo interiorizzerà e lo farà in automatico, come una coreografia o la serie primaria dell’Ashtanga Yoga. Di conseguenza, la maleducazione denoterebbe una carenza da parte di chi è deputato ad instillare nei figli questo meccanismo. Insomma, se un bambino è cafone, la colpa è sostanzialmente dei genitori, barbari a loro volta oppure pessimi pedagoghi.

La buona educazione è un patrimonio più individuale che secondo me si sviluppa con la crescita e che non si limita alla “ritualità” ma che si fonda su cortesia, discrezione, referenza. Prevenirne i bisogni del prossimo, prendersene cura e farlo sentire a proprio agio. Dire e fare la cosa giusta al momento giusto, che è poi il bon-ton. Queste finezze implicano una capacità di “modulare” il comportamento che si apprende fuori dalle mura di casa e che si costruisce attraverso l’esperienza e l’osservazione.

Ho spesso pensato che la scelta volontaria da parte di un adulto di essere maleducato denota assenza di empatia. Il maleducato non riesce ad immedesimarsi nel prossimo, non immagina di provare su di sé gli effetti dell’arroganza. Non capisce come ci si sente minacciati, invasi, spiazzati dall’aggressività verbale. Siccome ho la sensibilità di un canarino ferito, tendo a patire molto certi gesti di maleducazione. Li prendo proprio sul personale e ci sto male, ad esempio non rispondere alle chiamate e alle email in cui mi permetto di manifestare urgenza, darmi ordini con tono imperioso nonostante non abbia scritto “sguattera” in fronte, farmi aspettare al freddo, non mostrare riconoscenza dinanzi a gesti in cui ho messo il cuore, criticare gratuitamente il modo in cui sono vestita o pettinata. In questi casi mi ammutolisco, vorrei solo frignare e accartocciarmi in posizione fetale sotto il tavolo dicendo “Mio Dio perché mi hai abbandonato”. Secondo questa mia teoria, il maleducato è primariamente un crudele insensibile.

Venerdì ho visto The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, storia della parabola discendente di un albergo di lusso, e di come Monsieur Gustave, il suo affascinante, rispettato e solerte concierge riesca ad uscire da un complicato intrigo famigliare con l’aiuto del suo fido garzoncello Zero Moustafa, un orfano mediorientale sfuggito alla guerra. Gustave è vanesio e superficiale, ma ha un’autentica vocazione al servizio: si prende cura degli ospiti dell’hotel al punto che si scopa tutte le anziane signore che lo frequentano per assicurarsi che tornino l’anno dopo. Nell’insegnare a Zero le malizie del mestiere, gli spiega che ci si rivolge in modo arrogante agli altri se si ha timore di non ottenere ciò che si desidera. Il maleducato ricorre all’aggressività spinto dal timore di non farcela. Insomma, il maleducato non è solo un insensibile, come pensavo io. Il maleducato è un povero insicuro.

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Per quei quattro a cui interessa la mia opinione, due parole sul The Grand Budapest Hotel. Io non so se vorrei vivere in un film di Wes Anderson. Ci ritrovo sempre le mie grandi angosce. La longa manus della famiglia, mai nido e sempre vivaio di insicurezze, solitudine, divisione. Padri ingombranti, che instillano insicurezza e senso di inadeguatezza. Madri forti, autoritarie ma sostanzialmente incapaci di offrire rassicurazione. Fratelli, sempre rivali, mai alleati e comunque distanti. Il talento e il genio sprecati, l’inconcludenza, la noia, la pigrizia, l’apatia, il viaggio, mai vissuto come piacere, ma sempre come fuga o rimedio al male di vivere.

In The Grand Budapest Hotel, con mio grande sollievo, padri, madri e fratelli praticamente non ci sono. C’è però orfano che trova un mentore disposto a morire per difenderlo e una fidanzata angelicata che fa la pasticciera. C’è una confraternita internazionale di concierge detta “Società delle chiavi incrociate”, in grado di smuovere il mondo per soccorrere un membro in difficoltà. Come dire, ci si può lasciare alle spalle una famiglia disfunzionale, se si hanno un buon maestro, un grande amore e dei veri amici.

io voglio fare il bambino

Mercoledì sono uscita con la triade della genitorialità, la sacra corona unita del ventre rigonfio, la mommy mafia: una mamma consolidata, una neomamma, una gestante avanzata. A completare la climax discendente, ovviamente io, senza bambini né velleità procreative.

La mia posizione sulla maternità è un po’ la stessa che assumo dinanzi al cinema neorealista, alle canzoni di Bugo, alle performance di Marina Abramovic, alla lista Tsipras. Intuisco che c’è un fondo positivo, ma non è alla mia portata. Sento storie paurose che mi portano a sospendere il giudizio sul mestiere di genitore.

Ma non su quello del figlio. Signori, essere bambini nel 2014 è una figata.

Tanto per cominciare, a che età siete andati in gita voi? Io, forse, sono stata portata al Museo della Montagna in prima elementare. È giusto che sappiate che adesso prendono i bambini del nido, cioè sotto i 12 mesi, li mettono su un minivan, li imbragano come la paracadutista di Nuvenia Pocket e li portano a fare quelle cose tipo psicoelettrofisiosteomotricità.

Immaginatevi poi che vostra madre, invece di ammorbarvi con una vellutata di carote fluorescente e senza sale, pratichi l’autosvezzamento e vi dia la possibilità di sbocconcellare liberamente la pasta, la carne, le verdure, le patatine fritte, la caponata, le cozze gratinate che ci sono nel suo piatto. Cioè che vi faccia assaggiare liberamente i gusti e le consistenze di tutti gli alimenti, solo puntando sul fatto che siete curiosi e pronti ad imitare gli adulti. Ma soprattutto, che ve lo faccia fare con le mani. Ripeto: mangiare qualsiasi cosa. Se e solo se ti ispira. Con le mani.

Pare che abbiano inventato dei luoghi ameni chiamati ludoteche. Non una scuola materna come quella in cui andavo io, dove c’erano dei giochi dell’era craxiana e si faceva il sonnellino su brandine da militari. No! La ludoteca è un luogo dove si sta poche ore al giorno, infarcito di giochi educativi di tutti i tipi. Ma soprattutto dove non si portano le scarpe ma ogni bambino iscritto lascia le sue personali pantofoline (o calzini antiscivolo, ognuno ha i suoi gusti). Io mi sto sforzando di pensare ad un luogo più bello di quello in cui ci sono tanti giochi e al cui ingresso ci sono le mie babbucce, e no, non ci riesco proprio. Un luogo in cui i compagni e le compagne hanno nomi magnifici ed evocativi come Zeno, Nina, Orlando, Anita,  Gioele, Margherita, Enea, Bianca, Viola, Azzurra. Mica come la mia classe, dove il massimo dell’originalità era una che si chiamava Sue Ellen come quella di Dallas.

I bambini nel 2014, quando nascono, trovano ad aspettarli delle case bellissime. Ci sono culle piene di pizzi e trine, tendoni del circo colorato sotto il quale possono giocare, muri decorati con stickers di conigli (ma anche maiali, scimmie, ranocchi, bradipi, koala, pony, pulcini, varani, farfalle, pavoni) libri pop-up, kit per fare le collane, piccole stoviglie per cucinare vere torte, altro che i frisbee incommestibili cotti sotto la lampadina del dolce forno Harbert. Hanno audiolibri per conciliare il sonno, dove si raccontano fiabe rilassanti con protagonisti rassicuranti, non come il gatto Gobbolino, ascoltando la quale si son cagati addosso tutti i bambini nati nei primi anni ‘80.

chissà perchè la mia generazione ha paura anche della sua ombra

chissà perchè la mia generazione ha paura anche della sua ombra

Ricapitolando, se sei bambino ti alzi al mattino e vai in ludoteca dove all’ingresso trovi le tue personali babbucce. Giochi a volontà, poi pranzi prelevando con le mani pezzetti di cibo a tuo piacimento dal piatto di mamma. Nel pomeriggio ti mettono sul minibus e vai a far ginnastica. La sera torni a casa, ceni sempre col solito metodo allungamani, quindi ascolti una audiofiaba rilassante e ti addormenti in un tripudio di bestiole che ti osservano dalle pareti.

Io non voglio fare il genitore. Io voglio fare il bambino.

PS Ero così eccitata all’idea di fare la bambina che per placarmi ho dovuto fare una board di Pinterest.

I matrimoni

Due volte mi è stato chiesto di scrivere contenuti on demand. La prima volta, la mia amica F.B. mi suggerì di raccontare di quando finii a ballare sotto la doccia avvinghiata con dei danesi seminudi, nel bel mezzo dello schiuma party più infoiato della Costa Brava. La seconda volta, la mia amica F.P. mi ha domandato di scrivere di matrimoni. E anche se la storia dei Vichinghi è più succosa, ho pensato che fosse meglio parlare di sposalizi.

LE RADICI SONO IMPORTANTI. In casa mia il culto della cerimonia, come qualsiasi altro culto, non c’è. Infatti i miei genitori si sono sposati in comune, con 20 invitati; un testimone fu trattenuto in caserma quindi reclutarono un volontario a caso tra i parenti. Mia madre portava un pellicciotto (da me ereditato e ampiamente sfruttato), mio padre un completo di velluto a coste marrone, che sembrava dovesse andare in CGIL per aprire una vertenza. Ovviamente pioveva, anche perché era novembre. In famiglia, siamo quattro gatti e non si sposa praticamente nessuno (e comunque si tratta sempre di decisioni molto meditate: per dire, il mio prozio buonanima si è sposato nel 2009 a 75 anni). Con questa eredità famigliare, un’allergia ai matrimoni sarebbe pienamente giustificata. E invece, cara F.P., io LI AMO. Sono stata a matrimoni sobriamente chic, altri dignitosamente semplici, altri costosamente tamarri, ricavandone una sola e grande conclusione: i matrimoni sono una figata.

NON PIGLIARE NULLA SUL SERIO – ECCETTO IL MENU. Partiamo dagli aspetti puramente materiali: la possibilità di mangiare e bere a dismisura. Amica, ormai lamentarsi del menù è out! Sono finiti i tempi che “ai matrimoni non si mangia bene”: l’aperitivo ormai è preponderante rispetto al pasto. Il catering è diventato una scienza esatta: avranno imparato a conservare e scaldare meglio le pietanze? Avranno migliorato la scelta degli ingredienti? Oppure si sono fatti furbi e hanno capito che il crudo Serrano al coltello e la forma di Parmigiano Reggiano da scavare fanno più figo e impegnano meno delle tartine stantie? Tutto questo per dirti di non disperare: mangerai e berrai bene. Se saprai rimuovere le foglioline di pongo zuccherato à la Buddy-Valastro, probabilmente anche la torta ti darà delle soddisfazioni. Ti auguro anche che ci sia il buffet dei bonbon: all’ultimo matrimonio cui ho presenziato c’era una stanza piena di confetti millegusti in delicati colori pastello. Ho mostrato predilezione per quelli alla mela verde e li ho praticamente finiti.

FACCIO DELLE FOTO A ME STESSA: VUOI VEDERLE? Poi, potrai comprarti un abito e degli accessori ad hoc. E se sarai lungimirante potrai serenamente riciclarli in altre occasioni, come presentazione di lavoro, battesimi, comunioni e soprattutto altri matrimoni. Basta accertarsi che non sia presente la coppia al cui matrimonio hai già indossato l’abito. Può darsi che per allora si siano già lasciati, sai che la sorte è beffarda e pure un po’ zoccola. Io, ad esempio, con tre abiti da cerimonia Max Mara vado dignitosamente avanti da 5 anni. Ma non divaghiamo dalla questione più importante: in occasione di un matrimonio si può andare dal parrucchiere e farsi fare gli styling disneyani. tumblr_mfx9nwt3TX1ril46zo1_1280

Nella mia lingua, questo significa #selfie #decinediselfie #centinaiadiselfie!!! E se proprio non sai cosa metterti -anche se sei bella come il sole e tutto ti dona, cara F.P.- ti consiglio questi 3 articoli (1, 2, 3) scritti da una persona sicuramente più preparata di me e probabilmente anche disponibile a darti un parere via email se vuoi sottoporle la tua idea.

TRENINI BELLISSIMI, CHE NON VANNO DA NESSUNA PARTE. Vuoi mettere il divertimento? Se, come solitamente accade, saranno invitati dei tuoi amici e amiche, siederete allo stesso tavolo. Riderete molto. Commenterete gli outfit delle invitate dell’altro tavolo. Tutti i comportamenti riprovevoli, tipo intonare “Perché è un bravo ragazzo” battendo le mani sul tavolo, deflagrare a terra 3 calici in cristallo di Boemia con un solo movimento del gomito (questa è mia), ingaggiare foodfight con le olive all’ascolana del buffet, durante un matrimonio sono genericamente etichettati come “ragazzate”. Potrete ubriacarvi, ridere sguaiatamente al suono di meu amigo Charlie Brown, dale a tu cuerpo allegria Macarena, a far l’amore comincia tu, muove la colita Mamita Rica. Fare trenini bellissimi perchè non vanno da nessuna parte e far rimbalzare in aria la zia nana dello sposo.

DIAMO SEMPRE IL MEGLIO DI NOI AGLI SCONOSCIUTI. Se poi non ti bastano gli amici, ci sono anche gli sconosciuti. Che magnifica serendipità si crea ai matrimoni! C’è chi trova lavoro, chi si fidanza, chi limona tantissimo. Io, ad esempio, all’ultimo matrimonio cui sono stata avevo le dita annerite perché avevo fatto la marmellata con voi-sapete-chi. Raccontando a due invitate (che ovviamente non conoscevo) la storia della marmellata, e tutto quello che ci stava dietro, ho deciso come volevo fosse la mia vita. Se non fossi andata a quel matrimonio, a quest’ora le cose sarebbero diverse. E sicuramente conoscerei due belle persone in meno (ciao ragazze, grazie, scusate ancora se vi ho ammorbato).

LE COSE CHE NON MI VA DI FARE. Non ti ho convinta, F.P.? Dici che al matrimonio cui andrai tu non ci si diverte? Che non ci sono i tuoi amici? Che ti sei trovata invischiata ma che non te ne importa nulla? Che non ti va di spendere soldi per comprare un vestito nuovo per una coppia che non sopporti? Allora non andarci, amica. Credimi, né io né te siamo Jep Gambardella: la tua assenza non farà fallire la festa. Anche se non abbiamo 65 anni, non possiamo più perdere tempo a fare cose che non ci va di fare. Basterà comprare un regalo.

Ecco cosa stavo scordando. Il regalo. E’ un falso problema. devi semplicemente scegliere dalla lista nozze. Siccome mi fa tristezza regalare la Vaporella alla gente che si sposa, io destino il mio budget al viaggio di nozze. La coscienza è felice: il mio denaro non finanzierà una fobia igienista bensì una parentesi rosa durante la quale gli sposi copuleranno come ricci e sorseggeranno drink con l’ombrellino dinanzi ad un tramonto tropicale. Pensa, una coppia di miei amici ha preso così alla lettera questo input che son tornati già incinti dalle Hawaii (ciao ragazzi, siete meravigliosi). Se nella lista non c’è nulla che ti aggrada, puoi sempre infilare il tuo denaro in una busta: gli sposi se ne faranno una ragione. Oppure scegliere un oggetto di valore, ma occhio! Il concetto di valore è molto opinabile: ho visto regalare una Madonna con Bambino dipinta ad olio da uno zio che insegna pittura all’Università della Terza Età. Fossi in te, mi butterei su un completo da letto in lino di Frette. Ma nel dubbio, puoi sempre regalare agli sposi questo film, cui sono ispirati i titoli dei paragrafi, e molti miei recenti pensieri.

e compratevelo, su

e compratevelo, su

Carina, eh, ma con quei capelli

Non ho mai pensato di avere un animo nobile, e infatti ho riso spesso di qualche altrui disavventura, non sapendo che, in tempi neppure così lontani, mi sarebbe capitato di viverne una simile. Tamponamenti automobilistici (ma cosa piangi in mezzo alla strada, sposta quella macchina dall’incrocio, sciocca), gli scivoloni e capitomboli (buahahahaha, svampa, se non sai camminare coi tacchi metti le Birkenstock) e con l’alcol (stomachino da cincillà, 5 shot e già sente le voci come Giovanna d’Arco). Salvo poi, nel giro di poco tempo, distruggere l’auto, farmi una intera rampa di scale col culo e finire vomitando per strada con perfetti sconosciuti a reggermi la fronte.

Al mio buggeramento non sfuggono anche i protagonisti di film (Llewyn, cosa ti fai maltrattare da Jean che si vede lontano un miglio che è una zoccola), libri (Hans, dimmi per favore cosa ci vedi in Maria, è una cattolica integralista, a te ne serve una più bohémien) e soprattutto spot televisivi.

Dopo una vita passata a deridere quelle con le perdite urinarie in ascensore, la camicia che si strappa dopo il candeggio, la dentiera che si stacca alla festa di Capodanno, la macchia di mestruo sulle braghe bianche, avrei dovuto aspettarmi la vendetta della sorte. Nell’anno 2005 il marchio Sunsilk (Unilever) iniziava la sua distribuzione in Italia con uno spot in cui una neoassunta girava per l’azienda mentre i colleghi mormoravano alle sue spalle per la bruttezza dei suoi capelli. La neoassunta non era male, infatti un uomo diceva qualcosa come “Carina, eh, ma peccato per quei capelli”. Alla fine la ragazza comprava shampoo e balsamo Sunsilk Liscio perfetto, le veniva una zazzera di seta e si presentava in ufficio in mezzo a mille “OOOOH OOOOOH” dei colleghi che finalmente l’accettavano.

Io risi molto. Mi sembrava una di quelle che mio padre definisce americanate, termine nel quale rientrano genericamente tutte le esagerazioni, le superficialità, l’inutile spacciato come fondamentale (il marketing, insomma, che è poi il mio lavoro).

Ma torniamo al 2005, anno in cui iniziò la mia carriera. Siccome sono molto fortunata, dopo numerose e severe selezioni, mi aggiudico uno stage presso una prestigiosa multinazionale della cosmesi. Mi presento il primo giorno di lavoro, piena di aspettative. Mi fanno fare il giro dell’azienda, mi appioppano un book di millemila pagine da studiare dove apprendo di un mondo che nemmeno immaginavo esistesse: quello dei prodotti per hairstylist professionisti, dove si dicono parole come optimiseur, soin, suivi beauté, lissage, fissage (non confondere con finissage). Eredito alcuni DVD in cui rinomati hairstylist, che sono più che altro delle hairstar, spiegano come cotonare i capelli.

Io non avevo ancora 23 anni e pensavo, sbagliando, che bastasse avere i capelli puliti, tagliare le doppie punte ogni 2 mesi e tenere sotto controllo la ricrescita. Doveva ancora arrivare quella democratizzazione della bellezza che c’è stata negli ultimi anni: lo shatoush e il balayage alla portata di tutti, i tutorial, le beachy waves e i top buns, i coupon Aldo Coppola sconto 90%, i forum dove si discute di cosmetici naturali, i prodotti professionali venduti aumm’aumm’ su Ebay erano praticamente fantascienza.

Sommo fu il mio sbigottimento quando una delle mie cape mi prese da parte e mi disse: “Ragazzina, con cosa ti lavi i capelli?”. Stavo per rispondere “Con Pantene Pro-V, seguito dal balsamo alla provitamina B”, ma mi ricordai appena in tempo che era della multinazionale sbagliata e ripiegai su un vago: “Mah, dipende, cerco di non usare sempre lo stesso prodotto”. Afferrò una ciocca: “Beh, qualunque cosa sia, non va bene:  SONO OPACHI”. Infine, aprì un armadio sotto chiave e tirò fuori una bottiglia di shampoo: “Prova con questo”.

Nella Mecca dei couffeurs, uno scalpo opaco è più grave dell’alitosi. Assaporai il gusto atroce dell’umiliazione tricologica. La mia tracotanza capillare fu adeguatamente punita, la mia inadeguatezza cheratinica fu esposta al pubblico ludibrio. Una maledizione si era abbattuta inesorabile sulla mia testa (nel senso più letterale del termine): era nato il mio imperituro complesso del capello demmerda, compagno inseparabile di mille sedute dal parrucchiere e silenzioso destinatario di irripetibili improperi.

Sei mesi dopo questo episodio, sono però sfuggita ad una maledizione ancora peggiore. I miei capelli dovevano essere davvero pessimi perché alla fine dello stage mi è stato comunicato che non sarei stata assunta. La tentazione fu quella di strapparmeli dalla disperazione (maledette doppie punte, visto cos’avete combinato?) ma in qualche modo resistetti. E fu un bene, perché se mi avessero assunta, mi sarebbero caduti nel giro di 2 mesi. Quel tipo di perdita, però, per il quale non c’è fiala di Aminexil® che tenga.

Altre due vittime della maledizione del capello demmerda

Altre due vittime della maledizione del capello demmerda

 

Ai miei nemici auguro la sindrome premestruale

Sono ormai 20 anni che assisto mensilmente agli sconvolgimenti di cui il mio corpo è protagonista. Crescendo, ho letto materiale informativo in merito e ho condotto sondaggi informali tra persone a me vicine e non (tra perfette sconosciute, quale migliore domanda per rompere il ghiaccio di “Ma a te in premestruo cosa fa male?”). Ma soprattutto ho imparato ad auto-osservarmi, abitudine che nella mia famiglia d’origine non mi è stata inculcata: ricordo a voi tutti che mio padre è convinto di saper aggiustare le ossa, e che in casa dei miei si cura tutto -dall’herpes zoster alla febbre tifoide- con il VivinC.  I risultati di questa osservazione sono tutti qui, e li potete leggere con il sottofondo della playlist Spotify predisposta ad hoc che trovate sotto.

sbalzi d’umore AKA bipolarismo. Si può essere allegre e subito dopo tristi, lacrimare come agnelli e poi ridere come iene. Ma non è detto: ci sono mesi in cui il corpo  sceglie un mood, che può restare costante per svariati giorni. Tale mood, badate bene, non sconvolge l’indole della donna ma ne esacerba caratteristiche che essa già possiede in forma lieve, latente o comunque socialmente accettabile. Ad esempio,  l’irascibile si metamorfosa in una Erinni assetata di sangue con la sindrome di Tourette e il vaffanculo sempre in tasca. L’indolente diventa un bradipo catatonico che parla come Barbalbero e si muove come Mordiroccia. L’emotiva si commuove indifferentemente per la guerra in Darfour, i gattini di Instagram e i divorzi dei vip. La gelosa diventa visionaria e inizia a guardare con sospetto anche la portinaia coi gambaletti e le ciabatte (ma potrebbe anche trattarsi di una fashion blogger). A volte interviene la paura del futuro, che combinata ad un certo talento per la sceneggiatura produce sproloqui tipo “amore, visto? Ci hanno rimbalzato la proposta immobiliare, lo sapevo, non troveremo mai una casa per noi, di fisso ci hanno fatto l’affascino, mi ritroverò a 40 anni vecchia a decrepita, sterile come le steppe della Mongolia, da sola ancora in questa casa ad ascoltare Edith Piaf e bere whiskey dalla bottiglia, mentre tu te la spassi con minorenni ucraine conosciute su Badoo”. E via discorrendo. Se siete contemporaneamente irascibili, indolenti, emotive, gelose, pessimiste, allora fate un bel mash-up e saprete cos’è essere me.IMG_2907

appetito. Se siete buone forchette, conoscete perfettamente quella fame atavica che neanche Mowgli nella giungla. Ma fortunate, ripeto fortunate, quelle donne che riescono a dirigere il loro desiderio verso lidi rassicuranti: la Nutella, le pistacchi, i cari vecchi carboidrati. Il dramma VERO è di quelle che, come me, non sanno cosa mangiare e che hanno voglia di yogurt greco, poi di mostarda, quindi di Estathe e concludono la cena mangiando col cucchiaino un ragù di cinghiale da 12 euro al vasetto comprato da Eataly per le grandi occasioni. E un pacchetto di M&Ms per gradire.

mutazioni fisiche. E’ il mio corpo che cambia nella forma e nel colore, ogni mese in modo diverso. A volte prendo 2kg senz’alcun motivo apparente. Sento che mi sta venendo il faccione, alchè mi sovviene il film di Nadia Rinaldi, mi convinco di essere macrocefala e a quel punto non apro la porta manco al postino. Mi automassaggio le cosce e mi sembra di sentire bicchieri d’acqua che si spostano al tocco delle dita. In posizioni altamente strategiche e senza alcuna logica temporale, spuntano i brufoli. Giuro che una volta sono entrata in riunione alle 3 liscia come il culo di un neonato e sono uscita alle 5 e mezza che avevo il Krakatoa sul mento. A volte, fortunatamente più sporadiche, mi viene una specie di forfora sulle tempie, fenomeno lampo ma non meno imbarazzante.  Immancabile, poi, un seno ingombrante che mi precede orgoglioso ovunque vada.

In questi giorni difficili, oltre a quella emotiva e cerebrale, sono compromesse anche altre funzioni corporee come il sonno e il transito intestinale (ciao bagno ciao). Ne viene minata anche l’attività sessual-riproduttiva, perché si vuole solo morire con un falafel in mano guardando Love Story, figuriamoci farsi toccare dall’uomo, barbaro invasore, miscredente profanatore di quel santuario che è il corpo femminile. Solitamente, voi-sapete-chi sceglie quei giorni per avvicinarmisi con l’espressione di un satiro infoiato e dirmi “Mmmmh, ma di chi sono mai queste belle tettine?”. Ed è solo allora, che mi sento veramente vicina a Lorena Bobbitt.

Attention whores, le onnipresenti

Io lo so che attention whore vi richiama le puttane, ma in realtà esse sono solo persone, spesso donne, che desiderano o addirittura pretendono continuamente attenzione, organizzando la propria vita in modo da non rimanerne mai senza.

Di questa categoria fanno parte quelle convinte che tutti parlino male o bene di loro, che alle loro spalle si consumino discorsi infiniti, che un loro battito di ciglia ribalti le sorti del mondo. Spesso, che stuoli di uomini soffrano per loro e le desiderino continuamente, al punto di molestarle, importunarle, rendere la loro vita un inferno. Queste persone sostengono di essere sono talvolta vittime di forme di stalking, sottile o esplicito, da parte di individui conosciuti e non.

Ma io mica voglio parlare delle vittime di stalking o di violenze. Partiamo dal presupposto che sono una secchiona, ho preso 29/30 in sociologia del consumi, ho sempre fatto i compiti e quindi so che il bisogno di attenzione e amore, nella piramide di Maslow, è giusto un pelo meno importante del cibo e del tetto. Il nostro livello di benessere è in qualche modo proporzionale al livello di attenzione che riusciamo a suscitare attorno a noi ed io non riesco nemmeno a concepire una vita a nessuno importa di me.

Tuttavia, guardo alle attention whore con una certa pena. Molta pena. Anzi, una pena infinita. In assenza di attenzione vera e spontanea (che di solito nasce da una rete di rapporti e affetti sani e bidirezionali, tipo amici, famiglia, colleghi), queste persone procurano di includere tra i propri contatti una pletora di soggetti sostanzialmente poco interessanti, senza spina dorsale ma assai pronti all’esecuzione. Soggetti che suppliscono alla loro assenza di mordente con una perseveranza biblica e una riverenza stilnovistica. Insomma, sono dei servi della gleba, pronti ad accorrere al minimo miagolio dell’attention whore. Quest’ultima, lungi dall’informarli con chiarezza che nei loro confronti non ha alcun sentimento (i.e. li considera dei morti di figa o poco più), tende a usufruire del supporto fisico-emotivo che questi soggetti sanno fornire. Con una faccia tosta rimarchevole, l’attention whore tende poi a lagnarsi anche del suo staff, definito di volta in volta “asfissiante”, “fastidioso”, “invadente”.

Ma fin qui poco male. Cercando di essere sportiva, ci vedo anche una vision, una abilità strategica che a me manca del tutto e che in qualche occasione mi avrebbe fatto comodo. In ogni caso, Elio ha costruito una carriera musicale su questa categoria e le attention whore ci saranno finché esisteranno i cavalieri serventi.

Finché esisteranno, appunto. La forma peggiore e più degenerata dell’attention whoring, infatti, ha una attività fantasmagorico-onirica degna di immediato TSO: non ho nessuno che provvede ai miei bisogni? E che problema c’è, io me lo INVENTO. Quale modo migliore che lasciare il mio numero di telefono o contatto a qualche disperato conosciuto al bancone del bar? Oppure dare confidenza -sempre con atteggiamento virginale, s’intende- al bavoso commesso della Crai? Prendere un aperitivo con il magazziniere Abatantuonesco? Capitare casualmente davanti al posto di lavoro di un corteggiatore in orario di bollatura, offrendogli una scusa per riallacciare i rapporti? Oppure, classico dei classici, ricomparire con grazia e nonchalance nella vita di un ex fidanzato pazzerello con un innocente messaggio di buon compleanno? Ogni scusa è buona, insomma, per attirare su di sé attenzione non necessaria al solo scopo di POTERSENE LAMENTARE. L’attention whore non ha l’onestà intellettuale per riconoscere che sta semplicemente attraversando una fase della vita in cui vuole essere un po’ coccolata, ricorrendo a tutte le valide motivazioni offerteci, di volta in volta, dalla psicologia (mi sento brutta, mi sento sola, mi annoio, mio padre era uno stronzo che non mi cagava di pezza e quindi devo farla pagare al genere maschile) o dalla praticità (non mi piace guidare, sono senza soldi, ho bisogno di fare sesso qui e ora).

L’attention whore non si accontenta ed esige un riconoscimento sociale del suo status di persona desiderata, per sbattere in faccia al prossimo il suo ruolo di protagonista indiscussa delle altrui vite. Un ruolo, questo, che si arroga in modo del tutto arbitrario in quanto, mediamente, non c’è proprio nessuno che si strugga per lei. Diciamocelo: le vite degli altri, un po’ come la mia e la vostra, sono piene di lavoro, sport, mariti, mogli, amanti, figli, bollette, 730, genitori in casa di riposo, libri, tv, autobus, blog, telepass, battesimi, funerali che residua veramente poco tempo per ossessionarsi con qualcun altro. Vorrei dire alle attention whore di rivedere le loro priorità, ma c’è chi ci riesce meglio di me.foto

PS Spero di non aver banalizzato problemi complessi e reali come lo stalking e le molestie.  Mi riferisco a storie di stalking vero, tipo questa.

APPELLO ACCORATO A RCS MEDIAGROUP

Siccome oggi è il mio compleanno credo di avere diritto al mio personalissimo delirio di onnipotenza. Quello che vorrei fare è un appello, rapido ma non per questo meno accorato, affinché qualche anima pia decida di prendersi a cuore il mio caso e mi sistemi finalmente.

Fin dal giorno in cui ho finito di studiare, ho sempre lavorato. Non ho mai sperimentato la frustrazione e l’angoscia tipiche di chi cerca un impiego. Dirò di più: le aziende in cui ho lavorato andavano sempre bene. Non ho mai vissuto l’ansia da licenziamento, da fine del contratto, da cassa integrazione e via dicendo. Quando io ero in azienda, c’erano progetti, soldi da investire, prospettive floride. Insomma, finora la mia vita professionale è stata un susseguirsi di fortune sfacciate. Per 3 volte consecutive, aziende di mio interesse hanno ricevuto la mia autocandidatura il giorno stesso in cui qualcuno aveva dato le dimissioni. Non solo entravo in azienda con un tempismo ammirevole, ma addirittura mi amavano già perché evitavo alla direzione di spendere denaro in lunghe e logoranti selezioni del personale (per la pena del contrappasso, gli head hunters mi discriminano e non mi chiamerebbero a colloquio neppure se sugli annunci ci fosse scritto CERCHIAMO LA RAGAZZA BIONDA CHE SCRIVE SU GYNEPRAIO.COM, ma questa è un’altra storia).

Mi hanno sempre trattata bene, ho imparato molto. Ho subito un po’ di mobbing (femminile), ma nulla che una persona meno sensibile di me non definirebbe nonnismo (anzi, cougar-bullismo). Ma adesso credo sia arrivato il momento di dare una svolta alla mia carriera, misurarmi in nuove imprese. Ho fatto quindi un accurato screening delle competenze:

-sintetizzare situazioni complesse in poche frasi
-spiegare l’how to. Chiedete ai miei colleghi
-elaborare metafore e frasi lapidarie, facilmente riconvertibili a più situazioni (biglietti d’auguri, sms di fine rapporto)
-predicare l’esatto contrario di ciò che ho fatto io finora
-suggerire gesti carini, regali di compleanno, mise per occasioni speciali
-fare esempi apparentemente colti tratti da letteratura e cinema

Step seguente, ho stilato una lista delle cose che mi piacciono

-chiacchierare amabilmente di argomenti privi di qualsiasi interesse
-aiutare chi soffre nello spirito
-fare la differenza nelle vite degli altri
-inventare soluzioni nuove per problemi vecchi
-scrivere

Ho il profilo della life coach? Non sono una che ci crede abbastanza. Dell’assistente sociale? Non sono animata da autentico spirito umanitario. Dell’insegnante? Detesto gli adolescenti. Della suora? Istinti sessuali troppo forti. Erano due mesi buoni che ci pensavo senza riuscire a venire a capo.

Poi sabato sono andata dal parrucchiere e puff, ogni cosa è illuminata. Mi sono seduta, ho mostrato alla colorista la board di Pinterest che avevo preparato per l’occasione, giustamente intitolata “Ma poi sposano le more”. La colorista ha riso di me, mi ha fatto velatamente capire che come Sienna Miller nemmeno dopo un pellegrinaggio, è andata sul retro a preparare la pozione ed io sono rimasta ad aspettarla vicino ad una pila di riviste.

Ho afferrato Oggi, perché erano almeno 5 anni che non ne vedevo una copia in giro (cioè da quando mia nonna si è trasferita in casa di riposo) e volevo vedere se c’era ancora quella bella rubrica  in cui un’anziana e distinta vecchietta con con i capelli bianchi riceveva …

Oddio, cos’ho al posto del cervello? “Risposte private” non c’è più. Susanna Agnelli non c’è più. Settimana dopo settimana, aveva insegnato agli italiani alcune espressioni come “mostrarsi superiore”, “lasciar correre”, “praticare l’arte dell’indifferenza”, “mediare laddove possibile”. Ci aveva regalato perle come “si ricordi che lei è la madre dello sposo: si vesta come una signora della sua età”, oppure  “non tema di vivere l’amore, anche adesso che ha 60 anni”. La più bella che io ricordi suonava come “Per chiedere perdono, si dice scusa guardando negli occhi l’interlocutore, e poi si volta pagina”.

Ora lei non c’è più, e non l’hanno rimpiazzata. Ci sono schiere di italiani che non sanno come comportarsi con la suocera invadente, che non riescono a confessare un tradimento al marito, che si chiedono come vestirsi per la laurea del nipote, che litigano con i vicini del terzi piano per la tovaglia sbattuta sul bucato appena steso. Però ci sono io, piena di idee, voglia di rendermi utile, scrivere, istinto a curare il prossimo e consolare gli affanni. Sono torinese, proprio come la Susanna. Guido una Fiat, come lei.

Signori di RCS, il mondo dell’editoria è in crisi. Siete strozzati da una concorrenza spietata, i digital media vi bagnano il naso, la casta dei giornalisti continua ad accampare pretese e per di più scrive di merda. Io sono veloce, costo poco, non sono manco pubblicista e dei privilegi non me ne faccio nulla. Sinceramente, mi chiedo cosa stiate aspettando: oggi è anche il mio compleanno (l’ho già detto?)! Datemi una opportunità,  e se tutto va bene scriverò anche una autobiografia.

Don't forget you are not an Agnelli, but you'd love to

Don’t forget you are not an Agnelli, but you’d love to

sparigliamo

Tra due giorni è il tuo compleanno, tra tre giorni è il mio compleanno.
L’anno scorso, poco prima del nostro compleanno, eravamo andati a fare un weekend fuori porta ed era andata abbastanza bene ma non benissimo, ci eravamo detti delle cose importanti su di noi e su di te che io non sapevo di sapere.

L’anno scorso, il nostro compleanno fu bene ma non benissimo perché tu eri triste: siamo stati qui e non abbiamo fatto niente se non cenare fuori e scambiarci regali. Tu non hai voluto celebrazioni speciali, perché eri triste e demotivato. Io ti ho detto “Ma perché, forza, è solo una serata” e tu mi hai detto “Quando sarai tu a compiere 39 anni, ne riparleremo”. No ho più ribattuto, ma ti avrei organizzato un party a sorpresa, una adunanza sindacale, un flash mob, qualsiasi cosa fosse servita a renderti più felice.
Ma tu hai detto no, e allora ho solo cercato di essere allegra anche per te e ti ho solo comprato dei bei regali. Uno di essi, la bicicletta, era davvero benissimo, mica solo bene, infatti te l’hanno rubato poco dopo.

La settimana dopo il nostro compleanno era Pasqua, tu sei tornato dalla tua famiglia. Io a Pasquetta sono andata a sciare e mi sono divertita da morire, ma poi nel pomeriggio mi sono incrinata una costola. Insomma, anche lì, bene ma non benissimo.

Ma la costola e una bici rubata non erano niente, rispetto a quello che è venuto pochi giorni dopo Pasqua, che era poco dopo i nostri compleanni, che era poco dopo un weekend dove mi hai detto molte cose importanti, e sei mesi prima che io te ne dicessi altrettante.

Allora quest’anno rimescoliamo le carte. Facciamo che il weekend del compleanno lo fai a casa con la tua famiglia e io con gli amici. Che non si fanno festeggiamenti speciali, perché quest’anno non ne ho voglia io, ok? E quando sarai tu a compiere 32 anni, ne riparleremo. Quest’anno Pasqua cade un bel po’ dopo i nostri compleanni e comunque di sciare non se ne parla perché non c’ho una lira. Facciamo anche che fuori porta ci andiamo a maggio, e non nel fine settimana, anzi mi prendo 4 giorni di ferie infrasettimanali. Facciamo così, sparigliamo, e niente brutti scherzi quest’anno.

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tra l’essere e il fare c’è di mezzo mio padre

Tra essere e fare, mio padre sicuramente preferisce non fare. Credo di avere già parlato della sua straordinaria propensione a impartire ordini e organizzare flussi di lavoro senza sporcarsi nemmeno un dito. In ogni occasione: come marito, come padre, ma anche come homo politicus.
Alla Festa de L’Unità di Settimo Torinese istituì una nuova figura di volontario nota come barbecue manager, il cui compito consisteva nel calcolare il fabbisogno di salsicce e costine, prima che si creassero inutili attese, code, raffreddamenti, overcotture, tenendosi però alla larga dagli schizzi di grasso rovente. Era molto orgoglioso di aver raggirato per anni i compagni di aver contribuito alla prosperità del partito, che si è peraltro avviato al suo inesorabile declino proprio quando mio padre si è stufato della militanza.

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Siamo onesti, mio padre non ha voglia di fare nulla se non le cose che gli piacciono: fare rumore, fare il pisolino, fare viaggi, fare danni. Per fare silenzio, fare la veglia, fare la valigia, fare ordine, c’è mia madre. Sul fare tardi, fare piangere e fare cazzate, ci sono io.

Se la cava meglio sull’essere: essere intelligente, corretto, se stesso. Se ci sono i venti a favore, può anche essere simpatico, divertente, collaborativo.

Ma se c’è una cosa su cui mio padre è imbattibile, è l’esserci: perché nemmeno nei miei momenti di maggiore avversione per il genere maschile, rassegnata all’idea che l’uomo fugge per natura, ho sofferto dell’ansia da abbandono paterno.
Mai ho pensato di tornare una sera e, puff, lui era scappato via. Anche perché le poche volte in cui sono rientrata e ho vivamente sperato che se ne fosse andato di casa, era comunque lui a trovare me, e sarebbe stato meglio se non l’avesse fatto.

va tutto bene papà, perché me lo chiedi

va tutto bene papà, perché me lo chiedi

tutta fumo e niente arrosto

Parole come “sapere” e “saper fare” vi sanno di stantio? Il miglioramento continuo, le lacune da colmare, la quotidiana lotta contro i limiti personali vi paiono concetti superati? Volete con poco sforzo assumere un’allure pretenziosa, acquisire un innato savoir faire mentre in realtà vi sentite degli inetti a vivere? Era da tempo che volevo scrivere il mio personale vademecum per venditori di fumo, ma solo ieri si è presentato il pungolo. Precisamente, il pungolo ha assunto la forma di un lettore di questo blog, il quale mi ha scritto in privato dicendomi che sono sostanzialmente una buona a nulla, che parla del nulla, ma “infiorettandolo”, che è l’unica cosa che ti viene bene. Quale migliore input.

CREATIVITA’. Il termine non indica “trovare soluzioni nuove a problemi vecchi” o “generare con le mani cose che prima non esistevano”, bensì “avere brillanti trovate con cui nascondere la vostra desolante povertà”. Ricordatevi: voi non siete squattrinati, bensì creativi. Quindi, se grondate lacrime passando davanti allo show-room di Lago ma purtroppo in tasca avete sì e no 20 euro, dovete occultare questo desiderio e fare finta che vi piaccia tantissimo usare mobili di recupero, cose originariamente nate per uno scopo ma forzosamente convertite ad altro. Ad esempio, una cassettiera fregata dal magazzino di un vecchio posto di lavoro diventa un mobile bagno. Un banchetto di scuola trovato vicino alla spazzatura diventa un angolo toilette in camera da letto. Facile no?Nuova cartella4

UN LOOK ACQUA E SAPONE. Il genere femminile gestisce e porta in sé la contraddizione, la dicotomia, l’antitesi. Purtroppo, essere carine fuori casa e sciatte tra le mura domestiche -per quanto prerogativa e principio fondatore di personaggi di successo quali Bridget Jones e Carrie Bradshaw- è una forma di bipolarità spiazzante e gravemente ingannevole. Quindi, se anche al ritorno dal lavoro vi sentite stanche come raccoglitrici di cotone dell’Alabama, non vi presenterete al naturale, ma assumerete un nude look. Vi toglierete dalla faccia il make up ormai decomposto, vi metterete una buona crema idratante e il correttore. Ma soprattutto, vi darete piccoli tocchi di questo prodottino qui, che vi darà un’aria sana, solare, tipica di quando ricevete  un complimento e vi sembra di sbarluccicare di felicità. Però, poi, non occultatelo in un armadietto! Abbandonatelo in bagno in mezzo ad altri oggetti rigorosamente inutili ma dal colore simile, così, con nonchalance, come se non costasse 28 euro per 13 ml.

occhio al codice colore, per favore.

occhio al codice colore, per cortesia.

Avete i capelli di Medusa ma siete ben consapevoli che è uno scempio lavarli per poi stare a casa tutta la sera? Vi fate uno chignon morbido, anzi shabby, come vi ho già spiegato qui.

SAPER CUCINARE. Questa è la mia specialità, come non mi vergogno di ammettere. Se anche voi desiderate fare colpo sui commensali, lo ribadisco, senza di fatto saper fare nulla, il segreto è confonderli. Perché estrarre dalla busta il salmone affumicato e schiaffarlo volgarmente su un piatto, quando puoi anche dargli quel vago sapor d’Ikea cospargendolo di aneto? Perché fare un banale tè nero quando puoi proporre agli ospiti bevande chiamate Rooibos o Masala Chai? Loro, spiazzati da queste parole, assaggeranno e si convinceranno che siete profondi conoscitori dell’argomento. Attrezzate la vostra cucina e, mentre preparate il dolce, lasciate sparse in giro oggetti come le formine metalliche per fare i biscotti o il setaccio per la farina, poco importa se non li state utilizzando per il dolce in questioneNuova cartella2

Dolce che, nel 90% dei casi, sarà  a base di yogurt greco (non lo yogurt normale, badate bene). Esso si combina con miele, marmellata, nutella, sciroppi colorati, frutta fresca/secca/essiccata, codine colorate, granella, muesli. Se volete raggiungere il livello pro, procuratevi una yogurtiera: ci mette 12 ore durante le quali voi vi dimenticherete della sua esistenza, ma poi potrete dire che “è fatto in casa”. Per la presentazione, vedi capitolo successivo.

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GUSTO PER IL DETTAGLIO. Questa è la più facile! Perché ci hanno educato fin da bambine a fare orribili torte di fango e involtini di foglie per poi impiattarli graziosamente nel servizio mignon delle bambole. A 20 anni di distanza, fate la stessa cosa sostituendo le altre stoviglie con dei bicchierini: qualsiasi cibo che in una fondina sembrerebbe la cena dei mangiatori di patate di Vang Gogh, collocato in un bicchierino di ceramica colorato diventa speciale. Cereali e legumi tristemente bolliti, il passato di verdura che sa di mensa delle elementari e ovviamente lui: lo yogurt greco con aggiunta di la-qualsiasi. Provare per credere, sarà tutto un fiorir di complimenti: che carino, che delicato, che leggero. In caso di picnic, i bicchierini saranno sostituiti da minivasetti ermetici, collocati in un cestino di vimini.Nuova cartella3

ESSERE INTERESSANTI. Alla definizione “interessante” contribuiscono solo marginalmente la vostra intelligenza e preparazione accademica, i vostri interessi professionali e personali. Qui ci sta soprattutto la vostra capacità di confezionare ed esprimere opinioni su cose che non sapete, film che non avete visto, libri che non avete letto, attraverso una tecnica chiamata mash-up intellettuale. Essa consiste nell’ascoltare dapprima molte campane -in disparte, in gran silenzio, lurkando sinistramente- e poi farne una sintesi prendendo qualche perla di saggezza qui e lì, sempre e comunque tralasciando di citare le fonti di ispirazione. E se non riuscite a riciclare contenuti e riflessioni faticosamente collezionati? Oppure, se vi siete creati un inestimabile patrimonio di opinioni e non vi sentite ascoltati da nessuno? Che si fa in quei casi? Molto semplice: si apre un blog. Buona settimana a tutti.

PS in inglese, tutto fumo e niente arrosto si dice “all hat and no trousers”. Me lo disse la mia professoressa di inglese del ginnasio quando si rese conto che la mia parlata fluente era frutto di innumerevoli pomeriggi passati a guardare MTV Say What cantando con una spazzola al posto del microfono, e certamente non ad una solida conoscenza della grammatica.

Jumping the shark

L’espressione Jump the Shark fa riferimento a quell’episodio della quinta stagione di Happy Days in cui Fonzie pratica sci nautico e scommette di riuscire a saltare su uno squalo, sempre indossando il giubbino di pelle. In generale, si usa per indicare il momento, generalmente post-picco, in cui una narrazione perde mordente, credibilità e contatto con la realtà, facendo scemare l’interesse di uno spettatore o lettore. In senso esteso, indica anche l’inizio della fine o punto di non ritorno di una situazione.

O di una relazione, nel mio caso. Il mio migliore salto dello squalo si è verificato poco più di 2 anni fa, quando uscivo con un ragazzo appassionato di surf, snowboard, sci alpinismo e di una cosa della quale ignoravo l’esistenza: le vie ferrate. Prontamente ribattezzato dal mio giro di amiche “Sporty Spice”, il ragazzo era bello come il sole, buono come il pane ma anche scemo come un paracarro. Piuttosto intuitivo, però, perché dopo 2 uscite mi aveva già inquadrata per la pesaculo grattaballe masticabiscotti viziata che sono. Si individua il mio momento shark quando una domenica decisi di dimostrargli che all’occorrenza sono svelta e agile come una lepre. Mi alzai all’alba, imbottii 7 panini di frittata e camminai ore e ore. Siccome se non lo condividi NON E’ MAI ACCADUTO, mi feci immortalare in fotografie comprovanti la mia atleticità, prontamente postate su Facebook in un album dal titolo “Capretta di montagna”. Non dovetti risultare molto credibile, perché mi scaricò dicendo che non era pronto ad una relazione seria*. Niente e nessuno mi toglierà dalla testa l’idea che il nome dell’album non fosse abbastanza evocativo.

ricordatevi di fare sempre stretching

ricordatevi di fare sempre stretching

 

*Anche lui fu poco credibile: 3 mesi dopo si mise con una che fa la fotografa agli eventi sportivi e stanno ancora insieme.

blog da seguire

Io non uso il blogreader di WordPress ma Bloglovin, sarà che ho cominciato a usarlo anni fa, che lo trovo più bello, che mi arriva ogni mattina come un regalo ancor prima di aver bevuto il caffè. Anche il blogroll di WordPress non mi piace, perché non rappresentativo della selezione: i blog seguiti da più tempo passano in cavalleria per fare posto a quelli più recenti, le icone sono troppo grosse, la visualizzazione per URL è deturpante. Allora, siccome ho un’indole moderata, l’ho eliminato.

Ma in compenso ho stilato la guida definitiva ai blog che seguo, relegati in riduttive definizioni di genere diligentemente suddivisi in categorie. Cercherò di tenerla aggiornata con costanza, per il bene mio e dell’umanità tutta.

In questa selezione mancano i blog stranieri. Purtroppo sono pigra e manco della concentrazione e tranquillità necessaria a leggere in lingua. Guardo le figure, ma non credo conti.

Emotività belle, ovvero persone generose di se stesse e pronte a regalare periodiche spremute di personalità, gioia e dolore. 

Donne che fanno sorridere ma anche un po’ riflettere

Gente che si dà da fare, ovvero persone che dimostrano la labile differenza tra idea e azione

  • sporablog.com Dall’architettura, all’imprenditoria, all’editoria, ai reality, al fundraising. Passando dai corsi di camminata, per l’intrattenimento arrivando al bricolage domestico. Roba da far sentire pigro anche un monaco benedettino.
  • zeldawasawriter.com Una persona così coinvolgente che mi ha fatto venire voglia di scrivere poesie

Maschi con cui fidanzarmi: ovvero uomini per cui, in un mondo in cui il nome di voi-sapete-chi non fosse tatuato sul mio cuore, m’inciprierei il naso e sbatterei volentieri le ciglia. 

Mi fan venire voglia di riprodurmi: ovvero modelli di maternità e paternità originali, ben più rassicuranti di quelli immediatamente reperibili tra i miei contatti diretti. E NO, non parlo dei miei genitori.

Sanno parlare di moda e fanno trend spotting al mio posto, mentre io fisso un muro bianco nell’attesa di capire come spendere il mio budget per il guardaroba.

  • matiseivista.com Ne ho già parlato qui
  • rockandfiocc.com Giulia scrive con l’assiduità che non riuscirei a raggiungere nemmeno se vincessi la lotteria di Capodanno e potessi stare su Internet 24/7. La varietà di contenuti è notevole e -vivaddio- non ci sono noiose recensioni ma spunti di approfondimento.
  • vitasumarte.com Due post al giorno, su food, moda, lifestyle, cultura (ovviamente pop): lunghi il giusto e con selezioni iconografiche impeccabili. 

Blog/format collettivi e originali

dove vanno a finire i buoni propositi?

Certamente non nel dimenticatoio. Nel dimenticatoio ci vanno i compleanni dei parenti-serpenti, le notizie che non volevamo sentire, le incombenze che percepiamo come intrinsecamente ingiuste. Il dimenticatoio è un posto dove queste cose starebbero appostate buonine buonine ma interviene qualcosa a tirarle fuori, tipo il calendario, e a riportarci forzatamente alla realtà. Vai a compare il regalo per il figlio di zia Mariuccia, non vestirti come una mignotta che oggi hai riunione, lava ‘ste tende che son gialle.

Invece i buoni propositi sono con noi tutto il giorno. Essi non sono intenzioni, accenni, idee al condizionale: potrei farmi rossa, dovremmo dare il bianco. Non hanno i lineamenti abbozzati e generici dei bambini di 2 mesi, che a quell’età sembrano un po’ tutti uguali. Essi sono entità dotate di una loro fisionomia adulta. I miei buoni propositi hanno dai 15 ai 20 anni. Escono sempre insieme e si dividono la mia attenzione ed i miei sensi di colpa secondo un criterio gerontocratico e patriarcale.

Indubbiamente comanda Dimagrire, il più anziano. Ha il volto di Pierre Dukan. E’ l’unico che ha già preso la patente, infatti mi segue ovunque da 20 anni. In media si presenta 3 volte al giorno, all’ora dei pasti principali. Si manifesta con frasi provocatorie (“eppure mi pareva fossi una ragazza, non un muratore ucraino”), a volte consigli idioti e gratuiti  (“se hai fame, bevi un grosso bicchiere d’acqua o mangia un chewing-gum”). Quando volutamente lo ignoro, se ne va con sguardo deluso ma non senza avermi sibilato un rimprovero: “Eppure, ti basterebbe così poco”.

Sua coetanea e consigliera silenziosa, Attività Sportiva. Ha l’addome di Elle Mc Pherson. La forma di pedinamento da lei adottata è più discreta ma subdola. Non mi parla tanto, preferisce affidare i suoi messaggi agli illuminati. Quelli che attraverso l’attività sportiva si scaricano, che sostengono di averne bisogno, che si riempiono la bocca di serotonina, dopamina. Ma soprattutto quelli che la domenica mattina, mentre in pasticceria io mi sto cafuddando senza ritegno alcuno un cannolo lungo dal gomito al polso, stanno correndo al parco. Basterebbe ignorarli, se non fosse che dormo e mi sveglio ogni giorno insieme a uno di loro. Attività sportiva -in persona- si presenta nei miei pomeriggi di beltempo e tranquillità, in cui generalmente sto chattando, guardando video idioti su Youtube o, se ci va bene, scrivendo sul blog. Quando rispondo alla sua provocazione “Questo sole non ti fa venire voglia di muoverti?” con un sonoro “Manco per la ciolla”, ci rimane male ma non lo dà a vedere.

Aggiuntosi da circa 10 anni alla triade e pertanto snobbato dagli altri 2, Non fumare. Ha il ciuffo di Brandon Walsh. Quando Attività Sportiva e Dimagrire lo trattano come l’ultimo degli stronzi, io vorrei prendere le sue parti. A lui toccano sempre le visite agli orari più infausti: al mattino presto, quando sono in macchina per andare al lavoro e quindi incazzata per definizione. Oppure la sera tardi, quando prima di dormire vado a fumare sul balcone, con un freddo inverecondo e la mise di zia Assunta. I suoi argomenti sono spesso deboli: se dice “hai il fiatone” io lo azzittisco con “mica sono una di quei folli che corre nel parco la domenica mattina”. Alla fine è quello che dovrei temere e rispettare, ma lo considero un amico. Infatti odio l’adipe e la pigrizia, ma al tabacco voglio proprio un gran bene.

la cupola dei buoni propositi

la cupola dei buoni propositi

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Credete che la messaggistica istantanea abbia irrimediabilmente abbassato la qualità delle nostre conversazioni, e per questo vi ostinate a non comprarvi uno smartphone? Credete che ormai i dialoghi siano spersonalizzati e spersonalizzanti e continuate a pensare che qualche post-it sul frigo sia preferibile? Ma no, amici: in chat si prendono decisioni, si fanno dichiarazioni, si intessono relazioni. E se per caso non ne siete ancora convinti, torna prepotente a dimostrarvelo questa rubrica.

Non portare nulla, figurati. Ad esempio, il nome delle chat ne rivela la funzione: annoveriamo un sottile “cena delle cretine”, un satanico “bestie ingrate”, un peccaminoso ed estivo “pisciare in piscina”. Recentemente e con ampio anticipo sulla prova bikini, è nato il provocatorio “grasso è bello?”, la cui principale finalità è organizzare cene per condividere il cibo e il senso di colpa che ne deriva. Ogni contributo gastronomico è benvenuto e tutte possono esprimere la loro creatività in cucina. Tutte, tranne me.

inutilità

Pitiriasi chi? La chat è anche un banco di mutuo soccorso, dove tutte le partecipanti possono porre domande, proporre idee, suggerire attività, denunciare un malessere, nella certezza di essere ascoltate. Tutte, tranne me.

comunque la pitiriasi rosea mi è passata

Te lo devo forse ricordare? La chat è anche il non-luogo delle coscienze: un semplice invito a uscire si tramuta in un saggio monito a non ripetere gli stessi errori del passato. Il consiglio è così prezioso che viene prontamente ricambiato con una ispirata profezia sul futuro.

devo forse ricordartelo?

Fatti, non parole. Quando faccio un roseo pronostico, poi mi devo attivare per trasformarlo in realtà! La chat è di grande aiuto per reclutare potenziali fidanzati per le tue amiche single, convincerli a uscire con esse dopo averne venduto a peso d’oro la bellezza, intelligenza, profondità, forza d’animo. In chat si strappano anche promesse che sanno di minaccia.

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E’ andata così. Purtroppo, in chat accade frequentemente di essere interpellati da persone cui si è dato il proprio numero di telefono dieci anni/3 telefoni rubati fa, e renderci conto del perché ci eravamo dimenticati della loro esistenza. Oppure di cadere vittime di omonimie e, come si dice, svegliare il can che dorme.

è andata così.

Animaliamoci. Ma la chat è soprattutto il teatro in cui gli innamorati si scambiano infinite tenerezze, usando un linguaggio tutto loro e attingendo a quel patrimonio comportamentale e fenomenologico che è il regno animale.

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il nientino

Mio padre non si è mai distinto per iperattività. O forse nella sua vita precedente era il Sultano del Brunei. Da piccola, mi affidava piccole incombenze domestiche. “Gioia, vai da mamma e dille di farmi un caffè e poi portamelo qui dopo averlo girato vigorosamente”. “Gioia, porta di là la tazzina del caffè, la metti nel lavandino e ci aggiungi un po’ d’acqua dentro che così stasera mamma può lavarla meglio”.

Prima usava il metodo militaresco: “Chi è la bambina più brava di casa?”. Bionda e scema, prontamente abbaiavo “IO!!!”. Al che lui mi sbolognava un lavoretto. Per qualche tempo mi sono gratificata di vincere questa competizione solitaria ma poi, qualche anno dopo, ho mangiato la foglia e mio padre ha dovuto inventarsi una ricompensa.

Si è passati al più equo metodo retributivo. “Gioia, vai in giro per casa come un setter a cercarmi il cordless, su, dai. ” “E tu cosa mi dai in cambio?” “Un nientino”. Io, bionda e scema, trottavo in giro alla ricerca del telefono pregustando il nientino che mio padre avrebbe deposto nelle mie mani. “Ecco papà. Fuori il mio premio”. “Te lo do domani il nientino, devo uscire a comprartelo”. Nel mio immaginario, il nientino era piccolo, prezioso e tintinnante. Come una moneta, però colorata. Ho accumulato un credito di almeno mille nientini, prima di capire che il nientino non esisteva e che mio padre mi stava buggerando come peraltro ha fatto molte altre volte negli anni a venire, approfittando di quell’amore cieco su cui Mia Martini ha costruito una intera carriera.

Mio padre ha ampiamente estinto il suo debito di nientini. Infatti mi ha fatto viaggiare e studiare, mi ha comprato 3 auto e mezzo e una casa.  Ma la mia vita è ancora piena di nientini: di quelle mille cose che dovrei sapere ma che non so, di cui tutti si sono resi conto tranne la sottoscritta, scoprendo le quali un pezzo di me se ne va.

Quando mi dicono che non sono mai piaciuta ad una persona che ho frequentato per anni e che pensavo fosse almeno un amico. Quando apprendo che una coppia che mi piaceva è teatro di reiterati tradimenti. Quando scopro che uno è raccomandato. Quando mi rendo conto che me ne sto andando in giro per il mondo dicendo che sto leggendo un romanzo favoloso scritto dal signor… Cazzo? Cotza? Chezz?

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Ho dovuto chiedere agli alti vertici dell’editoria

Se dopo un’autodenuncia d’ignoranza da 1500 nientini vi interessa ancora la mia opinione, vi dico che questo libro ha il potere di creare angoscia, ma contemporaneamente vi dice “Cosa ti agiti, stai buona”. Produce un mondo in cui parlano come a Buenos Aires ma dove si comportano come in Svezia. Dove c’è una che pare Nicole Finzi Contini ma in realtà è la Peyton di La mano sulla culla. Dove non si può parlare di passato, figuremose di futuro. Buon weekend a tutti.

Decluttering for real spendaccione

Voi persone coscienziose state tutte a biascicare di decluttering, di decrescita felice. Differenziate le unghie nel sacchetto dell’umido, comprate detersivi alla spina, bevete acqua dal rubinetto, fate la spesa con borse di tela e, quando strappate le foto di vecchi amori badate bene a non gettarle nel bidone della carta.

Volete liberare spazio nel vostro armadio senza necessariamente riempirlo? Ritenete necessario azzuffarvi con delle semisconosciute onde evitare di farlo con le vostre amiche del cuore? Organizzate uno swap party.

La redazione di Soft Revolution mi ha lasciata delirare sull’arcana scienza di organizzare feste in cui non ci si conosce ma ci si scambia la cosa più santa del mondo. No, gente, non il sangue. Nemmeno i baci o l’anello d’oro. Parlo di VESTITI.

Potete leggerlo qui Swap party: cos’è e come funziona. Vi prego solo di notare che un mio articolo è stato inserito nella categoria Moda: e se è successo a me, ALLORA VALE TUTTO.

rapimenti mistici durante uno swap party

rapimenti mistici durante uno swap party

classifiche

Della mia pietosa passione per le liste ho già parlato tempo fa, scoprendo che tra i lettori di questo blog ci sono molti più ossessivi compulsivi di quanto pensassi. Ora, smettiamola di raccontarci le storielle che ci insegnano ai corsi di time-management sulle liste che aiutano a focalizzare l’attenzione ed economizzare e energie: le liste sono solo una delle infide maschere assunte dall’ansia di controllo. Nel mio caso, questa interpretazione impietosa ha un’attenuante: ho la memoria a breve termine di una coccinella affetta da ADD e se non mi scrivo tutto cado vittima di nefaste amnesie.
Ad esempio l’altra sera mi dovevo incontrare con voi-sapete-chi per vedere un film: ma siccome a Torino i cinema hanno tutti dei nomi anonimi tristemente monarchici ho dovuto andare prima al Centrale, poi al Massimo e infine al Nazionale, che era quello in cui avevamo appuntamento. Non me l’ero segnato → non avevo verificato l’indirizzo → ho vagabondato per 40 minuti sui tacchi →  sono arrivata trafelata durante i titoli di testa. Ho cercato di dissimulare adducendo scuse tipo non trovavo le caramelle alla propoli, ma siccome grondavo di sudore come un pollo sul girarrosto sono stata sgamata immediatamente (Ci risiamo… hai di nuovo sbagliato cinema?)

Ma quella da cui ero esente è la passione per le classifiche. L’acuta Tiasmo la fa risalire al romanzo Alta Fedeltà di Nick Hornby, il cui protagonista Rob Fleming è considerato il capostipite di tutti i ranking, autore di innumerevoli top five e selezioni musicali (vi ho messo qui quella dei migliori singoli della storia musicale).

Mio malgrado, resami conto che voi-sapete-chi aveva gusti molto più precisi e circostanziati dei miei, ho dovuto anch’io scrivere la mia Bibbia delle preferenze. Nella fase di conoscenza sono stata intervistata sulla mia canzone favorita di Deandrè (Canzone per l’estate) e di De Gregori (Caterina), sul mio romanzo del cuore (Le opinioni di un clown), sulle 3 milgiori capitali in cui vivere (New York, Buenos Aires, Montreal). Appurato che c’era compatibilità, ci siamo spostati sull’agroalimentare: il piatto (parmigiana) e il vino (Refosco) preferiti, il dolce più consolatorio (tortino al cioccolato col cuore morbido ustionalingua). Non meno importanti, gli esercizi commerciali torinesi: il miglior gelataio (Siculo), la migliore pizzeria (Saraceno), il miglior caffè (Beccuti), il migliore croissant (Platti), il miglior aperitivo (Talmone).Desktop38

Poi, sui nomi. La mia attrice del cuore (Judi Dench), il mio gruppo preferito (Baustelle), il mio scrittore favorito (Foster Wallace), il miglior personaggio dei cartoni (Sabrina di “E’ quasi magia Johnny”). Fino ad arrivare all’ultimo primato, quello definitivo.

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Non sapevo di preferire così tante cose.

vale la pena

Di osservare la propria casa virare progressivamente verso un porcile. Di avere pallette di polvere negli angoli, pile di abiti da piegare alte un metro e ottanta. Ben vengano i cuscini da sprimacciare, le superfici da raschiare, i bucati da caricare, i cani da spazzolare, le maniglie da lucidare. Ma soprattutto, le aspirapolveri da passare. Perché si può mimare Freddie Mercury in I want to break free. Baffi inclusi, perché le disgrazie non vengono mai da sole.freddieDi vivere una storia d’amore dura, asimmetrica, una lotta ad armi impari in cui uno solo ha il coltello dalla parte del manico ed, ehi, non sei tu. In cui hai sempre torto e ti si ritorce tutto contro. Perché si può cantare The winner takes it all degli Abba, sentendosi una povera illusa, cieca ed accecata, stupida e terribilmente perdente. Ma soprattutto, molto bionda.abbaVale la pena affrontare una lunga separazione, la triste tiritera degli sms, delle schede telefoniche e delle videochat su Skype. Per il rito delle chiusura valigie, per la spunta della checklist, eh sì, anche per la sbrinatura del frigo. Ma soprattutto per dire addio all’innamorato miagolando Leaving on a Jetplane, nella dolciastra versione di Peter Paul and Mary, cogliendo l’occasione per strappare nebulose promesse su un anello di fidanzamento.jpmVale anche la pena di avere un fidanzato poco interessato al bricolage. Perché dovrete andare al Brico a comprarvi una cassettina degli attrezzi. Cercare di capire a cosa servono: che cos’è la brugola, cos’è il pappagallo, la chiave inglese, le varie punte per il trapano. Poi, trovi lui, il re di tutti gli utensili: il martello. Ed è subito scena erotica di Wrecking Ball. Grazie Miley.
mileyVale sempre la pena di vivere le cose. Se poi esiste una canzone per fare un po’ di cinema, allora ancor di più.

ti presento i miei

Vivo durante la settimana una sorta di letargo culturale che si interrompe brevemente durante il weekend, quando riesco a dedicare qualche ora alla lettura di un libro o alla visione di qualche film. Questo, ovviamente, se schivo la maledizione delle case da vedere, dei peli da strappare, della spesa da fare. Andare al cinema, oltre a farmi sentire una persona intellettualmente brillante per 90 minuti, mi offre materiale per deliranti post.

Ma questo weekend, che dirvi, è andata diversamente. Non mi bastava guardare pellicole, criticarle, scriverne. Mi andava di prendere in mano le redini della mia vita e trasformarla in una storia degna di essere vissuta, narrata, commentata. Il film io volevo viverlo! Potevo girare una fiction sui trentenni di oggi che non c’hanno il becco di un quattrino e vivono in trenta metri quadrati, sfruttando casa mia come location. Oppure realizzare un thriller su una che dopo aver sentito le dichiarazioni di John Elkann decide di organizzare un attentato à la Kennedy. In alternativa, potevo inventarmi una sceneggiatura fantascientifica su una che tiene un blog e poi diventa una star di Internet, scrive un libro e vince il Pulitzer.

E invece no. Ho prodotto il mio personalissimo remake di “Ti presento i miei”.

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Ora, io non avevo alcuna fretta o esigenza di presentare i miei genitori a voi-sapete-chi. Oh, certo, se ai miei genitori piace il mio compagno, questo agevola molte cose: ad esempio, mio padre non gli affibbierà orribili nickname dialettali -come è stato solito fare con tutti i miei precedenti amori- ispirandosi ora alle sue caratteristiche fisiche (Lanternùn=ragazzo alto e dinoccolato, simile ad un lampione), alla sua intelligenza (Piciu d’ nata= ragazzo evidentemente non sveglissimo e pertanto scemo come il sughero), alla sua origine regionale (Napuli=ragazzo genericamente proveniente dal centro-sud) o al suo credo religioso (Monsiù Chierichetti= ragazzo cattolico praticante che va a messa ogni domenica). Dal soprannome, si è in grado di capire il livello di popolarità del soggetto in questione: ad esempio, il protagonista di questa storia era noto inizialmente come “il gavadent” (=il dentista) ma verso la fine, è stato declassato ad un più anonimo “Crinass” (=porco schifoso dai dubbi costumi sessuali).

Sarà stato merito delle sessioni di empowerment allo specchio cui mi sono sottoposta per una settimana (con un mantra pensato per l’occasione: “lui ha scelto te, non la tua famiglia. Se non si piaceranno, questo non toglie nulla alla vostra storia“), ma alla fine l’incontro è andato bene e ci sono stati significativi segnali positivi. Innanzitutto -dopo ben 2 giorni dall’incontro- è tuttora privo di soprannome, indice di un incondizionato rispetto paterno. Ha ricevuto in dono una teglia traboccante di polpette in umido con scritto il suo nome sul coperchio, chiara ed inequivocabile testimonianza di affetto materno. Si sono anche premurati di invitarlo a conoscere il ramo milanese della famiglia, che “a parte la nonna che è un po’ fuori di testa“, sono persone molto simpatiche. Mio padre ha anche fatto il gesto di generosità supremo: l’ha invitato a casa a mangiare il cinghiale che ha cacciato “il mio cugino di Forlì, che per qualche inspiegabile motivo ha il porto d’armi“.

Insomma, è stato promosso. Mi sono cullata per anni nell’illusione che i miei genitori siano preoccupati per la mia felicità. Che il mio benessere conti più di ogni altra cosa. Che non potrebbero mai, mai, mai accettare che la loro unica figlia sprechi la sua vita dietro ad un disgraziato, o che peggio ancora perpetui la razza accoppiandosi con un buono a nulla.

Invece no.  Il tema è diverso. Il cruccio è altrove.

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tutti preoccupati per LUI

Uomini che sono vessati dalle donne

Continuano gli arditi parallelismi basati su assolutamente casuali scoperte cinematografiche del Gynepraio. Voi direte: scegli i film ad hoc, a chi vuoi darla a bere? Prima ti vedi due film consecutivi con ricche donne che non c’han voglia manco di darsi lo smalto; due settimane dopo, doppietta di sorelle isteriche con un irrisolto grande quanto una Panda.

Questa volta, tocca a uomini con una certa propensione a farsi insultare e trattare di merda dalle donne. Badate bene, non voglio parlare delle donne che vessano gli uomini! Quello è un fenomeno assolutamente normale: le donne devono tiranneggiare il loro compagno, schiavizzarlo, comunque indurlo a fare cose contro la sua volontà. Questa abilità assume forme eterogenee: la più classica contrapposizione è tra misure coattive e misure proibitive.

Nel primo caso, ci sono le imposizioni: portami a fare shopping, accompagnami a incontri con i parenti, siedimi a fianco e conversa amabilmente durante cene noiose, esegui incombenze domestiche, mangia controvoglia cibi sani o presunti tali, lavati. Nel secondo gruppo, ci sono i divieti: non guardare il culo alle altre, non ruttare, non brandire il coltello a tavola (questa l’ho sentita fresca fresca domenica sera), quando tagli il coltello deve stare sopra la forchetta e non sotto (anche questa è di domenica sera), non toccarmi quando ho il ciclo, non usare quello shampoo che per te è troppo caro, non toccare le ante d’acciaio della mia cucina Dada autentica che lasci le ditate e a toglierle ci vuole il maggiordomo secondo te le maniglie cosa le hanno inventate a fare poi dico ti costasse tanto fare un minimo di attenzione oltretutto dico fossi una cazzo di maniaca della pulizia ma visto che non ti rompo mai i coglioni potresti pure darti una regolata (nelle ultime righe, vi è stato offerto un saggio del metodo Stanislavskij).

In “A proposito di Davis”, ultimo lavoro dei fratelli Coen, assistiamo ad una Carey Mulligan che si mangia vivo il povero Davis, reo di averla messa incinta. Non solo gli rinfaccia di essere un coglione sprovveduto, un deficiente inetto a vivere, un disastro ambulante, la fonte battesimale di ogni disgrazia. Io avrei voluto ricordarle che il suo contributo è stato determinante, che peraltro lei è fidanzata con il di lui amico del cuore, e che è pure un po’ zoccola.  In “Nebraska”, invece, troviamo una moglie ormai settantenne con una voce odiosa che rimbrotta -per qualsiasi motivo, come una sorta di rumore di fondo- un marito altrettanto anziano, serenamente avviato verso la demenza senile e del tutto impreparato alla cattiveria del mondo. La cosa più incredibile delle due pellicole non è, ripeto, l’elemento femminile martellante, bensì quello maschile inerme.

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La mia esperienza, come al solito, va in un’altra direzione. Io ho avuto un padre che al primo tentativo femminile di rompere i coglioni opponeva una forma di resistenza attivo-passiva che Gandhi ti dico lévati. Non siamo mai riuscite a ottenere nessuna vittoria, né grande né piccola. Anzi, il comportamento incriminato si esacerbava a tal punto che era obbligo desistere. Fatti la barba che sei ispido! In 3 giorni mio padre si metamorfosava in un ebreo ortodosso, con riccioli della preghiera. Potresti smettere di fumare le Gauloises Filtre, che puzzano? Il vecchio s’accendeva beffardo una Gitanes Sans Filtre. Con questa sorta di disobbedienza civile, lui diceva “Hai capito che cosa sono in grado di fare?” e contemporaneamente abbassava le aspettative. Un genio.

Voi-sapete-chi, altrettanto sottile, ha la spiccata capacità di fare sempre il contrario di ciò che io gli chiedo di fare. Quest’estate andiamo insieme in Messico, no? Ah, quello è il mio zaino per andare a fare il Cammino di Santiago solo come un cane rognoso. Sono felice che siamo tornati insieme, prendiamoci i nostri tempi, che dici? Haha, domani andiamo a vedere qualche appartamento in cui vivere insieme. Ma che bello, sarà mica che ci stiamo impegnando? Questo è un anello, infilatelo.

E’ evidente che sbaglio qualcosa. Che io non abbia affinato una tecnica vincente di martellamento, è un dato di fatto. Ma Dio, dimmi, di grazia, perché la mia vita è costellata solo di uomini forti, autoritari o tendenti al dispotico, che mi costringono ad una continua contrattazione e revisione dei miei desideri, ad una ingiusta soppressione dei miei -peraltro motivatissimi- capricci? Dio, prima che io muoia, fammi provare l’ebbrezza del carnefice: dammi almeno un uomo da vessare. Non stupido, eh! Solo un po’ debole, invertebrato, remissivo, ubbidiente. O almeno, sordo.

Mal di testa? è affascino

Io sono stata fidanzata per molti anni con un ragazzo la cui -fantastica- famiglia era originaria del Crotonese. Sono stata accolta, amata e viziata come e più di una figlia. Sospetto che molto del mio successo dipendesse dal mio coniugare tratti somatici esotici con caratteristiche tipicamente calabresi. Infatti ho i capelli biondi e la pelle bianchissima, come tutte le nordiche che si rispettino. Ma in compenso ho una fame perenne e insaziabile, che mi rendeva la nuora ideale da sovranutrire a colpi di soppressata (arrivata ora ora col corriere, l’ha fatta zia Rosetta), polpette e cavatelli con la salsiccia. Mangiavo sempre, tanto e voracemente: era tutto un “tu sì che ci dai grandi soddisfazioni”, “è un piacere averti a tavola” intercalate dall’evergreen “mangia che sei magra”. Quando davo vaghi segnali di inappetenza, lo sconcerto e la preoccupazione esplodevano: “pari sucata da ‘nu lampu”, che tradurrei come “sei talmente secca che sembra t’abbia colpito e prosciugato un fulmine”.

Le attenzioni nei miei confronti non erano solo di tipo alimentare: in generale, la mia incolumità fisica era oggetto di grande importanza. Tutte cose nuove per me: sono stata cresciuta nella convinzione che mio padre sapesse aggiustare le ossa e che i medici vanno interpellati solo in caso di morte. Invece, mia suocera stava molto attenta alla salute, in particolare ai miei mal di testa ricorrenti.

S. Gioia, che hai? Non hai mangiato niente, sei pallida, pari sucata da ‘nu lampu
G. Nulla, solo un po’ di mal di testa. Lo schermo del pc, me lo devono cambiare.
S. (sussurrando) Maledetti bastardi.
G. Ho dimenticato gli occhiali a casa, poi a yoga e sono stata mezz’ora a testa in giù
S. (mormorando) Invidiosi schifosi.
G. Oltretutto, ieri sera siamo usciti a cena con suo figlio e ci siamo scolati un litro di Dolcetto.
S. (sibilando) Devono morire.
G. Scusi, come ha detto? Qualcosa che non va? Ho fatto qualcosa di male?
S. No gioia, tu non c’entri niente. E’ evidente, ti hanno fatto l’affascino. Ultimamente hai ricevuto dei complimenti smodati?
G. Veramente no, anzi il mio capo m’ha fatto un culo così in riunione davanti a tutti, dicendo detto che non diventerò mai un bravo manager perché ignoro il concetto di budget. Ah, no, la collega della reception mi ha detto che ho dei bei capelli.
S. Ecco! Te li ha pure toccati, magari? (sguardo minaccioso)
G. Sì, ma poco, lo giuro. Non doveva?
S. No, gioia: altrimenti non avresti mal di testa. Devi guardarti dai complimenti degli invidiosi. Io lo che tu sei ingenua (leggasi “addormentata”) e dai confidenza a tutti, non ti rendi conto che attraverso le belle parole ti lanciano l’affascino.
G. (mi fa piccole croci sulla fronte e mormorare litanie in latino e calabrese) Ma cosa fa?
S. Ti sfascino (sbadiglia ripetutamente). Vedi come sbadiglio? Indubbiamente è stata una donna, si vede. Boh, ho finito. Eri piena, comunque.
G. No guardi, io invece credo proprio sia quel litro di vino che mi sono scolata ieri sera con suo figlio. In ogni caso, starò in guardia. Cosa devo fare la prossima volta?
S. Scappa, non ti far mettere quelle manacce addosso (alza l’indice e spalanca gli occhi). Ti devi girare dall’altra parte come se non avesse detto niente. La devi ignorare, capito? Lei non esiste, non c’è, scordati il suo nome. Poi ogni tanto, vieni qui, controlliamo come sei messa e al massimo ti sfascino io.

Insomma, la centralinista mi ha detto che avevo dei bei capelli, me li aveva toccati ed ecco il mal di testa.

Ieri sera voi-sapete-chi mi ha detto che ho delle belle tette. Meno male che non me le son fatte toccare, se no oggi chissà che male allo sterno.

E il mal di testa passa in un momento

E il mal di testa passa in un momento

yoda e il body shaming

Io non conoscevo il termine body shaming, ma non occorre chiamarsi Margaret Thatcher per intuirne il significato. Se volete farvi un’idea in merito, vi suggerisco alcuni post di Softrevolution, questo in particolare, che mi sono stati di grande aiuto nel dare un nome alla sensazione di disagio che ho provato e provo tuttora quando qualcuno -che conosco oppure no, che stimo oppure no- esprime ad alta voce commenti gratuiti sul mio aspetto estetico o su quello di altre ragazze.2340921

Ho ascoltato Yoda e credo di aver fatto qualche passo avanti: ho smesso di commentare a voce alta o bassa l’apparenza degli altri. Questo non significa che abbia azzerato il mio senso critico o estetico. Chi mi conosce sa che la mia vita si alimenta di dolorose dicotomie: dieta vs abbuffata, total black vs colore, mani bucate vs pidocchioso ragnismo, Brendon vs Dylan, e soprattutto forma vs sostanza. Sono sempre lì a ripetermi con sono i contenuti a fare la differenza, ma poi mi perdo a guardare la scatola.

Il brutto mi fa stare male. In queste settimane in cui ho visto decine di case di sconosciuti, avrei voluto togliere i centrini dai tavoli, staccare quadri dalle pareti, svuotare acquari. Avrei morso le caviglie dei padroni di casa gridando: maledetti bastardi, come avete potuto mettere quelle piastrelle, pagherete caro, pagherete tutto. Per fortuna c’è voi-sapete-chi, con la sua gattopardesca eleganza e compostezza, a lanciarmi occhiatacce di riprovazione (in un paio di casi, anche delicate ma secche manate sulla nuca) quando passando davanti ai bagni con stendibiancheria saliscendi sulla vasca inizio a mimare conati di vomito infilandomi due dita in gola.

Conservare per me i pensieri, senza manifestare la mia costernazione è uno delle mie good resolutions del 2014. Avendo io tantissime amiche -alcune dotate di uno spirito di osservazione ancor più sviluppato del mio-ho deciso anche di non fomentare il fenomeno e non partecipare ai processi agli assenti, al loro peso, taglio di capelli, abbigliamento. Non posso impedire che lo facciano le altre, ma ho ridotto all’osso i miei interventi (rimane invece consistente il mio contributo alle rassegne stampa su amori nuovi/vecchi/rinati, chi ha detto/fatto/scritto cosa: lo ritengo mio dovere morale e lo faccio per il bene della comunità, dove con comunità intendo i lettori di questo blog).

Essermi data questa disciplina mi fa stare meglio, ma mi pone di fronte alla mia concezione puerile e pateticamente karmica delle buone azioni: “Se io smetto di fare il processo, gli altri smetteranno di farlo a me”. E invece.

Non ho innescato alcun circolo virtuoso: anzi, nelle ultime settimane sono fioccate su di me una serie di osservazioni esplicite che vanno dalle doppie punte, alle occhiaie, al mio incarnato e ai di lui brufoli, all’imponenza del mio herpes labiale, fino –l’evergreen– all’improbabilità dei miei outfit. Alcune persino retroattive: “Adesso sei in forma ma quando sei stata assunta abbiamo (plurale maiestatis, caso di personalità multiple o concorso di colpa? Chi lo sa) addirittura pensato che fossi incinta (i.e. 2 anni e non più di 2 kg fa)”. 

Non potevano essere controfrecciate (contro che? Ora sono praticamente più buona di Bernadette). Sapete cosa penso dell’invidia, e no, non era nemmeno quello. Ho dovuto rintanarmi nel buio della mia stanzetta e riflettere in silenzio per comprendere che si trattava di ordinari e banali casi di DIARREA VERBALE.

PS Visto il cinema che ho piantato su, paio un’illuminata. Comunque no: sono semplicemente uscita dal dorato mondo dell’infanzia, in cui non esisteva alcun filtro tra cervello-bocca, in cui si poteva vomitare cazzate a sproposito e al massimo la mamma arrossiva un po’. Sono ancora molto lontana dal vero obiettivo: smettere di pensarci e interiorizzare due concetti-base: “ognuno fa quel che vuole/può del suo corpo” e “l’aspetto non impatta in alcun modo ciò che questa persona ha da dire/dare“.

velocità di crociera #2

Per chi si fosse perso questo post, i miei genitori sono tornati dalla crociera che ha segnato il loro definitivo ingresso nel mondo della terza età. Pensavo non avrebbero avuto nulla da lodare o da infamare, ed invece sono venuti fuori interessanti risvolti della loro vacanza.

Ad ogni pasto-buffet o servito, non conta- sono disponibili montagne di prugne cotte. Ma badate bene, non secche come le Sunsweet, ma sciroppate e immerse in una broda violacea che mio padre sorbiva a cucchiaiate sotto gli occhi schifati degli altri commensali. Questo vi induce scontate riflessioni sull’attività peristaltico-intestinale degli ospiti della Carnival Freedom? Vi chiedete se gli angusti bagni di una nave da crociera siano idonei a supportare e accogliere tutta questa produzione? La risposta di mio padre è SI’ e ce lo dimostra con una fototestimonianza dei suddetti gabinetti.

le dimensioni sono quelle di un bagno normale

le dimensioni sono quelle di un bagno normale

Le cameriere fanno sculture zoomorfe con gli asciugamani. Ma mica i classici cigni che limonano, facilmente reperibili nei resort laqualunque di Marsa Alam. Qui entriamo nel mondo di pitecantropi e cercopitechi, appesi attraverso misteriosi argani e carrucole al baldacchino del letto.

bertuccia di asciugamani

bertuccia di asciugamani

C’è sempre qualcosa da fare. A bordo viene quotidianamente stampato un giornaletto dal minaccioso evocativo titolo “Funtimes” di cui i miei genitori hanno conservato alcune copie. E’ evidente che l’obiettivo della Carnival è il benessere degli ospiti: nel filone si inseriscono infatti i seminari “Puffy Eyes” (automassaggio oculare?), ma soprattutto “Have pain? Go herbal” (fondamentali della fitoterapia?). Ma si sa, il benessere passa anche dalla cultura: la crew propone svariati quiz sul modello “Guess that cartoon soundtrack” e “Sports trivia”. Infine, come dimenticare le pazze pazze risate: disponiamo infatti di svariati esponenti di stand-up comedy, con target “tutti” oppure “soli adulti”. Desktop43

Purtuttavia, il rischio noia è sempre dietro l’angolo. Infatti, se non sei un miliardario texano analfabeta o una tenera coppia in viaggio di nozze devi ricorrere a tutta la tua inventiva per ammazzare il tempo. I miei genitori sono stati originali, intraprendendo strade autonome ma egualmente valide. Mio padre ha messo a frutto l’ora del pisolino per imparare a memoria tutto “Lo Hobbit”, trasmesso in loop dal servizio televisivo della nave. Ieri sera me l’ha dimostrato, trattenendomi 45 minuti sull’ingresso di casa (io ovviamente fremente e in ritardo col cappotto addosso) per offrirmi una colorata imitazione di Smaug, dei tre troll Bert+Tom+William ma soprattutto del suo favorito: il Grande Goblin. Mia madre, invece, ha pensato di darsi alla fotografia e, armata della sua Nikon Coolpix da 69,99€, si è avventurata nella social room alla ricerca di soggetti da immortalare. Novella Diane Arbus, si è data ai freak, genere “culone”.

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Navigare vuol dire soffrire. Andare in crociera frustra e la nave non è cosa per gente impaziente: piccoli exploit di rabbia sono del tutto normali. Mia madre, ad esempio, si è profondamente adontata quando ha scoperto che il Mojito da lei ordinato al bancone dell’Habana Bar a ben 8$ (8$, figlia mia, hai capito? 8 gocce del mio sangue) conteneva solo un miserrimo misurino di rum. Ha reagito guardando dritto negli occhi il barman e dicendogli qualcosa che suonava come “Tesoro, quello che me lo chiami un mojito?” il tutto accompagnato da un inequivocabile gesto della mano “Metti, metti”. A mio padre è andata molto peggio, poverino. Ogni sera, i camerieri, al segnale del Maître, interrompevano il servizio per esibirsi nel “Fun moment”: mollano piatti, bicchieri, mestoli, e si dispongono a schiera per eseguire una canzone con tanto di coreografia (annoveriamo “Cielito Lindo”, “Santa Lucia” e “Leaving on a jet plane”, grande classico dell’ultima sera). Pare che questo momento coincidesse sempre con l’arrivo del caffè di mio padre: quando, alla 4 sera consecutiva, era ormai chiaro che lui il caffè l’avrebbe bevuto gelido, si è alzato stizzito ed è andato a prenderselo al bar, pagandolo extra (4$, figlia mia, hai capito? 4 gocce del mio sangue). E tua madre, vi chiederete, l’ha seguito? Ma va’, lei cantava con i camerieri.Desktop40

sorelle

Venerdì ho visto al cinema “I segreti di Osage County”; sabato, a casa, ho visto “Rachel sta per sposarsi”, un film del 2008.

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Che stanchezza, gente, che stanchezza. Le due pellicole sono diverse ma molto corali e prendono il via da una riunione di famiglia: il funerale del padre, il matrimonio della primogenita. Tantissimi dialoghi, diverbi, recriminazioni. Si alza la voce, ci si interrompe, si rivanga, si piange e ci si manda a cagare in continuazione. Meno di 2 ore caduno, e alla fine ero esausta, a riprova che la mia concentrazione è andata a ramengo da quando ho finito gli studi, ho cominciato a lavorare da dipendente e a ragionare per compartimenti stagni (=spento il pc, spenta la testa). Ma soprattutto da quando mi avvalgo di social network nazional popolari fonti di informazione fruibili in modo discontinuo, superficiale, parcellizzato e sintetizzato in 140 caratteri, anziché tenere il culo incollato alla sedia e la testa curva su saggi di centordicimila pagine.

Che inferno, gente, che inferno. L’idea con cui ti alzi dalla poltrona è che la famiglia sia la fiera del risentimento, del senso di colpa, della gelosia, del giudizio gratuito, del non detto. Ciao ciao, nido, calore, accoglienza, affetto incondizionato. Di rispetto, manco l’ombra. Genitori disfunzionali: in un caso ammalati, suicidi, drogati, nell’altro semplicemente freddi e ipocomunicativi. Intorno, figlie infelici, rancorose, pronte a rinnegarsi a vicenda. Delle sorelle-non-sorelle.

Che sforzo, gente, che sforzo. Per me, figlia unica, capire che cosa significa avere sorelle. Io sono una figlia unica, molte delle mie amiche sono figlie uniche. Non mi ricordo di essermi sentita penalizzata o aver mai chiesto ai miei genitori di farmi un’altra bambina. Quando andavo delle mie amiche che avevano sorelle, mi sembrava affascinante quel loro dividere l’armadio, quel tiranneggiarsi e coprirsi reciprocamente. Poi, però, tornavo ad una casa dove non dovevo discutere e dove c’era una mamma tutta per me, che sapeva cosa volevo ancora prima che lo dicessi.

Che peccato, gente, che peccato. Io ero bambina, mica lo sapevo com’era dura tagliare il cordone ed emanciparsi dalla famiglia. Mica potevo immaginare come un passato da figlia unica condiziona il tuo futuro di adulta. Non aver mai veramente battagliato per avere attenzione ti porta a pensare che l’empatia e la comprensione siano dovute. Non condividere ti rende eccessivamente indipendente, responsabile. Maschile, per certi versi.  Avere una sorella t’insegna a fare fronte comune contro i figli dei vicini di casa maneschi, i matusa tiranni, i maschi crudeli. La sorella è un altro modello femminile, che non è tua madre ma a cui vuoi bene uguale. La sorella partecipa con te al processo di inversione dei ruoli, quando i genitori si rincoglioniscono invecchiano, diventano fragili e bisognosi di attenzioni. Non pensavo di arrivare a dirlo, ma adesso vorrei tanto una sorella.

Per quelle poche anime pie cui interessano le mie critiche, due parole sui film.
-Nel cast di “I segreti di Osage County” ci sono Meryl Streep (un po’ fuori dalle righe durante i deliri da psicofarmaci, ma potrebbe essere colpa del doppiaggio), Julia Roberts, Juliette Lewis, Ewan McGregor (anche se poteva non esserci, visto che, se l’avessero vestito a fiori si sarebbe ben mimetizzato con la tappezzeria), quindi fare un brutto film era abbastanza difficile: infatti, è bello. Si vede che è l’adattamento di una piéce teatrale, perché i dialoghi soverchiano gli eventi. Onnipresente e fondamentale, la famigerata afa estiva delle praterie americane, vero e proprio anxiety booster. La mia delusione è stata Abigail Breslin, che ai tempi di Little Miss Sunshine aveva 10 anni, era bruttina, simpatica e tenera. Adesso ne ha 18 ed è solo bruttina.

-Rachel si sforza di essere protagonista del suo giorno: ha riempito la casa di parenti, amici e musicisti, per dimostrare che a lei vogliono tutti bene. Sposa un ragazzo di colore, perché -ovviamente – lei non ha pregiudizi. Tutti la lodano, la sostengono, la ammirano per la sua saggezza e tenacia. Per mantenere la scena, sgancia anche un paio di bombe: “Tra l’altro ci trasferiamo alla Hawaii”, “Ah già, sono pure incinta”. Ma se io fossi stata un’invitata, mi sarei infilata nel giardino sul retro a fumarmi una canna con Kym, la sua egocentrica sorella tossicodipendente. Sorry, ma son fatta così.

che possiamo farci

De Le Troiane di Euripide non ho un ricordo eccezionale. Diciamo che mi hanno trascinato a vederlo a teatro quando già non mi aveva appassionato la lettura della tragedia; troppi cori, troppe femmine. Io volevo andare a vedere Medea, ma per i licei la programmazione cittadina proponeva solo quello.

Diciamo che mi sono abbastanza annoiata se si escludono due momenti. Il primo, quando entra in scena Elena, giustamente vestita come una velina dell’antichità, con un peplo tutto spacchi e trasparenze, un diadema sbarluccicoso in testa, andatura ondeggiante e voce roca da 144. Le altre troiane, più attempate, tutte vedove e incarognite, con le sopracciglia a gabbiano à la Frida Kahlo e certe tuniche stracciformi, la guardano di traverso: pensa te sta svergognata che crea scompiglio, fa scoppiare la guerra e ha il coraggio di presentarsi qui ancheggiando, avesse almeno la decenza di coprirsi invece di conciarsi come la Madonna del Petrolio che qui siamo tutte in lutto. Praticamente le cagnette del paesino di sant’Ilario.

Ecco, Elena era tipo così (fonte: www.carnivalsuperstore.it)

Ecco, Elena era tipo così (fonte: http://www.carnivalsuperstore.it)

Il secondo, è quando Ecuba dice a Menelao che “non esiste un vero amante che non ami per sempre”. Un po’ sono d’accordo: l’amore più vero e autentico non è estemporaneo né effimero. Gli inizi di un amore hanno sempre pari dignità, sia che esso spunti nottetempo come i funghi, sia che ci metta 21 mesi come i cuccioli d’elefante.

Il problema è la fine. Quando ci si lascia, c’è una parte di me che pensa “Non era vero amore”. Era una cosa simile all’amore. Era bella, significativa, importante, soddisfacente, probabilmente aveva anche una certa pretesa di eternità. Ma l’amore è un altra cosa (o un’altra ròba, scriverebbe qualcuno.)

Se ci sono divergenze e difficoltà, deve superarle. Se ci sono ostacoli, deve sormontarli. Soprattutto, se ci sono attese forzate, deve sopportarle. Un po’ come l’innamorato storico di mia nonna, da poco stabilitosi nella stessa casa di riposo in cui vive lei. Il vecchietto non ha perso la baldanza di gioventù e la desidera come se non fossero passati più di 65 anni dal suo primo NO. Pare che la segua, le stia sempre a fianco, un po’ cavalier servente, un po’ stalker. Pare che le prenda la mano, quando son seduti nella living room a guardare Studio Aperto. Pare che talvolta la passione prenda il sopravvento e che le tocchi anche il culo, provocazioni cui lei si sottrae non senza sdegno e che hanno generato molti gossip tra gli altri ospiti.

Questa storia è giunta alle orecchie delle figlie di mia nonna, altrimenti note come mia zia e mia madre, che, incazzate come iene perplesse  si sono fiondate dal direttore della struttura a reclamare maggiore vigilanza, ottenendone solo vaghe risposte.

Lui, invece, quando è stato chiamato a rapporto e invitato a maggiore moderazione, è stato assolutamente chiaro e cristallino. “Che posso farci, io la amo”. Che possiamo farci, lui la ama.

cosa sarà mai la perestrojka

Stralcio di conversazione svoltasi a bordo piscina in quel di Yogyakarta, in un pigro pomeriggio indonesiano d’agosto.

A. Ma tu non ti senti di avere delle lacune tremende? Non provi soggezione quando parli con persone molto colte?
G. Un casino. Ad esempio, quando stavo con (nome di ex fidanzato), lui seguiva tutti i programmi di approfondimento politico e conosceva i curriculum dei personaggi che intervenivano. Ma non solo ministri, capisci? Anche gli assessori alla sostituzione tombini di Cinisello Balsamo.
A. E tu?
G. Restavo ammirata e tacevo. Si registra solo un mio exploit, allorché Augusta Montaruli ebbe il suo quarto d’ora di celebrità da Santoro, ma giusto perché ai tempi dell’università era venuta alle mani con una delle mie amiche del cuore per questioni squisitamente politiche. La conoscevo bene, ma fu un caso isolato.
A. E lui te lo faceva pesare?
G. Mah, secondo me non era così fondamentale, era più un problema che mi ponevo io. Non mi ha mai dato dell’ignorante, almeno non in faccia.
A. Invece con (voi-sapete-chi, all’epoca disperso in Galizia e non reperibile per precisi accordi), di cosa ti vergogni?
G. In primis, film e libri. Li ingoia, non so cosa ci fa, ma per quanto uno ci provi sei sempre indietro. Anche sulla sottocultura è ferratissimo: conosce tutti i format televisivi degli anni ’80 e ’90, chi li ha ideati e che tipo di contributo hanno dato. Poi, la musica pop: ne sa tantissimo.
A. C’ha anche 10 anni in più. Ma poi scusa, sulle canzonette tu spacchi!
G. Sì, ma lui fa anche l’esegesi critica. E’ inutile, è troppo più bravo. Io anche sull’arte moderna sono scarsa. Sull’arte faccio schifo in generale, in verità. Musica classica, sono ignorantissima. Non guardo le serie, non leggo abbastanza giornali, ascolto radio decerebrate. Faccio bruttissime foto.
A. Non buttiamoci giù, noi parliamo diverse lingue. Non è mica da tutti, eh.
G. Ora che ci penso, ricordo i nomi delle vie di Torino, sono snodata e cucino abbastanza bene.
A. Vedi, vedi che su qualcosa sei ferrata? Che qualcosa di buono lo sai fare? Poi, c’è tutta la questione relazionale: noi siamo brave a chiacchierare e interessarci dei fatti degli altri, dare i consigli, rassicurare.
G. Hai ragione. Scusa, io qui sto dicendo tutto senza remore, ma la tua grande vergogna qual è?
A. La storia del ‘900. Il problema è che non solo non so dare opinioni su fenomeni o personaggi: è che proprio non so di cosa si parli. Tipo la perestrojka, che cos’è? Non lo so e mi sento tantissimo in colpa perché dovrei saperlo. Tu lo sai?
G. A grandi linee sì, vuoi che te lo spieghi?
A. Sarebbe bello. Facciamo domani, però, che c’abbiamo 6 ore di autobus.

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l’eredità degli antenati

Ogni tanto succede che la redazione di Soft Revolution mi lasci scrivere qualcosa. Questa volta, c’è di nuovo un mio antenato ma NO, non è la nonna della poesiuola. C’è anche un’amabile vecchietta che si chiama Anne Schützenberger, una psicologa (sempre lei!) e soprattutto una schiera di avi e progenitori con cui litigare.

illustrazione di Francesca Romano, che rappresenta gli antenati giudicanti

illustrazione di Francesca Romano, che rappresenta gli antenati giudicanti

Per leggerlo ed eventualmente dimostrare il vostro disgustato dissenso, cliccate qui: Voglio un genosociogramma sulla mia scrivania entro le 10. E magari iniziate a leggere assiduamente Softrevolution, che fa bene alla pelle.

PS I miei pezzi vengono puntualmente collocati nella categoria “disagi”. Facciamoci due domande.

il dilemma del porcospino

Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione. (Schopenhauer, Parerga e Paralipomena, II, 2, cap. 30, 396)

Non ci credo tanto alla storiella che gli eventi accadono quando smetti di volerli e ti metti in una condizione di indifferenza. Se non vuoi niente, quando accade qualcosa subisci sconvolgimenti, rischi di respingere la novità, stai male. Oppure stai benissimo, ma sostanzialmente perché sei ottenebrata e non ti rendi conto di quello che ti capita o delle conseguenze.

Io preferisco la serendipity all’imprevisto. La serendipity presuppone un’attitudine vigile, una tensione o una ricerca di qualche tipo; ma poi non ottieni quello che cercavi e ottieni altro. Quindi ti devi adattare, ma solo un po’ perché, con quello stato di vigilanza che avevi già attivato, mezzo lavoro è fatto. La serendipity più bella si ha quando parli con una persona pensando di ricevere qualcosa e invece, insospettabilmente, ottieni ben altro.

Sarà capitato anche a voi di avere un’amica tamarra (immaginatemi che canto questa canzone come Mina che canta ZumZumZum) e di pensare che, siccome non ha studiato né viaggiato, non abbia nulla da insegnarvi. Oppure che, in conseguenza di una vita semplice, di un marito piacevole come il nano di Twin Peaks (giustamente lasciato), di un lavoro manuale, non abbia una visione della vita matura e originale.

Vi sarà capitato di anche di arrivare a casa sua, sentirla raccontare del freddo che patisce facendo la magazziniera al servizio di una famiglia di cinesi negrieri (questo pare un doppio luogo comune con avvitamento razzista ma in realtà lo uso perché sono le top-keyords ricercate dai maniaci sessuali su Google) ma della soddisfazione che prova nonostante tutto, mentre voi belate ogni giorno le vostre disgrazie professionali in un ufficio angolare con 25°C costanti e il culo su una poltrona di pelle umana. Forse, però, non vi è mai capitato di sentirla argomentare il dilemma del porcospino di Schopenhauer meglio di Vattimo. Il tutto senza averlo mai neppure sentito nominare.

Mi piacerebbe trovare un nuovo ragazzo, qualcuno con cui passare il tempo, sai, stare vicini sul divano a guardare Amici il sabato pomeriggio. Ma anche per fare cose più attive, tipo andare a passeggiare la domenica in via Garibaldi (ndr: via pedonale torinese ricca di negozi pieni di poliestere, le cui insegne sono a loro volta ricche di Y e K -notoriamente le lettere più amate dai tamarri-), oppure fare la conserva di pomodoro quando torni dalle vacanze. Alla fine la cosa bella del matrimonio con (nome ex marito) era quella, condividere le cose. Era il mio sogno, quando stavo per sposarmi. Ti dirò che però, quando stavo con (nome amante venuto dopo il marito) un po’ m’è passata la fantasia (ndr: espressione riconducibile a “mi sono disillusa” o, in casi più gravi, a “mi sono caduti i coglioni”). Ci vedevamo pure poco, ma quando ce l’avevo tra i piedi per 2 giorni di seguito mi veniva da mandarlo a comprare CronacaQui (ndr pseudoquotidiano specializzato nel racconto romanzato di fattarelli di cronaca che coinvolgono solo immigrati) per stare un po’ da sola. Quasi quasi, quando se ne andava per tornare dalla moglie (ndr dettaglio omesso: era ed è ancora sposato) un po’ ero contenta. Ma sai cosa mi faceva scendere il velo nero? (ndr espressione traducibile come “mi faceva perdere il lume della ragione”). Che di notte andava a pisciare, e fin qui tutto bene, c’aveva 45 anni e si sa che gli uomini dopo un po’ non tengono 8 ore. Ma, per non svegliarmi, NON ACCENDEVA LA LUCE. Ma io, nel letto, me lo immaginavo che schizzava sul pavimento, che si grattava e spargeva peli in giro (ndr alla parola “peli”, fioriscono sguardi empatici da parte delle convitate), non riuscivo a riaddormentarmi e volevo ucciderlo. Ma poi il mattino, due baci e passava tutto.

La morale di questa storia è che, non importa se son peli o aculei, se ami uno devi imparare a conviverci. Per chi se lo chiedesse, non ero andata a casa della mia amica tamarra per fare un simposio sul Pensiero Debole. Io ci ero andata sostanzialmente per questa.

Fonte: www.dissapore.com

Autentica parmigiana bisunta con aggiunta di polpettine. Fonte: http://www.dissapore.com

cosa mangiamo per cena

Amore, io lo so che sono bassa e non ho i capelli corti né rossi. Mi spiace averti sempre accolto in casa con l’eleganza di un’insegnante di yoga in pensione. Ammetto anche la mia manifesta inferiorità musicale, letteraria e cinematografica. Però, scusa, tutte le vecchie canzoni che conosco a memoria? Anche quelle di supernicchia, con autori e anni, che sembro Valentina di Sarabanda.

Ah, è vero che ti dà fastidio questo mio mangiare troppo voracemente, con l’espressione da profuga cecena, ma io davvero ho sempre fame di tutto! Troppa mamma, troppo papà, dici? Anche troppi amici, troppi rapporti, sto sempre attaccata al telefono a sentire/scrivere/dare opinioni. Hai ragione, sono poca ambiziosa, ma lo sai che il lavoro per me sono solo altre 8 ore per sentire/scrivere/dare opinioni.

Sono una pessima sportiva. Anzi, te lo confesso finalmente, quando mi sono incrinata la costola cadendo dallo snowboard non era per il ghiaccio: è perché stavo facendo la splendida. Però sono forte e porto sempre i pesi da sola. Hai veramente intenzione di tirare fuori ‘sto fatto che compro gli oggetti inutili? Ma dai, non sono così attaccata alle cose! L’altra volta mi hai rotto il vaso dei marshmallow ma io mica me la sono presa. Se vuoi, il gatto giapponese lo butto, figurati, anche se mi dispiace perché a suo modo mi fa compagnia. Tac, tac, tac, tac.

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Mi è venuta una idea, sai? Ci compriamo una casa gigante, così ognuno ha la sua stanzetta dove possiamo stare quando non abbiamo voglia di avere nessuno tra i piedi. Nella mia mettiamo il gatto giapponese, nella tua il decoder così quando vuoi guardare le Juve, bestemmiare e intossicarti di liquirizie Haribo srotolate non ti senti in soggezione davanti a me. Anche il tuo computer nuovo. Anzi, prima imparo a usarlo io, che sono più brava, e poi ti insegno i trucchi.

Ti lascio anche un bagno tutto per te, così puoi disseminare peli come Pollicino e pisciare a ramengo, senza che io debba ripassare con la spugnetta. Ti taglio i capelli una volta al mese, ho anche la mantellina originale Kérastase. Ok, va bene, niente mantellina.

Fumo solo sul balcone, sono d’accordo anche io. Smettere proprio? Mi pare tu ti stia allargando. D’inverno teniamo 23 gradi, che tu ti ammali per un nonnulla. Starò in maniche corte, che problema c’è. Sul condizionatore mi permetto di insistere, però.

Nel soggiorno ci mettiamo il mio divano e la fonovaligia. Che bei regali inutili che ti faccio, eh! Servirà una libreria gigante: io su quella non risparmierei, però. Niente Ikea, oltretutto come bricoleur facciamo pena.

Ci vuole una cucina bianca e grande così se vengono le mie amiche ci chiudiamo lì dentro. Magari ogni tanto ti cucino un dolce. Con le mele, senza cioccolato. Non attaccare con le paranoie che ingrassi, massimo una volta alla settimana. Quando voglio io, quando me la sento. Non ti chiederò mai cosa mangiamo per cena.

sangue avversario

Ho scelto discipline sportive non agonistiche e fortemente individuali: il nuoto, ad esempio, in cui sono sola come una cagna bagnata a fare avanti e indietro per una piscina piena di sconosciuti zitti e altrettanto bagnati. Vado in orari poco affollati, mi guardo bene dal parlare con qualcuno. Mi sono creata una routine snervante e dei mantra motivazionali a mio uso e consumo (dentro di me c’è una ragazza magra che vuole uscire, dentro di me c’è una ragazza magra che vuole uscire, dentro di me c’è una ragazza magra che vuole uscire…). Ma anche lo yoga, in cui non si può parlare, interagire e non serve guardare come e cosa fanno gli altri perché altrimenti ti distrai e sbagli.

Non seguo sport, perché devo già comprarmi 8 cappotti a stagione, mica posso permettermi anche l’abbonamento allo stadio (in più se mi abbono a Mediaset Premium, mio padre mi disereda). Poi perché sono troppo partigiana e se per caso mi confronto con uno del Toro -poco importa che sia una delle mie migliori amiche- poi mi tocca dirgli che con la sua fede calcistica mi ci pulisco il culo: io voglio gli scudetti -che sono e rimangono 31-, voglio vincere prima della fine del campionato, andare in centro a guardare il pullman dei giocatori e urlare come una bestia di Satana.

Idem con la politica, in primis perché è schifosa e fa male alla pelle (semicit.). Poi perché finirei con il voler fare il despota illuminato e mi porterebbero alla neuro in preda a deliri di onnipotenza.

Sul lavoro cerco di fare del mio meglio ma senza morirne. Perché ci tengo troppo ad avere, alla fine della giornata lavorativa, un minimo di serenità e concentrazione per fare altro. Ma perché se mi lascio prendere, potrei cominciare a parlare come la figlia segreta di Gordon Gekko e morirei probabilmente nel mezzo di una vertenza sindacale.

Povera diavola, che pena mi fai: mi sono cullata nell’illusione di aver risolto il problema e invece ho sbagliato tutto. Avevo tralasciato Darwin:  l’homo sapiens è progettato per funzionare in economia. Non c’è niente da mangiare? Il corpo usa i muscoli e l’adipe per sopravvivere. Non c’è un avversario? La mente ne fabbrica subito uno con quello che trova. Che io sia una pazza furiosa assetata di sangue avversario, posso accettarlo o quanto meno occultarlo. Che voi-sapete-chi ironizzi su questo, ma sia in realtà molto più competitivo di me e che quando facciamo una partita a Taboo c’è un clima da Hunger Games, anche quello va bene. Ma che Brezsny mi faccia la morale, questo no.

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Paola Marella chi?????

Sto andando a vedere case, e non si tratta esattamente della cosa che più mi diverte. Devi scandagliare siti, giornali, cartelli stradali. Devi fare telefonate inquisitorie per scoprire se ci sono dettagli abilmente occultati nell’annuncio, tipo l’assenza di ascensore al settimo piano, la mancanza di sanitari, eventuali stanze cieche, ipoteche gravanti, omicidi consumatisi recentemente nel condominio, presenza di ectoplasmi.

Inizialmente facevo telefonate cordiali (Sì certo, conosco la zona, ci viveva il mio prozio buonanima, in effetti cercavo qualcosa d’epoca ma possibilmente non troppo da ristrutturare, ma certo la graniglia non ha niente da invidiare al marmo) ma nel giro di qualche settimana il tono è diventato secco e la conversazione langue. Ad esempio, prima chiedevo “Ci sono dettagli sull’appartamento che vuole anticiparmi e che magari non erano inclusi nell’annuncio?” mentre adesso chiedo “Forza, mi dica cos’ha che non va, che costa troppo poco”.

E allora vengono fuori i primi altarini. “La seconda stanza da letto ha dimensioni ridotte, diciamo. Lei vuole sapere se ci sta un bambino? Finché è piccolo sì, direi. Ma in fondo, signora, i figli arrivano se dio lo vuole (???????)“. “Ecco, in verità non ha balconi, ma solo finestre. Grandissime, però. Gli infissi sono da sostituire ma che vuole, signora, mentre si ristruttura uno rifà tutto tanto i soldi sono tuoi, no?”. “Ah mi ero dimenticata di dirle che è una nuda proprietà. Ma l’attuale usufruttuaria ha 95 anni quindi praticamente ci siamo“.

Se e solo se non sono riuscita a farmi confessare nulla di gravemente impediente al telefono, fisso un appuntamento per il sabato mattina, l’unico momento in cui io e voi-sapete-chi possiamo esserci entrambi. Ormai sono una professionista e ci attestiamo sulle 8 visite in 4 ore, il che, moltiplicato per 3 settimane, fa 24 case (Paola Marella chiiii?) di cui almeno la metà condito da conversazioni surreali. 

Come vede qui c’è un controsoffitto (un pezzo di rivestimento contestualmente si stacca e cade nel collo del mio cappotto buono), che si può tranquillamente rimuovere per guadagnare altezza e riportare in luce i soffitti a volta. E se siamo fortunati magari son già bell’e che dipinti! (dall’uomo di Cro-magnon direi, vista l’età del condominio)

Mi chiede come mai non ci sono i termosifoni? Perché la casa non ha impianto di riscaldamento. Per questo sull’annuncio c’era scritto autonomo: se qualcuno si prenderà la briga di crearlo, si tratterà di un impianto autonomo. Mi chiede se l’appartamento è vuoto perché i proprietari sono morti assiderati? Ma no, si scaldavano con quella (indica una minuscola stufa a legna collocata nel mezzo del corridoio, tipo altarino votivo, e che gli inquilini usavano per scaldare 140 metri quadrati nell’inverno torinese).

“Mi chiede se è buia? Ma no, dai. Diciamo che non è particolarmente luminosa, ma che vuole, è un primo piano. Per guadagnare luce potrebbe unire due stanze buttando giù un muro portante e inserendo una putrella. Ne fanno di carine, anche a vista.” (Questa è la mia favorita: insieme a “mocetta”, “putrella” è la parola al mondo che mi fa più ridere e quindi cerco di fargliela dire di proposito.)

Per ora, tanti ruderi e nessun risultato. Anzi, no, qualche cosa di positivo c’è: mi sono resa conto che ormai siamo sinergici e rodati. Una coppia squadra caratterizzata da un’equa distribuzione di lavoro e responsabilità.

Alla sottoscritta, spetta fissare gli appuntamenti. Fare toc-toc sulle pareti per capire se sono portanti o meno, verificare se per caso incidentalmente sotto la moquette c’è un parquet di legno massello, stimare il tasso di marcescenza degli infissi, raccogliere e archiviare le planimetrie: sono compiti miei. Sorridere all’agente -nonostante mi si chiami insistentemente e ripetutamente “signora”- tocca a me.
Lui invece deve chiedere se si può mettere il motorino in cortile, e fingere di segnarselo su una Moleskine.

ma vai a cagare, va'

ma vai a cagare, va’

donne milionarie svogliate

Ho recentemente visto due film che si reggono su figure di donne svogliate. “Blue Jasmine”, dove una Cate Blanchett bellissima si dispera per la fine del suo miliardario matrimonio e cerca senza successo di rifarsi una vita sulla West Coast. “Il Capitale Umano”, in cui una Valeria Bruni Tedeschi bravissima cerca di distrarsi da una pigra e ricca vita di provincia acquistando e ristrutturando un teatro -anche qui con esito negativo-.

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Vorrei compatirle, vorrei pensare che le loro vite sono prive di senso, che sono improduttive e questo senso di inutilità ha irrimediabilmente avvelenato le loro vite. Che la forzata inattività ha inficiato la loro intelligenza e sono pertanto incapaci di apprendere, darsi da fare, aggredire i problemi alla radice. C’è uno stereotipo secondo il quale se non lavori e non fai nulla di economicamente remunerato, allora sei tendenzialmente condannato ad essere infelice.

Un altro per cui, se all’interno di una famiglia la donna non contribuisce economicamente al ménage pur avendo le capacità e le possibilità materiali per farlo, allora è una mantenuta. Pare che si sia legittimate e non lavorare se si ha un minimo di 3 figli in età prescolare; in caso contrario, la non-lavoratrice va guardata con sospetto. Ma quale sospetto, porco il demonio, quale sospetto???? Io provo solo invidia. E’ terribile sentirsi intimamente chiamate ad una vita pigra e lenta, ed essere condannata a dover correre come un criceto sulla ruota ed essere perennemente in ritardo su tutto, inadempiente, superficiale. “Ma come, questa iperattività non ti fa sentire viva?” “No. Mi fa sentire stanca”.

All’idea di scrivere le mie giornate da capo ogni mattina, inizio a sbavare copiosamente. Perché io non sarei affatto inutile, capite? Prima di tutto, sarei una moglie da sogno: ricevimenti, cena, tè pomeridiani, show di cake design. Io darei finalmente all’economia domestica la dignità di scienza. Ovviamente, sarei una madre presente e attenta, ma non ansiosa né -giammai- ansiogena, visti tutti i libri di pedagogia letti nel tempo libero. Diventerei colta e interessante, perché leggerei, andrei alle matinée teatrali e al cinema. Sarei più carina: andrei dal parrucchiere e dall’estetista con regolarità. Avrei un culo di marmo, perché andrei quotidianamente a nuotare, a yoga, a correre. Darei finalmente sfogo alla mia creatività: mi comprerei una Singer e tirerei fuori certi scamiciati che Jo March levati proprio. Sarei molto buona, perché insegnerei l’italiano agli stranieri e aiuterei mille enti benefici. Quale Onlus sceglierei? Ma questa, che domande idiote. Ma soprattutto riuscirei a concentrarmi e scrivere qualche post interessante dotato di senso, invece di raffazzonare quattro stupidaggini in pausa pranzo mangiando una barretta Pesoforma.

C’è qualcuno che nutra fiducia nel mio senso critico? Nessuno? Va bene, due parole sui film le metto comunque.

-Siccome normalmente trovo Virzì assai banalotto, sono stata felice di vedere un film veramente triste, dove si ride poco e comunque al solo fine di non piangere. Ad esempio, per quanto è coglione il personaggio interpretato da Bentivoglio. Non mi piace quasi mai il modo in cui il cinema italiano racconta i teenagers, ma per una volta tanto direi che il ritratto del liceale figlio di papà brianzolo è ben riuscito. Speriamo anche che l’esordiente Matilde Gioli, la prossima volta, interpreti una donna e non un’adolescente visto che ha 24 anni, è brava e soprattutto è una figa imperiale.
-Cate Blanchett è talmente bella e brava -frigida, diciamolo- che risolleva il film ma purtroppo non basta giacchè la storia langue e il tema che mi interessava -il rapporto tra sorelle- passa in cavalleria rispetto ai suoi deliri da Xanax. Inoltre, siccome si assiste ad una proposta di matrimonio che va a monte pochi secondi prima che lei si scelga l’anello, comprenderete che preferisco non parlarne, quanto meno per scaramanzia.

sul far l’amante

Il desiderio inconfessabile e recondito di ogni blogger è che tutti gli essere umani dotati di connessione Internet passino il loro tempo libero a leggere i suoi post, chiedendosi quale articolata mente li abbia mai partoriti, ridendo sguaiatamente delle sue trovate, augurandosi fortemente di conoscerla e magari toccandosi pure un pochino. Pensandoci bene, nel mio caso, sarebbe d’aiuto piantarla di scrivere di mia nonna, del metodo di preparazione della marmellata di uva fragola e delle lettere anonime indirizzate a mio padre per affrontare finalmente argomenti succulenti, generare dibattiti, dividere l’opinione pubblica, provocare reazioni.

A ben pensarci, anche un dominio meno sfigato avrebbe agevolato. Dovevo scegliere un nome evocativo tipo “ilcovodellevogliose”, invece di Gynepraio, una parola che sa subito di rovi, problemi e malattie veneree. E’ stata molto più lungimirante l’autrice del neonato www.sexandtheciturin.wordpress.com, che si vince una bella marketta per il suo post sui triangoli amorosi e per la capacità di risvegliare ricordi di quel breve periodo della mia vita in cui facevo l’amante e mi vergognavo come una merda su un cuscino di broccato.

Succede anche nel Gynepraio di innamorarsi di uno già fidanzato. Di frequentarlo, essere a conoscenza della situazione, darsi una data limite, cercare ostinatamente segnali del loro imminente scoppio, ovviamente non trovarne manco uno e quindi inventarseli di sana pianta, rosicare rosicare rosicare, lasciare perdere che non si può andare avanti così. Periodiche ricadute, chiedersi come sarebbe se, ancora rosicare rosicare rosicare. Chiedere una presa di posizione, non ottenerla, chiudere definitivamente. Fare un viaggio, rinsavire.

Sono stati mesi di alti e bassi, in cui l’unica costante era il pensiero per la sua ragazza ufficiale. Non avevo manco la soddisfazione di dire “Che ci troverà mai in quella?”. Carina, conferma Facebook. Con un curriculum stratosferico, dice Linkedin. Addirittura simpatica, di buon cuore, tenera, innamorata, sostengono comuni conoscenze. Ce n’era già a sufficienza per sentirsi male, no?

No. Avevo pronta anche la SCENEGGIATURA. Lei che lo accoglieva a casa dopo che lui era uscito con me, che gli chiedeva amore come stai. Che gli lavava le camicie, quelle che metteva per uscire con me. Che si sedeva sulla stessa auto su cui il giorno prima stava il mio culo. Probabilmente senza dubitare della sua buona fede. Mi sentivo malevola. Ma non come quando nelle ultime file della chiesa critichi l’abito nuziale della sposa, o quando fai affermazioni snob sui gusti musicali altrui. Nemmeno come quando dici “poveri negretti” guardando i bambini africani con la pancia gonfia mentre addenti un krapfen.

Perché intimamente non riesco a immaginarmi morente di fame in Darfur, ma ci metto 3 secondi netti a pensarmi in cucina, a fare una zuppa di farro per quando il mio compagno tornerà a casa affamato. Sorridente, serena e cornuta. Mi sono anche immaginata -per nulla sospettosa, come me- a scoprire tutto. Delusa, tradita, stupida. A chiedermi come possa un’altra donna un altro essere umano essere così superficiale da non capire che le sue azioni hanno delle ripercussioni sulla mia vita. Che mi sta facendo deliberatamente soffrire. Desiderare tutto il suo male, perché tra me e lui ci sono cose grandi che vanno salvaguardate e può trovare modo di rimediare al suo errore, mentre tra me e lei non c’è niente.

Ecco, cosa penso del fare l’amante. E neanche stavolta sono riuscita a usare quelle parole che agevolano Google nel trovarti. Non vogliatemene, le metto tutte qui: cazzo, culo, figa, stretta, larga, pelosa, tette, grandi, pompino, scopare, nani, pecorina, milf, brunette, ragazze asiatiche vogliose, ingoiare, leccare, succhiare, squirt, pioggia dorata. Baci a tutti (ma questo a Google non interessa).

velocità di crociera

Sapevo che il processo di invecchiamento imborghesimento dei miei genitori avrebbe raggiunto sempre nuove e raccapriccianti vette. Si sono comprati il navigatore satellitare. Addirittura un Blackberry tablet, negli ultimi giorni. Prendono gli Omega3.

All’appello mancava solo lo sdoganamento finale, l’esperienza massima, sì, proprio lei: la crociera ai Caraibi. Una settimana. Partono sabato da Fort Lauderdale. Solito giro. Tanti sorrisi, personale di servizio col grembiulino bianco, specchi ovunque, passerelle rosse.

Quando me l’hanno comunicato, ho fatto uno sforzo immaginativo fortissimo cercando di figurarmeli a bordo. Niente, non mi riesce di pensare a due persone meno idonee. E in effetti, lo riconoscono anche loro.

errori di digitazione  imputabili all'ansia da partenza

errori di digitazione imputabili all’ansia pre-partenza

Mi sono ricordata che avevo messo da parte una citazione tratta da “Una cosa divertente che non farò mai più”, del solito Foster Wallace, reportage di una crociera ai Caraibi effettuata dallo scrittore, imperdibile perché altamente istruttivo oltre che esilarante (qui un assaggio). Questa citazione non me l’ero appuntata per farci un post, ma per leggerla ogni tanto come un mantra. Per ricordarmi:
-da dove vengono l’ossessione per l’ordine e la pulizia
-il labile confine tra caretaker e maniaco
-allarmarmi se mi dicono “sei un’ottima padrona di casa”
-che tipo di moglie non voglio essere
-che brava madre è la mia (anche se sta inspiegabilmente andando in crociera)
-mai fare una crociera.

Ma ora che ci penso, è il contrappunto a questo post di lunedì, in cui si parlava dell’importanza dei gesti gratuiti di amore verso il prossimo. GRATUITI, APPUNTO.

“L’invisibile, maniacale, donna delle pulizie fornisce l’esempio più chiaro di quanto sia raccapricciante tutto questo. Perché, a pensarci bene, non è esattamente come avere una mamma (…): una mamma ti pulisce la camera perché ti vuole bene -sei tu il centro, sei tu in qualche modo il vero fine delle pulizie. Sulla Nadir, invece, una volta esaurito il senso di novità e di comodità, comincio a scoprire che tutta questa cura fenomenale non ha niente a che fare con me. Ed è stato particolarmente traumatico rendermi conto che Petra pulisce la cabina 1009 in modo così straordinario semplicemente perché ha l’ordine di fare così. (…) Infatti mi avrebbe pulito la cabina in modo altrettanto straordinario anche se io fossi stato un coglione. (…) Voglio dire, se il viziare, se la gentilezza radicale non sono motivate da un affetto forte e quindi né ti danno la certezza né ti aiutano a rassicurarti che insomma non sei un coglione, quale profondo e significativo valore vuole avere tutta questa condiscendenza e pulizia? (…) La sensazione non è molto diversa da quando siete ospiti a casa di qualcuno che fa cose come intrufolarsi la mattina per rifarvi il letto mentre siete sotto la doccia, vi piega i panni sporchi o li mette in lavatrice senza chiedervelo prima, vi svuota il posacenere dopo ogni sigaretta che fumate, eccetera. Per un po’, una padrona di casa del genere vi sembra fantastica e vi sentite curati, apprezzati, rassicurati e degni. Ma dopo un po’ cominciate a intuire che la padrona di casa non si comporta così per affetto o riguardo verso di voi, ma più semplicemente obbedisce agli imperativi di qualche sua nevrosi personale che ha a che fare con la pulizia domestica e con l’ordine…e questo significa, visto che obiettivo e oggetto finale della pulizia non siete voi quanto la pulizia e l’ordine in sé, che la vostra partenza sarà per lei un sollievo.”

cara dea della condivisione

Cara dea della condivisione, ho pensato che fosse arrivata l’ora di scrivere anche a te. Riconosco di averti volutamente malcagata per anni, per prostrarmi su ben altri altari. In primis,  il gran dio dei cazzi propri, virile divinità misteriosa che tutto può e dalla quale ci si rifugia quando non c’è nessun altro da implorare. Lo ammetto, è un tipo individualista ma in molti casi ha saputo esaudire i miei desideri. Dea della condivisione, hai poco da fare quella faccia da disappunto&delusione. Non si sputa sui desideri degli altri. Anche su un buco di casa che sembra la pagina Pinterest di Lindsay Lohan, governata da un severo principio di entropia: se compro un paio di scarpe deve uscire una pentola, se compro una pianta deve uscire il portaombrelli, se compro un tavolino devo uscire io.Desktop32

Neanche su un go-kart rosso erroneamente immatricolato come autovettura, che mi ha costretta a impietose cernite degli amici: sei basso e magro, va bene entra pure. Sei basso e grasso, entri ma non respiri. Sei alto e magro, entri ma ti sdrai dietro. Sei alto e grasso, ti chiamo un taxi, ciao.

Oppure certe serata pigre e polverose in casa, a fumare sul divano e guardare serial televisivi da signorina. Una raccomandabile dieta composta di sole schifezze. L’ascolto indefesso e reiterato di musica trash. Certe playlist disdicevoli che Dio benedica l’opzione sessione privata di Spotify. “My Favorite things” facendo colazione, “La notte vola” per il make-up, “In fondo al mar” in doccia.Desktop36

Viaggi  lunghi, low budget, mezzi pubblici e soprattutto miliardi di fermenti lattici. Cene, brunch, feste, aggiungi un posto in tavola che c’è un amico in più se sposti un po’ la seggiola, il tavolino, il divano, il portaombrelli, la pianta stai comodo anche tu.Desktop34

Abitudini domestiche, cause necessarie e sufficienti per immediato TSO. Girare per casa 2 ore con i capelli impastati di impacchi nutrienti e maleodoranti, alzarmi all’alba per andare in piscina mezza addormentata così non si sente la fatica (???), estrarre tutte le scarpe per il rilassante rito della lucidatura. Fare il letto con 8 cuscini, non uno di più e non uno di meno. Salutare sempre con ossequiosa riverenza il gatto giapponese, se no si offende. Fissare la sveglia alle 06:06 oppure alle 07:07 perché la doppia ora stimola gli eventi sincronistici e provateci voi miscredenti a dire il contrario.Desktop35

Si vede che  devo averla puntata bene quella sveglia, perché sono successe cose, sollevati dubbi, dette parole, fatte domande, accettate proposte. Niente, cara dea della condivisione, sono qui a chiederti aiuto perché al gran dio dei cazzi propri non ho più granchè da dire. Tra l’altro, mi han riferito che non accetta più supplicanti con un anello sbarluccicante al dito.

PS Cara dea della condivisione, se vedi la dea della convivenza, potresti riferirle un messaggio da parte mia? Che io nel 2008 le avevo mandato una raccomandata e mi rispose, grazie mille gentilissima, ma trovai il suo atteggiamento un po’ formale. Ripensandoci, non avevo bisogno di tutta quella burocrazia e avrei preferito qualche suggerimento amichevole. Dille di non risentirsi se stavolta ho preferito scrivere a te; me l’ha consigliato Pinocchio non c’è più, dice che con te si è trovato bene.

la libertà del tipo più importante

Sono in pensiero per Bersani, come lo sarei per un nonno. Sappiate che io non ho mai regalato il mio voto a Renzi. Anzi, dopo che è andato dalla De Filippi col giubbino di Tony Manero, ecco, gli avevo già tolto anche il beneficio del dubbio.

Gli sono però grata, perché due illuminazioni della mia vita sono legate a lui. Nel lontano novembre 2010, il mio di allora fidanzato decise di prendere parte a “Prossima fermata Italia”, la prima convention-pro-rottamazione della Leopolda di Firenze. Eravamo molto in crisi ed io, per una volta tanto, dissi a chiare lettere che non ci volevo andare. Che un segretario con i difetti di pronuncia non lo volevo, che a Firenze c’ero già stata, che la nostra tartaruga di terra stava andando in letargo e c’era bisogno che uno di noi la aiutasse a scavarsi la tana sotto terra, che quel weekend a Torino c’era Paratissima e dovevo fotografare le installazioni dei frigoriferi in cui la mia ex-azienda faceva product placement. Tutte cose vere, per carità, anche se in realtà avevo solo bisogno di stare sola 2 giorni e decidere il da farsi. Lui insistette un po’, poi partì. In quei giorni vagai tantissimo, piansi, dormii da sola per la prima volta in 3 anni. La settimana seguente l’ex fidanzato, meno vile di me, colse il renziano suggerimento e mi rottamò.

La seconda volta è stato lo scorso dicembre, in occasione del discorso di insediamento, quando ha menzionato un breve passo del discorso “This is water”, che David Foster Wallace tenne dinanzi ai neolaureati 2005 del Kenyon College. E’ un discorso confezionato ad arte, per rassicurare gli studenti sull’utilità del loro percorso accademico. Per convincerli che la loro educazione umanistica è uno strumento per essere più felici del consumatore medio americano. Ma soprattutto è un trattato illuminante sulla libertà, scritto per chi vaga ramingo nella selva oscura dei rapporti umani.

Ora, non c’è bisogno di chiamarsi Papillon e farsi 20 anni di penitenziario in Guyana per capire quanto la libertà sia preziosa. Ma la prigionia più subdola è quella della nostra “configurazione di base“, che ci porta e vivere “una vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle nostre teste“, “profondamente e letteralmente centrati su noi stessi“, “unicamente, completamente, imperiosamente soli”. Il senso di una educazione umanistica è proprio vedere in un modo nuovo “la noia, la routine e la meschina frustrazione“, che costituiscono una grossa parte della nostra vita, e rendere l’esperienza dell’uomo occidentale “sacra, ispirata dalle stesse forze che formano le stelle: amore, amicizia, la mistica unità di tutte le cose fuse insieme“.

La libertà più importante non è essere soli, ma è amare. “Vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificanti e poco attraenti”.

Buon 2014 a tutti, e che nessuno si senta solo.

the best has yet to come

the best has yet to come

PS Il mio ex-fidanzato, nel weekend della Leopolda, conobbe colei che ora è la sua fidanzata. Se ci penso, segretario o no, Matteo Renzi ha già cambiato la vita a molti italiani.

la nonna e la poesiuola

Avevo promesso, in questo post, che avrei fatto recitare a mia nonna la poesia di fine anno. Pensavo occorressero 27 zuccherini digestivi alla cannella per farle superare il blocco da telecamera, come accade alle partner di Rocco Siffredi prima delle riprese. Invece, ho scoperto che la vecchietta aspettava da 85 anni il suo quarto d’ora di celebrità perché si è ravviata l’argentea chioma, si è schiarita la voce e ha recitato come se non ci fosse un domani. Era troppo bella per tenermela per me e non aggiungerci qualche stupida riflessione a margine.

L’anno vecchio se ne va e mai più ritornerà. La breve pausa che la nonna ci regala a questo punto non è casuale né dovuta a mere ragioni di metrica. Prendere coscienza che il tempo trascorso non ci verrà reso non è banale e richiede tempo. Ma se (come me, come la nonna e come il Maestro De Gregori) siete tentati di crogiolarvi nei ricordi per non andare avanti, potrebbero esserci risvolti piacevoli. Infatti, domani ci accorgeremo che non ritorna mai più niente, ma finalmente accetteremo il fatto come una vittoria.

Io gli ho dato una valigia di lezioni fatte male, di bugie, di impertinenze, di capricci e disubbidienze. Ma anche di inadempienze, intemperanze, lagnanze, ambivalenze. E perché no, incoerenze e sgradite incombenze.  La valigia è già troppo piena? Beh, dai, le impertinenze me le riprendo e lascio le odiose flatulenze. Le speranze e soprattutto la scemenze me le tengo, non le mollo manco morta.

e gli ho detto: “porta via, porta via, questa è tutta roba mia”. A questo punto, forse ingannati dalla breve pausa della nonna, o più probabilmente per la mancanza di fiducia nelle doti mnemoniche della stessa, i commensali hanno creduto che l’esibizione fosse conclusa e si sono prodotti in un applauso, da me sedato all’urlo satanico di DEVE FINIRE. Mancava la chiosa, il cosiddetto “sguardo limpido sul futuro”.

Anno nuovo, avanti avanti, ti fan festa tutti quanti. La nonna sottolinea il verso con un invitante cenno della mano. Siete tra i fortunati che andranno a sentire 12 ore di Gigi d’Agostino alle Rotonde di Garlasco? Orsù, siete ancora in tempo in quanto non vi è obbligo di prenotazione ripeto non sussiste obbligo di prenotazione. Siccome ho tutte le intenzioni di recitare in un horror dal titolo “Il pigiama ti fa bella”, ho pianificato un Indiano Take Away con il-morigeratissimo-e-pressoché-astemio-voi-sapete-chi. Tandoori permettendo, arriverò sveglia al discorso del presidente. 

Tu la gioia e la salute porta ai cari genitori, dei parenti e degli amici rendi lieti tutti i cuori. La cosa più sorprendente di questa poesiuola è che non si chiede niente per sé, ma solo per le persone amate. Mi permetto quindi di scendere nello specifico, metti che l’anno nuovo si confonda. Allora: per mia madre e mio padre, rispettivamente, 20kg e 20 sigarette in meno; per mia cugina, una repentina riforma burocratica dell’ufficio complicazione-adozioni-semplici di Bogotà; infine, chiedo un cuore di riserva per le mie amiche cui è stato ingiustamente spezzato. Io ci ho pensato davvero, ma non voglio niente di più di quello che ho. Se si escludono 20.000 followers, ma questa è un’altra storia. Che sia un anno meraviglioso per tutti.

PS Per chi volesse saperne di più sulla gioconda vecchietta del video, qualche dettaglio sulla sua poliedrica personalità lo trovate qua, qua e qua

Come Pippi

Cosa fa una nei giorni di ferie che la separano dall’inizio di un anno nuovo? Legge i libri che da mesi accantona alla ricerca della concentrazione? Pulisce la casa? Va a correre nel parco per smaltire quei 750g di crema-al-mascarpone-ma-senza-pandoro-che-sei-matta-io-mai-carboidrati? Figuremose. Si stilano LISTE.

Ho pensato che nel 2014 voglio essere disciplinata, saggia e forte. Ma non voglio essere rigida, saccente e violenta. Voglio essere come Pippi.

DISCIPLINATA.
“Ma allora chi ti dice quando devi andare a letto, di sera, e cose simili?” – chiese Annika.
“Me lo dico da sola – spiegò Pippi – dapprima con le buone, e se non obbedisco, in tono che non ammette repliche, e se continuo a non voler obbedire, allora finisce a sculacciate.”
Non si può dire che per Tommy ed Annika il concetto risultasse del tutto chiaro, pure pensarono che doveva essere un buon sistema.

pippi_letto

disciplinata

SAGGIA.
“Perché dovrei andare a scuola?”
“Per imparare tante belle cosine”.
“Che tipo di cosine?” si informò Pippi.
“Tutto ciò che è possibile imparare” spiegò il poliziotto: “una enorme quantità di nozioni utili, come la tavola pitagorica, per esempio”.
“Me la sono cavata perfettamente per ben nove anni, anche senza bisogno della tavola piragotica” disse Pippi; “e posso continuare nello stesso modo”.
“Sarà, ma immagina quanto ti peserà la tua ignoranza: pensa se, quando sarai grande, qualcuno ti chiederà qual è la capitale del Portogallo e tu non saprai rispondere!”
“Certo che saprò” esclamò Pippi. “C’è un’unica risposta per un tipo simile: se proprio muori dalla voglia di sapere come si chiama la capitale del Portogallo, per amor di Dio, scrivi subito in Portogallo, e te lo sapranno dire”.
“Ma non pensi che ti sentiresti un po’ mortificata, a non saperglielo dire tu stessa?”
“Può darsi” disse Pippi. “Può darsi che mi capiti di rimanere sveglia fino a tarda notte a furia di chiedermi: ma come diavolo può chiamarsi la capitale del Portogallo? Del resto, ognuno ha le sue preoccupazioni” concluse, e si mise a camminare avanti e indietro sulle mani.
“Del resto, sono stata a Lisbona col mio papà” aggiunse, continuando a spostarsi con la testa in giù e le gambe in su, perché, tanto, riusciva benissimo a discutere anche così.

saggia

saggia

FORTE
Pippi era davvero una bambina straordinaria. La cosa più eccezionale in lei era la sua forza; era così tremendamente forte, che in tutto il mondo non esisteva un poliziotto che fosse forte quanto lei. Poteva benissimo sollevare un cavallo, se appena lo avesse voluto.
forte

forte

è natale, è natale, si può darla di più

Per questo Natale, io vorrei che tutti facessimo un uso spregiudicato, spropositato, esagitato del nostro corpo. Che fossimo generosi di noi stessi, senza risparmiare le energie fisiche per nobili scopi come potare la siepe o lavare i vetri.

Che diventassimo poliglotti e apprendessimo tutti i linguaggi, verbali e non, per dire alla nostra persona quanto è importante, sviluppando la capacità di leggere tra le righe.

Perché solo nei momenti di abbandono e intimità  escono le parole che alla luce del giorno rimangono acquattate come gufi. Mangiamo, beviamo, scartiamo pacchi. Ma poi, per favore, tutti sotto le coperte a ripassare il dizionario del materassi e la grammatica dell’alcova.

Gli aggettivi qualificativi, quelli pregni di significato: come bella e bravo. Quelli possessivi, che sono dichiarazioni di intenti: mia, tuo. Gli avverbi, perché i modi contano quanto i contenuti: bene, sempre, così, fortetanto, di più, ancora.
E soprattutto, milioni di vocali. Quelle che Mike vendeva a peso d’oro ai concorrenti de La Ruota della Fortuna.

Buon Natale a tutti

Buon Natale a tutti

natale non sarà natale senza regali

“Natale non sarà Natale senza regali”, borbottò Jo, stesa sul tappeto. (Piccole Donne)

Jo, io l’ho capito che sei triste, che tuo padre sta al fronte. Che ti senti tagliata per scrivere romanzi e invece ti tocca fare la badante a zia March. Che volevi nascere uomo per fare l’esploratore e invece sei una signorina della Pennsylvania Orientale. Che tra un po’ ti muore la sorellina favorita. Ci sta questo pessimismo. Ma credimi, da quando ho smesso di fare i regali di Natale sto meglio.

Il mio unico grande regalo se lo becca lei: la bambina senegalese verso la quale ho incanalato il mio istinto genitoriale tre anni fa, insieme ad un caro amico. Me l’hanno scelta i ragazzi di Renken Onlus sulla base di alcuni importanti criteri: è infatti una delle creature più ribelli di Malika, come si evince dall’espressione da riformatorio di Mary per Sempre. Son già preoccupatissima, che a settembre andrà a scuola e dio solo sa quante sgridate si prenderà, per via di questo caratteraccio. Timori a parte, quest’anno ho riconfermato la mia scelta anche perché, in virtù delle mie conoscenze presso i piani alti di Renken Onlus, ricevo periodiche e dettagliate informazioni sulla sua quotidianità. Fatelo anche voi.

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A tutti gli altri, ho pensato di regalare del tempo. Quello necessario a scrivere a mano una lettera o un biglietto personalizzato. Del tipo grazie per essere così, ti auguro questo, vorrei che insieme facessimo quell’altro (pensavo di scriverne 3 o 4, ma poi mi è partita la mano e ne sono usciti 25: si vede che avevo tante cose da dire). A quelli cui spetta un dono di rappresentanza, regalo degli zuccherini digestivi prodotti e confezionati da me. Che hanno fatto la gioia di molti. La colf, ad esempio, credo se li sia subito ingollati tutti -incluso l’alcol a 95° e la stellina di anice- perché venerdì mi ha lasciato un ringraziamento strappalacrime sgrammaticato e tremolante, ha pulito demmerda e si è scordata di bagnare le piante.

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biglietti natalizi e zuccherini digestivi made in Gynepraio

Ma non bastava il pensiero? Assolutamente sì. Ad esempio, a voi-sapete-chi ho preparato un pentaregalo così cervellotico e simbolico che per pensarci e partorirlo ho speso più ore che euro. E NON HO ANCORA SCRITTO IL BIGLIETTO.

La biscottiera

P. Qualunque cosa succeda, non dire mai mai mai alla mamma che un cibo ti piace.
G. Perché, papà?
P. Perché in quel caso, si dimenticherà sistematicamente di comprartela. Che vuoi, è fatta così. Quindi: se a cena c’è la parmigiana di melanzane, cosa dirai?
G. Mmmmmh, che buona la parmigiana, è il mio piatto preferito!
P. No, figlia mia, te l’ho appena detto: devi mangiare e stare zitta.
G. Ah, già, scusa papà.

Mia madre è una donna eccezionale, bionda, simpatica e tettona, anche perché ha un cuore enorme. Però sul fronte dell’approvvigionamento alimentare, ha un grosso limite: fa la spesa là dove si trova, non è abitudinaria e deve ogni giorno cucinare cose diverse. Siccome mi gioia es tu gioia, dinanzi ad un apprezzamento gongola sinceramente per aver fatto la cosa giusta: ricordiamoci che ha sposato un uomo convinto che le soddisfazioni ed i riconoscimenti son denari che van spesi con dovuta proprietà (semicit). Finita l’effimera euforia da complimento, rimuove freudianamente l’accaduto e smette di comprare e cucinare ciò che ti piace. Accade con il pane, la mortadella, l’insalata russa, il crudo (insomma, tutti i cibi favoriti di mio padre).

A me, accadeva con i biscotti. C’è in casa dei miei genitori questa scatola di latta, che esiste almeno dal 1982 perché non ne ricordo altre. Veniva e viene estratta tutti i giorni e, secondo l’ispirazione materna, partoriva frollini, petit, pasticceria secca. Nessuno di essi mi faceva impazzire, nel senso che non era mai quello che volevo. Che per inciso erano le gocciole.

biscottiera

Ma, una o due volte l’anno, produceva un miracolo. Nel corso del tempo, si accumulava sul fondo della scatola un mix di briciole, zucchero, granella di mandorle, uvetta, pepite di cioccolato. Insomma, avanzi. Questo mix, versato nel latte (non intero né caldo: ma che ve lo dico a fare?) generava una merenda deliziosa. Una specie di zuppetta da svezzamento, dolce, tiepida, confortante. Al massimo una o due volte l’anno.

Di colpo rivalutavo tutti quei biscotti di cui mi ero lagnata nei mesi precedenti. I savoiardi, figli di papà buoni a nulla. Granturchese, gonna tartan e nervi fragili. Macine, spocchia presuntuosa da eterne uscite con buco. Galletti, sciovinisti per definizione. Abbracci, coppia mista ante litteram. Tarallucci, scemi del villaggio. Gingerbread, inspiegabilmente già diffusi in casa mia prima che lo zenzero diventasse il nuovo prezzemolo. Pavesini, assenza di nerbo e ironia. E ancora loacker, ringo, grancereale, ritornelli, orosaiwa. Anche gocciole, ma veramente poche.

La biscottiera di mia madre è allegoria del mondo, dove anche le persone peggiori hanno qualcosa da dare, ma quelle speciali s’incontrano di rado.  E’ metafora della vita, in cui l’attesa paziente viene ricompensata da un piccolo miracolo.

Guardando questa foto di ieri, mi rendo conto che la biscottiera è anche la dimostrazione che persone non cambiano mai, mia madre in primis.

In casa dei miei genitori non è cambiato nulla

Come nelle migliori tradizioni

disdicevoli

Tutti abbiamo letto e comprato libri disdicevoli. Sono sicura che se andassi a casa di Baricco e mi mettessi a ravanare nella sua libreria -una Enzo Mari?- troverei anche lì dei titoli vergognosi, collocati ad arte ripiano più alto. Sono sicura che se una persona in visita gli chiede “Ale, ma cosa ci fa “Il grande Boh” di Jovanotti lassù?”, il nostro scuote i riccioli tutto imbarazzato e gli risponde “Figurati, mica l’h0 letto, me l’ha regalato il giardiniere un po’ di anni fa.”

Secondo me anche Paolo Giordano, nella sua libreria -una Billy Ikea?- ha almeno un libro di Fabio Volo, regalatogli da una fidanzata del liceo. Vi ho mai raccontato di quando abitavo nella mia casa vecchia e ho scoperto che Paolo Giordano sarebbe andato a vivere nell’appartamento a fianco, allora con la complicità del direttore lavori che gli seguiva la ristrutturazione sono andata a perlustrarlo? Non sono una stalker morbosa, volevo solo vedere se aveva scelto un pidocchioso parquet industriale come il mio, ecco. Sta di fatto che quando Paolo Giordano vi  si trasferì, decisi di accoglierlo con tutti i crismi, facendo una retromarcia delle mie e mancandolo per un pelo.

a ognuno la sua libreria

a ognuno la sua libreria

Quando voi-sapete-chi ha trovato nella mia libreria questi 2 imbarazzanti volumi, mi sono improvvisamente ricordata perché erano lì. Guarda caso, me li avevano proprio regalati.

GYNEPRAIO VS BLATTE. Il mio primo appartamento cittadino (quello vicino a Paolo Giordano) era stato oggetto di una rocambolesca ristrutturazione, per cui era disabitato da quasi 3 anni. Quando io ed il di-allora-fidanzato ci entrammo, in un bollente mese di giugno, feci la mia conoscenza con la blatta germanica. Nel mio sistema di valori, nell’intero regno animale solo la rana può superare una blatta in bruttezza, sporcizia e antipoeticità. Ho abitato fino a 25 anni in un comune dimenticato da Dio, in piena campagna. Ho anche vissuto un anno nella Pennsylvania Occidentale, dove la campagna è così campagna che l’essere più civilizzato sono gli Amish in carrozza. Ma non avevo mai visto una blatta: ho dovuto trasferirmi in piena città, in un ex opificio trasformato in appartamento, per apprezzarne la bellezza.

Erano tante, nere, di varie misure: avevano colonizzato l’appartamento e col buio uscivano. Quando accendevo la luce, era tutto un fuggi fuggi, un nascondersi negli anfratti, negli stipiti delle porte, dietro i mobili, sotto i tappeti. Pulii la casa da cima a fondo, sparsi una polvere comprata al Brico. Smisi anche di bere a cena per non dovermi alzare nottetempo a fare pipì e non disturbarle incontrarle. Alla fine dovetti desistere e chiamai la disinfestazione.

Quando il problema si risolse, mio padre mi comprò questo libro mettendomi un segnalibro in questa pagina.Documenti1

GYNEPRAIO GOES SELVAGGIA. Ogni 26 dicembre, in casa mia, si svolge la “Cena degli avanzi” in cui alcuni dei miei amici favoriti condividono i rimasugli dei pranzi Natalizi e si scambiano doni homemade, lettere, biglietti e oggetti di dubbio gusto, purché di scarso valore commerciale. Un anno, miracolosamente, avevo un ragazzo. Appena reclutato, non timido ma pur sempre collocato in un ambiente estraneo e in mezzo a gente che conosceva superficialmente. Me inclusa.

Chissà cosa pensò quando mi vide aprire il mio regalo mentre la mia amica mi batteva goliardiche manate sulla schiena “Vecchia porca, non si smette mai di imparare eh? Visto che bel regalo?”. Quando ero quasi riuscita a gettare il libro dietro il divano e a distrarre il ragazzo mormorando sconcerie nelle sue orecchie, lei ci interrompe e ci mostrò quella che secondo lei era la chicca dell’opera: “Vedi, lei spidocchia lui in segno d’amore, non lo trovi bellissimo?”. Il ragazzo durò poco, ma non era granchè.

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una maglietta vi azzittirà

Oggi è Santa Lucia, nel Nord Est stanno già aprendo i regali.

E per quanto mi riguarda, sto per presentarvi IL regalo del Natale 2013. Per strapparmi di bocca queste parole, ci voleva ben altro di quelle stronzate fucsia made in Goolp, visto che, per il terzo Natale consecutivo, ho deciso di non fare nessun regalo a nessuno. Tranne a voi-sapete-chi, ma lui è diverso: tramite i regali io gli dico cose, e viste le nostre recenti vicissitudini e ormai conclamate difficoltà comunicative, non mi faccio sfuggire una così lauta occasione di aprir bocca in nome di un valore dèmodè come la coerenza.

Tornando a noi, quel genio di Marta Corato di Soft Revolution -che per inciso ha 23 anni: quindi sì, è davvero nata gente dopo il 1986- ci suggerisce come evitare le tartassanti domande dei parenti ai pranzi natalizi. Basta una maglietta di cotone, su cui stampare le risposte alle tipiche domande dei parenti invadenti et voilà, fine delle vessazioni psicologiche. Mai più domande trite e ritrite, mai più risposte biascicate e annoiate: potremo passare a parlare di argomenti ben più succosi oppure, VIVADDIO, stare zitti.

Ora, i miei pranzi natalizi sono piacevoli: il tasso di riproduzione nel ramo materno e lombardo della mia famiglia è decisamente basso quindi si riesce a mantenere il numero dei partecipanti sotto i 20. I miei cugini, i loro mariti/figli/animali domestici sono simpatici. Io non ho fratelli, figli né mariti e si contano sulle dita di una mano i miei Natali da fidanzata. Quando ho un ragazzo, questi passa le feste dalla sua famiglia di origine ed io mi guardo bene dal portarlo in famiglia. A volte ci sono i miei cugini irlandesi con i bambini, che sono belli come il sole e soprattutto parlano italiano come Heather Parisi. Ci sono due nonne, una sola delle quali è mia, entrambe matte come cavalli. Adducendo come scusa la memoria che se ne va, mangiano come bufali riempiendosi il piatto a oltranza (“Nonna, hai già preso il vitello tonnato 3 volte“. “Ah, ma dai? Mica mi ricordavo“). Con il pretesto dell’artrite si fanno servire e schiacciare montagne di noci, nocciole e pistacchi. Con l’aiuto di due bicchieri di spumante ed un po’ di moine, mia nonna recita qualche poesiuola festiva: se ce la faccio, quest’anno la filmerò. Poi, siccome sappiamo che tipo è, inizia a giocare a carte come se non ci fosse un domani. Verso le 18, raccattati due avanzi per il giorno dopo, carico i miei in auto e torniamo a Torino.

Ma la mia non è la famiglia del Mulino Bianco, quindi ho anche io la mia dose annuale di domande inopportune. A voi le mie favorite.

-“Dov’è il tuo ragazzo, pensavamo che quest’anno ce l’avresti portato, ma cos’è ti vergogni?” Segue immediato film mentale di me che arrivo a pranzo con un freak tipo Elephant man, che si getta ad abbracciare mio zio mentre io dico “Che volete, io lo amo così com’è”.
-“Di cosa ti occupi esattamente?” “Marketing. “Ah, Roba di mercato“. Ed è subito ore 5 del mattino, Gynepraio in Moon Boot che monta il banco dell’ortofrutta a Porta Palazzo, soffiandosi sulle mani, maledicendo il freddo, l’artrite incipiente, il governo, i forconi.
-“Ma che fine hanno fatto i tuoi bei capelli biondi di quanto eri piccola?” Questa è la mia favorita, perché mi sento come Jo March che decide di tagliarsi i capelli e venderli per raccogliere del denaro. La mia risposta istintiva è: “Ma zia, quella su cui ho appena investito 200€ di taglio, colore, shatoush e prodotti Kérastase è in realtà una parrucca. I miei veri capelli li ho tagliati e venduti tempo fa per comprarmi mezz’etto d’erba. Ma di quella buona, eh. “

l’amore e il barboncino

“L’amore è l’infinito abbassato al livello di un barboncino” Céline

Questa citazione mi gira in testa da due giorni. Che l’amore sia tale solo se infinito, me lo ricordo perché nei corridoi di una certa scuola media che frequentai mio malgrado c’era un poster che diceva “la misura dell’amore è amare senza misura”. Frase attribuita a Sant’Agostino, che sull’amore e le sue diverse declinazioni la sapeva lunga.

Infatti, prima dell’upgrade mistico, dei rapimenti religiosi e della vita di studio indefesso che lo consacrarono alla gloria, passò una qualche manciata d’anni a copulare con la qualunque in quella città tentacolare, in quel luogo di perdizione, in quel crogiolo di lussuria chiamato Cartagine.

Che ogni tipo di amore sia totalizzante, illuminante, pervadente e riscaldante, tutti d’accordo. Che solo attraverso un sentimento universale possiamo elevarci e farci parte del tutto, ok. Che amare significhi portare un concetto volatile e superiore come l’infinito alla nostra umana e pertanto miserrima portata, nessun dubbio.

Ma il barboncino, perché? Io mi rifiuto di credere che Céline abbia scelto casualmente e intendesse “generica creatura bassa, vicina alla terra”. A quel punto, c’erano animali ben più infimi: i serpenti, i topi, le stramaledette rane. Oppure altri più carini: i chihuahua, i pincher, i beagle. Mi sarei aspettata, al massimo, un volpino di Pomerania, sulla cui superiorità morale siamo già stati abbondantemente edotti da Tegamini.

Ricordo di aver pensato: “Ci vorrebbe proprio un sito, che so, barboncino.it”. Toh, c’è! E ovviamente ringrazio tutto lo staff per il piacevole excursus nell’universo canino e le importanti nozioni apprese.

-Natura socievole; è, a tutti gli effetti, un “cane da compagnia”
-Fisicità dirompente: alle dame francesi del 1700 piaceva portarselo in braccio, portarlo alle feste, condividere con lui bocconcini di brioche appena sfornate. Lui, buonino buonino, le lasciava fare.
-Cuore impavido: anticamente utilizzato per la caccia alle anatre, in quanto non temeva l’acqua.
-Spirito generoso: un tempo impiegato come come guida per non-vedenti (da quest’ultima carica fu scalzato dal Pastore Tedesco. Pare che il barboncino non se la sia presa e non si sia sentito sminuito)
-Animo fiducioso: per nulla aggressivo e geloso, è pertanto inadatto alla guardia. Molto idoneo, invece, a stare con i bambini.
-Indole servizievole: si può facilmente addestrare a compiere operazioni semplici, come andare a prendere il giornale.
-Senso della famiglia: l’importante per lui è non stare a lungo da solo. Bastano piccole attenzioni attenzioni per sviluppare in lui un forte attaccamento. Una passeggiata, una spazzolata vigorosa, due rotoloni sul divano.
-Attitudine comunicativa: apprezza che gli si parli e presta attenzione alle espressioni, al tono di voce, al modo di gesticolare dell’interlocutore. Alcuni affermano che “sembra capire”.
-Empatia prima di tutto: “assorbe” l’umore della famiglia in cui vive e, in caso di disaccordi domestici, gli vengono gli occhi tristi e lucidi come il bambino del Telefono Azzurro.
-Stronzo q.b:  pare che il barboncino si rifiuti categoricamente di ubbidire ad un comando che ritiene assurdo o privo di senso.
-Vanesio al punto giusto. Complice la sua folta, ricciuta, vaporosa pelliccia che urla còtonami còtonami, si presta di buon grado a shatoush, degradè, colpi di sole, dread, permanenti, mullet in odor di anni ’80, tagli corti e scalati.

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-Bassa manutenzione. Il barboncino non ha di periodi muta, quindi non lascia peli per casa

Per quanto mi riguarda, non serve altro. Se mai avrò un amore infinito, voglio che somigli a un barboncino.

Scomodiamo pure Grossma

Scomodiamo pure Grossman

PS Poi mi sono ricordata che Céline è lo scrittore preferito di voi-sapete-chi. Casualità? IO NON CREDO PROPRIO.

Dillo con un dono: personal shopping

Se fossi una blogger seria vi avrei fatto un bel collage Picasa con la mia personale selezione di oggetti inutili regalabili, organizzati per categoria: amiche ciclotimiche, fidanzati bipolari, padri in crisi di mezz’età. Ma siccome il mio blog è differente, vi beccate la mia prima intervista-marketta, rigorosamente non retribuita, orgogliosamente superficiale, ostentatamente stupida e solo vagamente natalizia: sono andata a prendere il tè nel soggiorno -spudoratamente fucsia- di una personal shopper.

G Come sei diventata personal shopper?
PS Dopo l’università, una esperienza da Issey Miyake a Parigi, un Master in Fashion PR, un corso da stylist, varie esperienze in uffici stampa specializzati in moda, alcune collaborazioni con agenzie milanesi di Personal Shopping sono tornata a Torino, ho aperto la mia agenzia ed ho iniziato una lunga e proficua collaborazione con una shopville di eccellenza…
G Sarà mica quella che si chiama come gli uccelli che stanno su una gamba sola?
PS Sei perspicace. Quella collaborazione continua tuttora, anche se opero anche in autonomia, fuori da quel circuito.
G Per cosa ti fai pagare?
PS Attraverso delle foto, o meglio vis-a-vis, analizzo e comprendo le caratteristiche (colori, misure, stile di vita), l’evoluzione, il budget della cliente ed il suo bisogno: oltre ad un classico refresh stagionale, possono richiedere mise da sera per un evento -magari corredata di makeup e hairstyle-, oppure una selezione di abiti per un weekend romantico (tutte storie vere). Da sola, faccio uno sopralluogo per scegliere degli outfit corredati di accessori. Alcuni giorni dopo, ripercorro le stesse boutique con la cliente e le mostro quanto selezionato. Se desidera, compra. Altrimenti, no.
G Cioè niente pressing?
PS Non ho interesse, né economico né personale, a farla spendere a tutti i costi, specialmente se non è convinta. Anche se, devo dirlo, tende a comprare.
G Perché tu ricorri a tecniche di persuasione occulte e raggiri psicologici basati sul senso di colpa e inadeguatezza. Come Enzo Miccio, diciamo.
PS Ma no, che sono dolce come uno zuccherino (fucsia, nrd). Mi piace pensare che comprino perché si fidano.
G Questo perché si renderanno conto di non avere gusto, povere gioie. Me le vedo, vestite come la Bindi.
PS Nella maggior parte dei casi, non è così. Quello che manca loro è il tempo. Sono solitamente donne che lavorano molto, fanno tante trasferte e non hanno la possibilità di battere a tappeto la città alla ricerca di un cappotto. A volte hanno uno stile un po’ obsoleto, perché per mancanza di tempo comprano sempre le stesse cose. Oppure spendono compulsivamente, spesso nelle solite insegne e grandi superfici, senza provare a spingersi un po’ più in là.
G Quindi eviti come la peste la catena di moda che si chiama come una città della Dalmazia?
PS Non come la peste. Diciamo come il raffreddore, ecco. Sicuramente prediligo negozi indipendenti, con personale più specializzato, tanti brand, poca folla, meno code: la mia prestazione dura 4 ore e devo ottimizzare il tempo a mia disposizione.
G Cosa scatta nella mente di queste donne che decidono di appoggiarsi a te?
PS Spesso la decisione di cambiare rotta nasce da un evento epocale: un nuovo lavoro, un nuovo amore, la ritrovata forma fisica dopo una dieta, la fine di un matrimonio. Cambio di vita, cambio degli armadi…
G Le care vecchie pulizie di primavera, insomma.
PS Per le grandi amanti della razionalizzazione, poi, ho una proposta speciale: il restyling del guardaroba.
G Ti presenti con i bidoncini come Carla Gozzi? Bidoncini fucsia, s’intende.
PS In verità è più complesso. La cliente estrae tutto il suo guardaroba stagionale per valutare insieme a me cosa modificare (con l’aiuto di una sarta) e cosa buttare. Stai calma: non un solo capo è mai stato ucciso ingiustamente, ma tutto viene dato in beneficenza. Con quello che resta, creo degli outfit completi per ogni occasione d’uso, li fotografo e fabbrico un vademecum. Offro loro dei suggerimenti su come disporre gli abiti per favorire gli abbinamenti e le idee. Infine, stendiamo una “needlist” dei capi mancanti che andrebbero acquistati. Possibilmente con il mio aiuto, perché business is business.
G Le prendi per mano con metodo Montessoriano, insomma. Se invece vogliono far da sè? Povere tapine, sole e raminghe alla ricerca di una gonnellina pie-de-poule…
PS Ho pensato anche a loro. Qualche mese fa è nato TorinoShoppinGlam, un portale in cui si può attraversare virtualmente la città alla ricerca di luoghi in cui trovare oggetti, servizi e marchi specifici. L’acquisto non avverrà però online, ma fisicamente, presso i negozi. Insomma, ho condiviso il lavoro di mappatura e ricerca che ho fatto nel corso degli anni e che aggiorno regolarmente, ma coinvolgendo i commercianti torinesi, che possono creare la loro vetrina virtuale, personalizzarla e aggiornarla, comunicando eventi ed iniziative speciali.
G Il restyling del guardaroba è un bel regalo, secondo te?
PS Perché no. Soprattutto da parte di un’amica, per inaugurare un cambio di vita: ad esempio un trasloco. Perché me lo chiedi?
G Sai che ho fatto un master in dietrologia del dono. Io lo interpreto così: “Amica, femmina, accumulatrice compulsiva, ti riempi la testa di nozioni, la bocca di parole, l’anima di emozioni, la dispensa di dolciumi, il guardaroba di abiti. Insomma, hai già in casa tutto quello che ti serve, si tratta solo di farlo funzionare al meglio. Questo Natale, dedichiamoci ai vestiti. A tutto il resto, ci pensiamo nel 2014.”

Come vedete, anche io tendo all'accumulo

Carrie Bradshaw chi?

Anna Agosto è questa qui, ma ha confessato che quando fa la personal shopper non porta i tacchi, altrimenti dovrebbe fidanzarsi con un fisioterapista. La trovate su www.emozionidimmagine.it e su www.torinoshoppinglam.com. Spero apprezzi il dettaglio delle iniziali fucsia.

anna

fazzoletti tempo

Considerando che mio padre mi ha cresciuta al grido di “meglio un quarto d’ora prima che 5 minuti dopo”, ero intransigente sul tema della puntualità. No, scusate, non ero intransigente. Ero una talebana dell’orologio, una nazi del cronometro, una mormona delle lancette.

Ho fatto passi da gigante grazie al mio fidanzato storico i cui ritardi mi hanno provocato principi di congelamento fuori dal cinema, raptus di follia la volta in cui assistetti da sola ai primi 10 minuti di uno spettacolo del Cirque du Soleil, ed un vero e proprio infarto quando stavamo per perdere un aereo da Dublino.

Per cui, sono più tollerante e sopporto i ritardi altrui. No, scusate, non sono tollerante. Semplicemente ho uno smartphone, seguo 200 blog e altrettante persone su Twitter, quindi mi sono trovata da fare nelle lunghe e silenziose attese.

Il peggio non sono i ritardatari, che spesso si rivelano soggetti poco cattivi e tanto superficiali. Ne conosco alcuni affetti da una forma di Asperger, che impedisce loro di calcolare il tempo necessario ad arrivare in un certo luogo data una certa fascia oraria e di compiere gesti anche routinari in un tempo accettabile. Alcuni ritardatari, tenerissimi, ti guardano candidamente “Davvero, ho iniziato a prepararmi per tempo, ma poi ho visto una falena danzare/udito un cigno cantare/toccato la veste della Madonna e nulla, son passati 45 minuti buoni”.

La forma di prepotenza e aggressività peggiore che si possa adoperare nei confronti di altre persone è monopolizzare il loro tempo e privarli della facoltà di gestirlo. Quelli che arrivano all’ultimo con richieste assurde, che creano urgenze assolutamente fittizie, che cercano di trascinarti nella loro spirale di disorganizzazione. Offendono e lasciano intendere che il tuo tempo non solo non costa, ma vale meno del loro tempo. Trattandosi spesso di questioni professionali, non ne esce leso solo il tempo lavorativo, ma anche quello privato. Ma il tempo, diceva Gramsci (son pur sempre figlia di voi-sapete-chi), è la cosa più importante: esso è un semplice pseudonimo della vita stessa. Chi ruba, rovina, svaluta, banalizza il tuo tempo, sta rubando, rovinando, svalutando, banalizzando la tua vita.

Disclaimer. Io non mi sento nessuno per esortare il prossimo a non perdere il proprio tempo. Infatti, vi incoraggio a sperperarlo come meglio credete. Destinare 2 ore al dì nella recitazione di mantra di vostra invenzione davanti allo specchio? Vi rilassate sbuffando sui soffioni dei parchi? Godete nel fissare un muro bianco? Io vi stimo uguale. Io ad esempio amo molto togliere e rimettere le cose nei cassetti, ripetutamente, senza alcuno scopo preciso.

PS Ho preso l’abitudine, per gestire la rabbia e calmarmi, di fare una lista delle cose che avrei potuto fare nel tempo ingiustamente sottrattomi dai tiranni. Questa è di ieri, ma tranne il punto 5 non sono riuscita a fare niente.

cose_che_avrei_potuto_fare