il compleanno di mia madre

Vivere con mia madre è come stare in un salotto insieme a tutte le donne più divertenti della TV. Ha l’appetito di Roseanne Barr, la tenerezza di Cindy Walsh, l’autorevolezza di Claire Robinson, la memoria di Supervicky, l’intuito di Jessica Fletcher, la passione della dottoressa Quinn, l’irriverenza di Zia Assunta, l’energia di Lorelei Gilmore. Ha l’abilità diplomatica di Maria de Filippi, il repertorio musicale di Loretta Goggi e le doti culinarie di Wilma de Angelis. Il biondo di Caterina Caselli e le tette di Sofia Loren.Downloads1

Mia madre non ha mai letto il mio diario, non si è mai candidata a rappresentante di classe e non amava andare ai colloqui con i professori. Ma quando si presentava, lasciava il segno. Rimproverata da qualche insegnante per il mio comportamento troppo vivace -precursore di un’indole diabolica e dannata- rispose: “Lo sappiamo anche noi, la ragazza ha lingua biforcuta. E comunque io preferisco così. Non gliel’han detto, che le figlie di Maria son le prime a darla via?”

Insomma, mia madre è praticamente perfetta. L’unico suo difetto è l’insistenza.

“Mamma, il 27 aprile è il tuo compleanno, che regalo vuoi?
“Nulla, grazie, sono a posto così”
“Ti andrebbe un libro?”
“Sei gentile, ma i pipponi che leggi tu mi fanno addormentare già dalla dedica”.
“Nemmeno una manicure? Un massaggio? Una piega?”
“Un viaggio a Lourdes, semmai. Anzi una cosa ci sarebbe…”
“Son tutta orecchie”
“E’ tanti anni che te lo chiedo…Indizi: pesa circa 3kg, costa un po’ ma dura per sempre”.
“Ah, ci sono, vuoi il Folletto!”
“No, cogliona, voglio un nipotino”

trovatevi delle amiche, lasciate perdere belen

Gente, non abbiamo tutti il cuore espandibile di madre Teresa. La capacità di indignarsi, battersi per un ideale, provare solidarietà e supportare i nostri consimili di cui l’essere umano dispone è limitata. Mi chiedo quindi se sia opportuno sprecarla per votare su change.org una petizione contro lo show “Come mi vorrei” condotto da Belen Rodriguez, anziché destinarla a imprese più nobili.
Io non voglio entrare nel merito del programma, che è una brutta scopiazzatura del format britannico Plain Jane e che è già stato martoriato dai dati di share.
Ho le mie personali riserve sulle capacità di conduzione della soubrette, alla quale mancano le due doti strettamente necessarie per parlare di moda/make-up/apparenza ad alti livelli.
La credibilità, tanto per iniziare. Essere una figa imperiale -anche se infilata in un sacco per la monnezza condominiale- costituisce un bias abbastanza evidente (non dico handicap: c’è ancora qualcuno al mondo che pensa che la bellezza sia davvero penalizzante*? Se ci sei, amico/a, manifestati), visto che la morale della favola del programma è “essere attraenti costa una fatica della Madonna”. Ci aggiungerei anche che non avere alcun tipo di attitudine, conoscenza tecnica, intuizione e buon gusto non la rende esattamente la candidata ideale per parlare di auto-valorizzazione estetica.
Ma soprattutto l’ironia. Prendere una persona e ribaltarla da capo a piedi nel tentativo di trasformarla in ciò che non è mai stata (probabilmente perché non voleva, ma non scomodiamo Freud) non è esattamente un gesto rispettoso della sua individualità. Lo puoi fare solo se hai un acume superiore alla media. E Belen Rodriguez è bella, ma non è ironica né buffa né acuta né divertente. Capisco però che queste siano solo idee balzane di una che pensa che la televisione sia un mondo bellissimo e affascinante, e infatti la accende 15 minuti a settimana quando va bene.

Ma io non volevo parlare di Belen. Io volevo parlare delle concorrenti. Sappiate che nella mia famiglia si guardavano molti giochi televisivi, bypassando in via del tutto eccezionale lo storico embargo posto da mio padre sulle reti Mediaset: la Ruota della Fortuna, Passaparola, l’Eredità. Più volte ho pensato di partecipare, vincere e portarmi a casa qualche milionata di lire per pagarmi l’auto. Ma poi, alla sola idea di farmi vedere in TV, dover interagire con il conduttore, con gli altri concorrenti, magari sbagliare, inciampare e via dicendo, mi passava subito la fantasia.
Ma quello era niente in confronto a quanto patiscono queste ragazze che -nel pieno possesso delle loro facoltà mentali- si sottopongono volontariamente ad un calvario in cui una topa stellare le striglia su quanto siano sciatte, trascurate** (leggi: incapaci di procacciarsi un partner) per poi conciarle a festa e renderle irriconoscibili anche ai parenti più intimi. Tutto questo, badate bene, non sul lettino dell’analista o sotto l’ala protettrice di una personal shopper. No. In televisione. Tutto questo, non per 5.000€ in gettoni d’oro. No. Gratis, o forse al massimo per un buono acquisto da spendere in mutande Sloggi.

Io mi chiedo, se davvero desiderate migliorare il vostro aspetto, potete attingere a tante risorse -gratuite e non- molto meno umilianti. Le riviste, le vetrine, i lookbook, le sfilate, gli acconciatori, le estetiste, le make-up artists, i tutorial, le personal shopper e le personal stylist. I blog: ce ne sono di/per ragazze magre e tonde, bionde e brune, caucasiche e afroamericane, ricche e poracce.
Ma poi, Cristo, non ce le avete delle amiche? Io con le mie amiche vado per saldi, faccio i corsi di make-up, vado in piscina per rassodare il culo. Se vedo un vestito che sta bene a una, la obbligo con la forza a provarlo e comprarlo. Se un’altra si trucca come un viados, al compleanno le regalo un gloss sobrio. Se trovo una professionista che sa fare la pedicure come dio comanda, ci porto tutte le mie conoscenze. Parimenti, se sto per comprare il centordicesimo scamiciato da educanda, la mia amica saggia mi trascina nella corsia degli abiti scollati. Se ho i capelli color topo, mi suggerisce di fare il colore.

Questo non perché io frequenti autorevoli guru di stile, ma per puro e semplice buon senso. Io non ci vedo un atto aggressivo, o un’incitazione al body shaming: è solo una delle varie forme in cui si manifesta l’amicizia.

Ci sono anche persone alle quali io non mi permetto di dare consigli estetici e sono quelle che son felici come sono. A me sembra incredibile vivere “andandosi tutto sommato bene” ma vi assicuro che SI PUO’ FARE.
Credeteci o no, per il mondo si aggirano davvero creature vestite alla spera-in-dio, senza trucco e con la ricrescita che hanno comunque un bel lavoro, una sana rete di amici e conoscenti, dormono la notte e -fatto non raro- scopano pure più della media nazionale. Vivere come loro non deve essere male, se solo sapessi come si fa.

ex cessi che hanno fatto storia

ex cessi che hanno fatto storia

*no, non mi convincerete del contrario, non provateci.

**va molto di moda dire che è tutta colpa di vostra madre, che vi ha ammazzato l’estro creativo e vi ha fatto fare tutte le scuole medie con la tuta di acrilico. Io ho avuto la madre più vivielasciavivere del mondo eppure a 17 anni portavo i capelli rasati, un piercing nel labbro e i pantaloni col cavallo basso. Comunque facciano, sbagliano, povere donne.

PS Tra le rare finestre temporali in cui possiamo manifestare la nostra limitatissima solidarietà c’è la dichiarazione dei redditi. Se non mi amate abbastanza per devolvere il vostro 5 per 1000 alla causa “Una rendita per Gynepraio”, potreste lasciarlo a Renken Onlus (codice da riportare 97681220014)

Sogno e bisogno

Un po’ di anni fa stavo cercando furiosamente un altro lavoro e mandavo una quantità spropositata di curricula via email. E’ allora che ho iniziato a includere una firma a piè di pagina delle mie email, con nome, cognome, indirizzo, telefono, email. Questo perché avevo letto, non ricordo più in quale manualetto -qualcosa tipo Job application for desperate dummies-, che è un dettaglio appezzato dai responsabili Risorse Umane in quanto denota disponibilità a 360°. La inserisco di default, senza pensare che è uno statement forte, specie se non si tratta di email professionali. Ad esempio, la prima volta che ho risposto via email al povero Pinocchio non c’è più, l’ha vista e ha subito pensato che volessi invitarlo a casa mia, ucciderlo e rivendere i suoi organi. Ho dovuto rassicurarlo molto.

Ma il vero statement non è la firma: è la citazione che segue. Solitamente una frase breve, che mi ha particolarmente illuminato e nella quale mi riconosco.

Negli ultimi giorni -approfittando dell’arrivo del mio nuovo e scintillante MacBookAir- ho pulito e riordinato la mia casella di posta, concludendone che, molto più del mio taglio di capelli, questa frase ha tracciato l’evoluzione dei miei stati d’animo dal 2011 a oggi.

  • in a sky full of people, only some want to fly (Seal). Il mio sogno è meglio del tuo.
  • non parlerei così tanto di me stesso, se conoscessi qualcun altro così bene (H.D Thoreau). So ciò di cui ho bisogno.
  • il manichino della sarta si crede la Venere di Milo, solo perché è senza braccia (Jules Renard). Ognuno -tranne me- ha bisogno di un sogno.
  • gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio la torre di Pisa (Gianni Rodari). Pensavo fosse un sogno, e invece era un bisogno.
  • l’unico modo per fare è fare sul serio (Nobraino). Ho tutto quello di cui ho bisogno. Ditemi che non è solo un sogno.
grazie a tutti, eh

grazie a tutti, eh

Rivoglio i gaia junior mondadori

Ovviamente la mia professione di invidia per i bambini del 2014 ha destato due macro reazioni. La frangia freudiano-riformista vi ha individuato un desiderio di maternità travestito da infantilismo, quindi ha visto nel mio sogno di svaligiare Petit Bateau un barlume di istinto procreativo. La frangia revisionista, capitanata da mia madre, ci ha tenuto a far presente tramite i principali social network che non è vero niente: andava tutto benissimo, la mia infanzia è stata bellissima e quindi la piantassi con queste rivendicazioni -a darle manforte, un’amica rimasta vittima del loop dell’autosvezzamento-.

revisionismo storico biografico materno

revisionismo storico biografico materno

Degno alleato di mia madre, un lettore che mi invita a non idealizzare il presente in quanto tutte le cosine che io desidero nei primi anni ’80 c’erano già (involontaria zappa sui piedi a mia madre: allora i libri pop-up non me li compravi apposta, eh?).

Rimane il fatto che, a me, di libri ne compravano a bizzeffe. In particolare, verso la fine delle elementari -nel 91/92- Mondadori proponeva la collana di libri più bella che si sia mai vista: I Gaia Junior. Erano dei romanzi -ma c’erano anche raccolte di racconti- le cui protagoniste erano ragazze e ragazzine. Spesso erano scritte da romanzieri famosi: ad esempio, Bianca Pitzorno* -inventrice dell’Anti Re Mida ne “L’incredibile storia di Lavinia”- e Astrid Lindgren -autrice di Pippi Calzelunghe, mia eroina del cuore subito dopo Jo March-.

Ma soprattutto, il merito di questa collana era tradurre romanzi ambientati in epoche e paesi diversi dall’Italia che stavo vivendo io. Il che, mi darà atto la frangia revisionista (mamma, mi stai leggendo?) non è cosa da poco nei primi anni ’90: in cui, concorderete tutti con me, non c’era Internet, non si guardavano 75 serie televisive in streaming e l’unica faccia dell’America veramente nota alle mie coetanee era quella di Brandon Walsh.**

Alcuni dei luoghi che voglio visitare li ho sentiti evocare lì: l’America rurale degli Appalachi (“Vivere a Sweet Creek”), l’entroterra australiano (“La scelta di Lola”). Ho imparato cos’era un loft (“Capelli Viola”), poi ci sono andata a vivere. Ho pregustato i piatti indiani ( “Sale sulla neve”), ora li preparo. Ho sentito parlare di disturbi alimentari (“Dinky Hocker è sola”), ne ho sofferto. Ho percepito l’odio per la provincia (“Solo donne in famiglia”) e ancora oggi lo sento. Ho letto di epoche spesso poco trattate a scuola, come il Medioevo (“La donna della foresta”) e l’Inquisizione (“Le sorelle della libertà”). Si parlava di cose che non conoscevo, come l’adozione, le famiglie atipiche, la separazione, le madri fredde, i padri fedifraghi, artistoidi e neohippy, gli zii molestatori. L’amicizia ad alti livelli (“Speciale Violante”), la solitudine assoluta (“Principessa Laurentina”). Ma quella che mi ha ispirato di più è stata Harriet, protagonista di “Professione? Spia”. E’ da lei che ho imparato a origliare e stalkare osservare le bizzarrie dei vicini di casa e tenere sempre in borsa un taccuino. 

Quando parlo con ragazze sconosciute (oltre a scoprire in cosa si manifesta la loro sindrome premestruale), io chiedo sempre che cosa leggevano dai piccole. E se tirano fuori i Gaia Junior, allora possiamo essere amiche.

*intervista bellissima qui

** sì, mamma, lo so che, a differenza degli altri bambini ed in netto anticipo sui tempi, sono stata a New York a 12 anni.

maleducato, insensibile, insicuro

Si pensa alla buona creanza come un corredo di gesti, parole, prassi che si imparano da piccoli per pura reiterazione, come parlare o camminare. A forza di ricordare ad un bambino di dire perfavoregrazie, alla lunga lo interiorizzerà e lo farà in automatico, come una coreografia o la serie primaria dell’Ashtanga Yoga. Di conseguenza, la maleducazione denoterebbe una carenza da parte di chi è deputato ad instillare nei figli questo meccanismo. Insomma, se un bambino è cafone, la colpa è sostanzialmente dei genitori, barbari a loro volta oppure pessimi pedagoghi.

La buona educazione è un patrimonio più individuale che secondo me si sviluppa con la crescita e che non si limita alla “ritualità” ma che si fonda su cortesia, discrezione, referenza. Prevenirne i bisogni del prossimo, prendersene cura e farlo sentire a proprio agio. Dire e fare la cosa giusta al momento giusto, che è poi il bon-ton. Queste finezze implicano una capacità di “modulare” il comportamento che si apprende fuori dalle mura di casa e che si costruisce attraverso l’esperienza e l’osservazione.

Ho spesso pensato che la scelta volontaria da parte di un adulto di essere maleducato denota assenza di empatia. Il maleducato non riesce ad immedesimarsi nel prossimo, non immagina di provare su di sé gli effetti dell’arroganza. Non capisce come ci si sente minacciati, invasi, spiazzati dall’aggressività verbale. Siccome ho la sensibilità di un canarino ferito, tendo a patire molto certi gesti di maleducazione. Li prendo proprio sul personale e ci sto male, ad esempio non rispondere alle chiamate e alle email in cui mi permetto di manifestare urgenza, darmi ordini con tono imperioso nonostante non abbia scritto “sguattera” in fronte, farmi aspettare al freddo, non mostrare riconoscenza dinanzi a gesti in cui ho messo il cuore, criticare gratuitamente il modo in cui sono vestita o pettinata. In questi casi mi ammutolisco, vorrei solo frignare e accartocciarmi in posizione fetale sotto il tavolo dicendo “Mio Dio perché mi hai abbandonato”. Secondo questa mia teoria, il maleducato è primariamente un crudele insensibile.

Venerdì ho visto The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, storia della parabola discendente di un albergo di lusso, e di come Monsieur Gustave, il suo affascinante, rispettato e solerte concierge riesca ad uscire da un complicato intrigo famigliare con l’aiuto del suo fido garzoncello Zero Moustafa, un orfano mediorientale sfuggito alla guerra. Gustave è vanesio e superficiale, ma ha un’autentica vocazione al servizio: si prende cura degli ospiti dell’hotel al punto che si scopa tutte le anziane signore che lo frequentano per assicurarsi che tornino l’anno dopo. Nell’insegnare a Zero le malizie del mestiere, gli spiega che ci si rivolge in modo arrogante agli altri se si ha timore di non ottenere ciò che si desidera. Il maleducato ricorre all’aggressività spinto dal timore di non farcela. Insomma, il maleducato non è solo un insensibile, come pensavo io. Il maleducato è un povero insicuro.

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Per quei quattro a cui interessa la mia opinione, due parole sul The Grand Budapest Hotel. Io non so se vorrei vivere in un film di Wes Anderson. Ci ritrovo sempre le mie grandi angosce. La longa manus della famiglia, mai nido e sempre vivaio di insicurezze, solitudine, divisione. Padri ingombranti, che instillano insicurezza e senso di inadeguatezza. Madri forti, autoritarie ma sostanzialmente incapaci di offrire rassicurazione. Fratelli, sempre rivali, mai alleati e comunque distanti. Il talento e il genio sprecati, l’inconcludenza, la noia, la pigrizia, l’apatia, il viaggio, mai vissuto come piacere, ma sempre come fuga o rimedio al male di vivere.

In The Grand Budapest Hotel, con mio grande sollievo, padri, madri e fratelli praticamente non ci sono. C’è però orfano che trova un mentore disposto a morire per difenderlo e una fidanzata angelicata che fa la pasticciera. C’è una confraternita internazionale di concierge detta “Società delle chiavi incrociate”, in grado di smuovere il mondo per soccorrere un membro in difficoltà. Come dire, ci si può lasciare alle spalle una famiglia disfunzionale, se si hanno un buon maestro, un grande amore e dei veri amici.

io voglio fare il bambino

Mercoledì sono uscita con la triade della genitorialità, la sacra corona unita del ventre rigonfio, la mommy mafia: una mamma consolidata, una neomamma, una gestante avanzata. A completare la climax discendente, ovviamente io, senza bambini né velleità procreative.

La mia posizione sulla maternità è un po’ la stessa che assumo dinanzi al cinema neorealista, alle canzoni di Bugo, alle performance di Marina Abramovic, alla lista Tsipras. Intuisco che c’è un fondo positivo, ma non è alla mia portata. Sento storie paurose che mi portano a sospendere il giudizio sul mestiere di genitore.

Ma non su quello del figlio. Signori, essere bambini nel 2014 è una figata.

Tanto per cominciare, a che età siete andati in gita voi? Io, forse, sono stata portata al Museo della Montagna in prima elementare. È giusto che sappiate che adesso prendono i bambini del nido, cioè sotto i 12 mesi, li mettono su un minivan, li imbragano come la paracadutista di Nuvenia Pocket e li portano a fare quelle cose tipo psicoelettrofisiosteomotricità.

Immaginatevi poi che vostra madre, invece di ammorbarvi con una vellutata di carote fluorescente e senza sale, pratichi l’autosvezzamento e vi dia la possibilità di sbocconcellare liberamente la pasta, la carne, le verdure, le patatine fritte, la caponata, le cozze gratinate che ci sono nel suo piatto. Cioè che vi faccia assaggiare liberamente i gusti e le consistenze di tutti gli alimenti, solo puntando sul fatto che siete curiosi e pronti ad imitare gli adulti. Ma soprattutto, che ve lo faccia fare con le mani. Ripeto: mangiare qualsiasi cosa. Se e solo se ti ispira. Con le mani.

Pare che abbiano inventato dei luoghi ameni chiamati ludoteche. Non una scuola materna come quella in cui andavo io, dove c’erano dei giochi dell’era craxiana e si faceva il sonnellino su brandine da militari. No! La ludoteca è un luogo dove si sta poche ore al giorno, infarcito di giochi educativi di tutti i tipi. Ma soprattutto dove non si portano le scarpe ma ogni bambino iscritto lascia le sue personali pantofoline (o calzini antiscivolo, ognuno ha i suoi gusti). Io mi sto sforzando di pensare ad un luogo più bello di quello in cui ci sono tanti giochi e al cui ingresso ci sono le mie babbucce, e no, non ci riesco proprio. Un luogo in cui i compagni e le compagne hanno nomi magnifici ed evocativi come Zeno, Nina, Orlando, Anita,  Gioele, Margherita, Enea, Bianca, Viola, Azzurra. Mica come la mia classe, dove il massimo dell’originalità era una che si chiamava Sue Ellen come quella di Dallas.

I bambini nel 2014, quando nascono, trovano ad aspettarli delle case bellissime. Ci sono culle piene di pizzi e trine, tendoni del circo colorato sotto il quale possono giocare, muri decorati con stickers di conigli (ma anche maiali, scimmie, ranocchi, bradipi, koala, pony, pulcini, varani, farfalle, pavoni) libri pop-up, kit per fare le collane, piccole stoviglie per cucinare vere torte, altro che i frisbee incommestibili cotti sotto la lampadina del dolce forno Harbert. Hanno audiolibri per conciliare il sonno, dove si raccontano fiabe rilassanti con protagonisti rassicuranti, non come il gatto Gobbolino, ascoltando la quale si son cagati addosso tutti i bambini nati nei primi anni ‘80.

chissà perchè la mia generazione ha paura anche della sua ombra

chissà perchè la mia generazione ha paura anche della sua ombra

Ricapitolando, se sei bambino ti alzi al mattino e vai in ludoteca dove all’ingresso trovi le tue personali babbucce. Giochi a volontà, poi pranzi prelevando con le mani pezzetti di cibo a tuo piacimento dal piatto di mamma. Nel pomeriggio ti mettono sul minibus e vai a far ginnastica. La sera torni a casa, ceni sempre col solito metodo allungamani, quindi ascolti una audiofiaba rilassante e ti addormenti in un tripudio di bestiole che ti osservano dalle pareti.

Io non voglio fare il genitore. Io voglio fare il bambino.

PS Ero così eccitata all’idea di fare la bambina che per placarmi ho dovuto fare una board di Pinterest.

I matrimoni

Due volte mi è stato chiesto di scrivere contenuti on demand. La prima volta, la mia amica F.B. mi suggerì di raccontare di quando finii a ballare sotto la doccia avvinghiata con dei danesi seminudi, nel bel mezzo dello schiuma party più infoiato della Costa Brava. La seconda volta, la mia amica F.P. mi ha domandato di scrivere di matrimoni. E anche se la storia dei Vichinghi è più succosa, ho pensato che fosse meglio parlare di sposalizi.

LE RADICI SONO IMPORTANTI. In casa mia il culto della cerimonia, come qualsiasi altro culto, non c’è. Infatti i miei genitori si sono sposati in comune, con 20 invitati; un testimone fu trattenuto in caserma quindi reclutarono un volontario a caso tra i parenti. Mia madre portava un pellicciotto (da me ereditato e ampiamente sfruttato), mio padre un completo di velluto a coste marrone, che sembrava dovesse andare in CGIL per aprire una vertenza. Ovviamente pioveva, anche perché era novembre. In famiglia, siamo quattro gatti e non si sposa praticamente nessuno (e comunque si tratta sempre di decisioni molto meditate: per dire, il mio prozio buonanima si è sposato nel 2009 a 75 anni). Con questa eredità famigliare, un’allergia ai matrimoni sarebbe pienamente giustificata. E invece, cara F.P., io LI AMO. Sono stata a matrimoni sobriamente chic, altri dignitosamente semplici, altri costosamente tamarri, ricavandone una sola e grande conclusione: i matrimoni sono una figata.

NON PIGLIARE NULLA SUL SERIO – ECCETTO IL MENU. Partiamo dagli aspetti puramente materiali: la possibilità di mangiare e bere a dismisura. Amica, ormai lamentarsi del menù è out! Sono finiti i tempi che “ai matrimoni non si mangia bene”: l’aperitivo ormai è preponderante rispetto al pasto. Il catering è diventato una scienza esatta: avranno imparato a conservare e scaldare meglio le pietanze? Avranno migliorato la scelta degli ingredienti? Oppure si sono fatti furbi e hanno capito che il crudo Serrano al coltello e la forma di Parmigiano Reggiano da scavare fanno più figo e impegnano meno delle tartine stantie? Tutto questo per dirti di non disperare: mangerai e berrai bene. Se saprai rimuovere le foglioline di pongo zuccherato à la Buddy-Valastro, probabilmente anche la torta ti darà delle soddisfazioni. Ti auguro anche che ci sia il buffet dei bonbon: all’ultimo matrimonio cui ho presenziato c’era una stanza piena di confetti millegusti in delicati colori pastello. Ho mostrato predilezione per quelli alla mela verde e li ho praticamente finiti.

FACCIO DELLE FOTO A ME STESSA: VUOI VEDERLE? Poi, potrai comprarti un abito e degli accessori ad hoc. E se sarai lungimirante potrai serenamente riciclarli in altre occasioni, come presentazione di lavoro, battesimi, comunioni e soprattutto altri matrimoni. Basta accertarsi che non sia presente la coppia al cui matrimonio hai già indossato l’abito. Può darsi che per allora si siano già lasciati, sai che la sorte è beffarda e pure un po’ zoccola. Io, ad esempio, con tre abiti da cerimonia Max Mara vado dignitosamente avanti da 5 anni. Ma non divaghiamo dalla questione più importante: in occasione di un matrimonio si può andare dal parrucchiere e farsi fare gli styling disneyani. tumblr_mfx9nwt3TX1ril46zo1_1280

Nella mia lingua, questo significa #selfie #decinediselfie #centinaiadiselfie!!! E se proprio non sai cosa metterti -anche se sei bella come il sole e tutto ti dona, cara F.P.- ti consiglio questi 3 articoli (1, 2, 3) scritti da una persona sicuramente più preparata di me e probabilmente anche disponibile a darti un parere via email se vuoi sottoporle la tua idea.

TRENINI BELLISSIMI, CHE NON VANNO DA NESSUNA PARTE. Vuoi mettere il divertimento? Se, come solitamente accade, saranno invitati dei tuoi amici e amiche, siederete allo stesso tavolo. Riderete molto. Commenterete gli outfit delle invitate dell’altro tavolo. Tutti i comportamenti riprovevoli, tipo intonare “Perché è un bravo ragazzo” battendo le mani sul tavolo, deflagrare a terra 3 calici in cristallo di Boemia con un solo movimento del gomito (questa è mia), ingaggiare foodfight con le olive all’ascolana del buffet, durante un matrimonio sono genericamente etichettati come “ragazzate”. Potrete ubriacarvi, ridere sguaiatamente al suono di meu amigo Charlie Brown, dale a tu cuerpo allegria Macarena, a far l’amore comincia tu, muove la colita Mamita Rica. Fare trenini bellissimi perchè non vanno da nessuna parte e far rimbalzare in aria la zia nana dello sposo.

DIAMO SEMPRE IL MEGLIO DI NOI AGLI SCONOSCIUTI. Se poi non ti bastano gli amici, ci sono anche gli sconosciuti. Che magnifica serendipità si crea ai matrimoni! C’è chi trova lavoro, chi si fidanza, chi limona tantissimo. Io, ad esempio, all’ultimo matrimonio cui sono stata avevo le dita annerite perché avevo fatto la marmellata con voi-sapete-chi. Raccontando a due invitate (che ovviamente non conoscevo) la storia della marmellata, e tutto quello che ci stava dietro, ho deciso come volevo fosse la mia vita. Se non fossi andata a quel matrimonio, a quest’ora le cose sarebbero diverse. E sicuramente conoscerei due belle persone in meno (ciao ragazze, grazie, scusate ancora se vi ho ammorbato).

LE COSE CHE NON MI VA DI FARE. Non ti ho convinta, F.P.? Dici che al matrimonio cui andrai tu non ci si diverte? Che non ci sono i tuoi amici? Che ti sei trovata invischiata ma che non te ne importa nulla? Che non ti va di spendere soldi per comprare un vestito nuovo per una coppia che non sopporti? Allora non andarci, amica. Credimi, né io né te siamo Jep Gambardella: la tua assenza non farà fallire la festa. Anche se non abbiamo 65 anni, non possiamo più perdere tempo a fare cose che non ci va di fare. Basterà comprare un regalo.

Ecco cosa stavo scordando. Il regalo. E’ un falso problema. devi semplicemente scegliere dalla lista nozze. Siccome mi fa tristezza regalare la Vaporella alla gente che si sposa, io destino il mio budget al viaggio di nozze. La coscienza è felice: il mio denaro non finanzierà una fobia igienista bensì una parentesi rosa durante la quale gli sposi copuleranno come ricci e sorseggeranno drink con l’ombrellino dinanzi ad un tramonto tropicale. Pensa, una coppia di miei amici ha preso così alla lettera questo input che son tornati già incinti dalle Hawaii (ciao ragazzi, siete meravigliosi). Se nella lista non c’è nulla che ti aggrada, puoi sempre infilare il tuo denaro in una busta: gli sposi se ne faranno una ragione. Oppure scegliere un oggetto di valore, ma occhio! Il concetto di valore è molto opinabile: ho visto regalare una Madonna con Bambino dipinta ad olio da uno zio che insegna pittura all’Università della Terza Età. Fossi in te, mi butterei su un completo da letto in lino di Frette. Ma nel dubbio, puoi sempre regalare agli sposi questo film, cui sono ispirati i titoli dei paragrafi, e molti miei recenti pensieri.

e compratevelo, su

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