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Rimpolpiamo la rassegna delle conversazioni più inopportune con alcune novità: un regalo quasi-natalizio, una sessione motivazionale, una giovinetta traviata e la mia ennesima figura da stordita.

Chiedi Fonzie e ti danno avanzi. Dinanzi alla furia androcida di un’amica si ricorre a tutto: “pensa a papà, lui sì che è un bravo uomo”. Ma non serve, perché devono morire tutti, e subito. A Natale, dinanzi all’albero sarai sola con un Dildo nuovo di zecca.

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Pazza pazza serata. A forza di gridare “al lupo al lupo”, da te ci si aspetta sempre le stesse cose. Che tu sia in ritardo, incazzata e vagamente depressa, un po’ Loredana Bertè, un po’ Mia Martini. Quando sei di buon umore, insomma, nessuno ti crede.

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Bruciate “The Secret”, leggete Gynepraio. Come la visualizzazione di cose bellissime può portare una donna -già in piedi sul cornicione- a rivalutare quel grande festino che si chiama vita. Tecnica che ho appreso dalla mia eroina Suor Maria. Non a caso, infatti, essa occupa il secondo posto nel mio cuore, subito dopo Jo March di Piccole Donne.

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C’è un grande prato verde, dove nascono speranze che si chiamano ragazzi. Prendi un giovane virgulto, insegnale tutto quello che sai e trasformala in una pianta forte, in grado di dare frutti maturi. Instillale senso critico e rispetto per le istituzioni. Sii per lei un modello di vita.

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Vieni piccina, ti spiego l’ironia. Anni di battute al vetriolo, sarcasmo, doppi giochi da cerebralona buttati alle ortiche: continuo a non capire quando la gente mi si vuole biecamente fare. Probabilmente l’uomo della mia vita mi già è passato davanti, mi ha chiesto di sposarlo ed io pensavo scherzasse. Magari lo reincontro a Edimburgo.

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la vita di Adele

Sabato sera ho visto “La vita di Adele” di Abdellatif Kechiche, film vincitore della Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes. L’educazione sentimentale di una liceale di Lille che, scopertasi omosessuale, vive un’intensa relazione con Emma, artista di alcuni anni più grande. Non mi ero informata su nulla, perché ho passato il pomeriggio a cazzeggiare per non avere pregiudizi; in compenso, mi sono portata dietro la mia unica certezza- quella che non mi abbandona da anni- ovvero di non aver mai capito nulla dell’amore.

Per fortuna, in sala non ero la sola. Anche Adele non sa niente dell’amore. Inizia una relazione con una donna, più grande e smaliziata, diversa per background familiare e aspirazioni. Si abbandona, anche e soprattutto fisicamente, senza risparmiare niente di sé e per sé, nonostante un certo senso di inferiorità culturale. Segue e supporta la sua compagna nel suo percorso professionale, scegliendo una più dimessa carriera di maestra elementare e divenendo l’elemento femminile-materno della coppia. Si sente messa da parte, è anche infedele, ma vuole tornare nello stesso posto, a fianco ad Emma. Vive l’abbandono, segnato da un litigio di grande violenza verbale (l’occasione mi è stata gradita per fare esercizio di empatia lacrimale), in cui non si vergogna di confessare la propria incompiutezza ed il bisogno di essere essere accettata. Esponendosi a un sonoro rifiuto, prestando il fianco ai nontiamopiu e quinoncepostoperte.

litigio

esercizi di empatia lacrimale

Adele non sa niente dell’amore ma lo vive come se non fosse necessario sapere. Come se non si dovesse, all’esordio di una storia, essere guardinghi, proteggersi, preservare le energie per quando le circostanze lo meritino. Adele mangia se ha fame, e Cristo se mangia: le ostriche, gli spaghetti, il kebab, i dolci nascosti sotto il letto. Dice come la pensa, senza temere di sembrare ingenua o ignorante (Perché la chiamano “Accademia di Belle Arti”? Forse esistono anche le “Brutte arti”?). Si spettina di continuo, fuma con voluttà, è sempre pronta a baciare, ridere e far ridere -complice una bocca francesemente e perennemente semiaperta-. Dorme come un ghiro e piange rumorosamente, in pubblico, con il naso che cola. Le piace fare l’amore, tanto, sempre: nell’amplesso il suo corpo si trasfigura e diventa dorato, mentre Emma pare livida e blu.

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Kechiche ha girato un film di 180 minuti, ma a me sono sembrati molti meno. L’unica cosa che richiama lo scorrere del tempo è la protagonista, che all’inizio della vicenda è al liceo e verso la fine ha 23 o 24 anni. Diventa più alta, più magra, più bella. Le sue fattezze si fanno adulte, le espressioni facciali composte, la camminata flessuosa.

Tutti gli altri, invece, stanno in una dimensione non meglio precisata. Si menziona Internet, la scuola in cui insegna Adele è arredata IKEA. Però ci si chiama al fisso e si lasciano messaggi in segreteria. Emma veste come me al ginnasio. I genitori di Adele cenano sotto una luce al neon che sa di anni ’80. Ad un certo punto parte un pezzo del 2011. Sembra di viaggiare nel tempo, con una valigia piena di problemi. L’amore, appunto.

la pioggia di rane

L’unica cosa che mi terrorizza più del sistema Start-&-Stop è l’eventualità che si verifichi una pioggia di rane. Ma ho scoperto che alcuni hanno paura delle matasse di capelli, dei pesci rossi e delle bistecche di carne rossa.

Ne è uscito un dialogo con una psicologa giovane e brava (questa qui!), coraggiosamente pubblicato su quella fantastica webzine che è Soft Revolution.

Per leggerlo cliccate qui: La pioggia di rane: una spiegazione semplice delle fobie umane. Se volete cercarvelo sul sito, non sarà difficile trovarlo in quanto correttamente inserito nella categoria “disagi”.

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chi trova una colf, trova una colt

Niente, se volete un motivo per spararvi due colpi in bocca vi faccio chiamare dalla mia collaboratrice domestica.

C. Signorina buongiorno!
G. Buongiorno Colf, come andiamo?
C. Tutto a posto e niente in ordine, come a casa sua. Comunque volevo dirle che ultimamente la vedo molto bene: da quando ha lasciato quello là ha davvero un’altra faccia!
G. Allora sono 3 anni che mi vede bene…
C. Scherza? Son già passati 3 anni, mamma mia. Dai che magari questa è la volta buona: io l’ho notato che sotto il cuscino di destra c’è di nuovo quella maglietta azzurra, eh, non sono mica cieca…
G. Mi voleva dire qualcosa in particolare?
C. Ah sì, la volevo ringraziare per la marmellata che mi ha lasciato, è ottima e mia figlia ne va matta. E io lì a raccomandarmi, vacci piano che poi ingrassi! Gliel’ho mai detto che lei mi ricorda tanto mia figlia? Una bella ragazza, con l’aria sana, una 46 ben portata.
G. Ma io veram… Comunque, sua figlia ha trovato lavoro?
C. Oh, sì, ha trovato! Che vuole, si accetta quel che passa anche se lo stipendio non è il massimo. Ma è un lavoro impegnativo, di responsabilità, a contatto con il pubblico, un po’ come il suo.
G. Ma che bello! Di cosa si tratta?
C. Fa la commessa da Scarpe&Scarpe.
G.
C. Signorina?
G. Sì, sì, sono qui.
C. Bene, allora la ringrazio di nuovo e la saluto! Ah, no, ecco, mi fa trovare il liquido per lo scarico della doccia? Per favore, non la sottomarca dell’Esselunga ma il Niagara, l’originale, che solo quello scioglie le sue matasse di capelli. Se non riesce a comprarlo, stia tranquilla: per una volta lo frego alla baronessa, che il venerdì fino a mezzogiorno sono da lei. Tanto non se ne accorge, stordita com’è.
G. Dai, non dica così. Povera baronessa, in quell’appartamento gigante, sola con i suoi detersivi…
C. Sola coi suoi miliardi, vorrà dire. Guardi, piuttosto che da quella vecchiaccia io preferisco lavorare a a casa sua. Anche se fa sempre un freddo porco, lasci che glielo dica
G. Ha ragione, devo comprare le pile del termostato, continuo a dimenticarmene…
C. Cose che succedono quando non c’è un uomo in casa. Stia tranquilla, la baronessa ci presterà anche quelle.

vai in africa, celestino

Per chi vuole, la playlist è al fondo.

Ho imparato ad amare l’Africa nera leggendo Karen Blixen, sdraiata sull’amaca, in un torrido pomeriggio d’agosto. CAZZATA. Ho amato l’Africa quando ho limonato furtivamente con un Kenyota su una spiaggia di Malindi, nell’aprile ’99, sentendomi una colona inglese bionda e lentigginosa. Ma soprattutto sentendo mia madre che qualche palma più in là urlava a mio padre di non comprare dagli ambulanti un’altra giraffa in finto ebano, che in casa siamo già pieni di ciapapuer*.

Un masai bello come il sole (Felix, che Dio ti benedica): ero persino riuscita a immortalarlo in una delle poche foto decenti della storia del Gynepraio, immediatamente sbandierata con le compagne di liceo e poi incollata all’anta del mio armadio dove è rimasta finché non mi sono seriamente fidanzata nel 2005.

Quando sono tornata in Africa, si è trattato di un ripiego. Erano i tempi in cui uscivo con il protagonista di questa storia, il quale aveva tentato di incularmi includermi nei suoi progetti di vacanza. Avrete presente la dea interiore che suggerisce ad Anastasia Steele di non iniziare una sodomitica relazione con Christian Gray altrimenti passerà la sua vita con i polsi legati alla testiera del letto? Ecco, la mia diceva “Stay away, you stupid girl, stay away” (Sì, ho letto “50 Sfumature di Grigio”, ma in inglese, e comunque la sera mi strucco sempre e cucino del muffin chellevate). È stato un bene averle dato retta, no? Se, mentre ero a Cuba con lui, fosse emerso quello che scoprii dopo, l’avrei ucciso a sangue freddo e ora a Guantanamo ci sarebbe una prigioniera in più. Tutto questo per dire che decisi di andare a Malika (Senegal) con una Onlus fondata e gestita da (belle) persone di mia conoscenza, tra cui quella di cui si parla qui. Il viaggio è iniziato con un volo in ritardo e con la morte di Amy Winehouse, ma poi è andato tutto benissimo.

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Magari più avanti ripenso e riscrivo cosa ho fatto, chi ho conosciuto e come ho speso quelle 3 settimane. Possiamo sinteticamente dire che l’esperienza prevedeva un mix bilanciato di lavoro volontario (=blanda edilizia) e di viaggio/visita del Paese a bordo di un minibus Volkswagen. 30 persone, una grande casa sulla spiaggia con tante stanze condivise, l’elettricità e l’acqua corrente. Una coppia-senegalese-ora-diventata-famiglia che provvedeva alla spesa, alla cucina, alla pulizia. Un gruppo di volontari senegalesi controllava che i turisti italiani non facessero cazzate, un gruppo di volontari italiani controllava che i senegalesi non si facessero traviare dai turisti italiani. Nessun animale feroce, pochi topolini bianchi, qualche zanzara, tantissimi scarafaggi. Milioni di bambini. Niente alcol, droghe e dolci, molto riso.

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Dall’alto a sx, in senso orario: bus Renken, casa Renken, piedi di volontari Renken, Scuola Malika, piedi di muratrice Renken, spiaggia Malika

Ma oggi mi va di raccontare come il Senegal sia riuscito a farmi recuperare cose che mi erano mancate fino a quel momento. Seppur allevata al grido di “Non ci chiamiamo Onassis“, la mia famiglia di origine mi ha sempre viziata ed educata alla passione per il superfluo. C’è stato un momento in cui ho deciso di non essere il tipo di persona che sta bene con poco e di avere bisogno di molte cose per essere me stessa: i vestiti, il make-up, l’acqua calda, il materasso ergonomico, la dieta variata, lo sport, il cellulare, Internet, l’auto. Solo il Senegal ho messo alla prova le mie capacità di adattamento e gestione dello stress (anche se, forse, un po’ di pratica qui l’avevo fatta).

Ma ne ha guadagnato anche l’autostima: quando si finisce in un posto in cui il fare è meno importante dello stare, devi sviluppare le risorse personali per dare un senso al tempo, nei momenti in cui provi sentimenti “vuoti” come la noia, la stanchezza, il sonno. Si tratta del vuoto che in Occidente riempiamo con cose altrettanto vuote, come guardare la TV o stalkare un ex. Ma in Africa, al massimo, si può dormire, leggere, correre sulla spiaggia. Se loro ne hanno voglia e se si parla bene francese, si può chiacchierare con gli altri. Altrimenti, s’impara a stare zitti, bastarsi e guardarsi intorno, cosa che torna utilissima quando vuoi prendere le distanze o fare 100 ore di autobus in 3 settimane.

In conclusione, se volete liberarvi dai “non farlo” della pigrizia, dai “non ti piacerà” dell’abitudine e “non sei proprio il tipo” della paura, oppure se l’idea di togliervi dalla routine e andare al caldo durante le vacanze natalizie non vi fa esattamente schifo, non vi manca nulla per andare a Malika (Senegal) dal 27 dicembre al 5 gennaio con Renken Onlus.

  • Per chi è a Torino, si terrà un aperitivo di presentazione presso il Lanificio San Salvatore il giorno 29 ottobre alle ore 21.
  • Per i non torinesi, potete scrivere a turismo.renken@gmail.com, visitare www.renken.it e la pagina Facebook dell’associazione.
  • Se volete chiedere qualcosa a me, sapete come fare.

*termine piemontese che indica soprammobili kitsch di scarso valore commerciale e destinati a coprirsi di polvere.

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le chat noir

La retrospettiva delle peggiori conversazioni online, iniziata qualche settimana fa, si è recentemente arricchita di nuovi elementi, di inquietanti contaminazioni oniriche, di pericolose sfumature esoteriche.

Sì, ma erano lisci. Tempi lontani, quelli in cui si sognava il principe azzurro. Adesso la tua amica sogna te, trasformata in un fenomeno da baraccone: per di più si premura di dirtelo e magari tirare fuori due numeri da giocare. Sapendomi addicted dell’anticrespo, essa però mi consola perché i peli “erano lisci”.

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Ci devo pensare. Due giorni dopo mi sono però vendicata infrangendo il suo sogno, cioè di intraprendere una attività sportiva che preveda un minimo di coordinamento e grazia, nonostante la ridondante promessa di “sudare come una vacca”.

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L’ormone primavera. Se in un giorno dal clima temperato te la senti di vestirti da contadinella bavarese e girare la città in bicicletta con espressione beota, sicuramente incrocerai un’amica ancora più scema di te. Ed è subito panico: dove mi hai vista?

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Mago do Nascimiento. Si osserva una certa ricorrenza della magia  tra le tematiche più affrontate. Ne proponiamo due declinazioni: partner che appaiono e scompaiono come David Copperfield, amici che propongono interventi salvifici con la loro bacchetta magica.

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Solidarietà femminile. In chat si tessono alleanze. Qui ne è stata appena creata una contro un’innocente e ignara ragazza. Le si rimprovera il bell’aspetto, ma soprattutto il talento musicale (notare il doppio bleah). Perché amicizia vuol dire cantare all’unisono l’identica canzone e rosicare per le stesse cose.

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Dulcis in fundo. Il comitato UMG (Un Marito per Gynepraio) fondato da mia madre annovera alcuni membri onorari che, periodicamente, sostengono di aver trovato il tipo giusto per me.  Sanno che sono astuta come una faina e tentano disperatamente di scalfire la mia diffidenza con trucchetti da agente Tecnocasa  (“era nerd ma ora non più”=”l’ascensore c’è, ma non arriva al suo piano”).

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non sapevo di essere un barone

L’altra sera ho visto questo spot di Dorelan: 60 secondi di ode al materasso, silenzioso coprotagonista di tutte le stagioni della vita. Apprezzabile tentativo dell’azienda romagnola di sensibilizzarmi ed emozionarmi: fallito, però, perché notoriamente ho il cuore come un ghiacciolo.

Tuttavia, mi sono resa conto che passiamo un terzo della nostra vita a dormire. Tra i tristi risvolti della maturità si annoverano due effetti collaterali. Da un lato, non reggi più la mancanza di sonno: una volta (=2 anni fa) potevo dormire 5 ore a notte per una settimana di fila e mantenere la vitalità di un furetto in calore. Dall’altro, non riesco più a farmi quelle 12 ore di beauty sleep che ti riconciliano con il mondo e sanno di tepore, torpore e anche un po’ di orrore, in quanto associate a pigiami in pile e calzini antisdrucciolo.

Oltre alle 8 ore dormite, ce ne sono altre 8 dedicate alla professione. Sì, lo so che non sono 8. Lo so che voi, piccole api industriose, faticate indefessamente per almeno 12 ore e siete le fitte maglie della trama costituente il tessuto imprenditoriale italiano: ma nel mio fortunato caso, giacché sono a libro paga di un’azienda onesta, ho un orario canonico e gestibile.

Ma tranquilli, non era della mia buona stella che volevo parlare, ma di lavoro. Per l’INPS sono qualcuno dal gennaio 2005 e da allora ho lavorato in una multinazionale, in una mini agenzia pubblicitaria, in una S.p. A quotata in borsa e 2 imprese familiari. Confrontandomi spesso con professionisti attempati e sospettando fortemente che non andrò mai in pensione, ho realizzato che sto vivendo l’adolescenza della mia carriera; tuttavia, con la presunzione dei giovani (abbiamo detto che sono adolescente, no?) credo di averne viste già parecchie. Pronti ad uno spocchioso sproloquio, quindi.

Si parla molto dei baroni del pubblico, ma poco dei baroni aziendali. Per chi non sapesse, sono quelli che lavorano da almeno 15 anni nella stessa società. Molto spesso costituiscono per l’azienda un patrimonio di nozioni e memoria storica. A volte, non sono nemmeno incapaci né sgradevoli. Non mi interessa quanto percepiscano, né li considero dei privilegiati. A parte che, credetemi, tolte alcune eccezioni, la parola “privilegio” nell’impresa privata è ridicola demodé quanto le magliette Monella Vagabonda. I soldi per i privilegi sono finiti con gli anni ’90: al massimo, ci sono i benefit, ma anche quelli sono sempre meno e sono spesso un modo per assottigliarvi la busta paga. Oltretutto, si rivelano armi a doppio taglio. Prima di dire ad un colloquio che “Mi servirebbero un telefono e il laptop aziendale”, ripensate al saggio (cinese, presumo) che esorta a badare ai desideri che esprimi perché potrebbero divenire realtà.

I baroni sono fedelissimi, dediti e assidui nello svolgimento del loro lavoro. Sembra quasi che l’azienda sia loro. In questo mi fanno tenerezza: mi viene da prenderli a braccetto, portarli alla macchinetta del caffè e spiegare che, se si prendono a cuore l’azienda manco ne fossero soci, potrebbero aprirsene una! Ah già, ma poi dovrei rivelare loro anche l’inghippo del rischio imprenditoriale e mi sa che rovinerei la giornata a un bel po’ di gente. Fin qui i baroni sembrano innocui e persino utili, e tutto andrebbe bene, se non entrasse in gioco il loro sentimento principale: la paura.

Queste persone tengono i loro collaboratori più giovani nell’ombra, non insegnando niente e delegando le attività ripetitive e noiose, chiamandole “formative”. Apparentemente, lo fanno per prevenire eventuali errori, fughe di informazioni all’esterno o chissà quali danni d’immagine. In apparenza, i baroni hanno selezionato personalmente i loro collaboratori ma li considerano alla stregua di minus habens che da un momento all’altro combineranno danni inenarrabili. I baroni pensano di lavorare alla NASA: se si girano un istante, il loro assistente pasticcione schiaccerà un pulsante e arricchirà la missione Apollo di un altro triste capitolo. Non voglio fare la sospettosa, ma io credo che i baroni vogliono evitare che i loro assistenti ottengano visibilità, professionalità, autonomia e magari, udite udite, possano un giorno emanciparsi. I baroni qui, si rivelano di una ottusità disarmante. Se un tuo collaboratore diventa autonomo, tu, barone, lavori meglio: puoi dedicarti alle attività succose e strategiche, delegando quelle operative. Se un tuo collaboratore diventa bravo, tu, barone, lavori meno: 4 settimane a Borghetto ad agosto e 2 settimane a Sauze a Natale, capisci? Se un tuo collaboratore è brillante, barone, agli occhi della direzione il merito è suo ma anche TUO perché l’hai scelto e formato.  Ci vorranno almeno 2 anni prima che il tuo assistente in gamba diventi una reale minaccia per la tua figura, goditeli! Saranno solo 2 anni, perché se si tratta davvero di un ragazzo in gamba se ne andrà lui pur di non vedere più la tua faccia. Ultimo, cedendo alla paura di essere scavalcato e contribuendo ad allevare un giovane timorato di Dio ma ahimè impreparato, ti dimentichi che la pensione te la pagherà anche lui. Ingrato, un giorno mi dirai nell’orecchio a cosa giocavi in fondo all’aula nelle ore di macro e micro economia.

Paura ovunque: paura della tecnologia che ammazza la carta, paura delle procedure che soffocano l’informalità, paura degli archivi digitali che soppiantano la memoria umana. Sempre e solo paura. La paura è un sentimento umano, figuriamoci se una che si caga davanti a una rana si può permettere di banalizzare la paura. Ma il problema è che questa non è paura! E’ insicurezza con il vestitino della presunzione. L’insicurezza è veniale e si risolve con una sano outing: ammettete la vostra vulnerabilità! Non succede nulla, a confessare apertamente i propri limiti di comprendonio. Magari le persone vi vorranno bene, si inteneriranno. E’ la presunzione dei baroni, la cosa grave: non vedono un modo per fare meglio di come hanno fatto finora con i metodi di loro invenzione. Come mai io -pur non stando in questo club– ne vedo almeno dieci? Come mai io vorrei imparare da voi, prendere il bello del vostro operato e migliorarlo, e mi fate passare la voglia? Perché riuscite ad ammutolire me che parlo anche con le maniglie delle porte?

Io penso che l’unico modo per liberare i baroni dalla paura (e noi dalla loro presenza) sia l’Erasmus Aziendale. Dopo 5 anni di permanenza in azienda, ogni dipendente va ricollocato un semestre in un’altra azienda a ricoprire lo stesso ruolo: chi se la cava e si costruisce una credibilità indipendentemente dall’ambiente, può avere indietro la sua cameretta il suo ufficio. Chi fallisce, in prepensionamento senza neanche la targhetta di fantozziana memoria che dice Con stima, i colleghi di una vita.

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PS Potrebbe essere un reality, tipo “Non sapevo di essere un barone”. Pensarci.

PPSS. Rileggendo, mi rendo conto che potrebbe sembrare una invettiva contro gli anziani: ma purtroppo il barone non è neppure anziano, spesso ha poco più di 40 anni. E comunque io agli anziani devo tantissimo.