la nonna e la poesiuola

Avevo promesso, in questo post, che avrei fatto recitare a mia nonna la poesia di fine anno. Pensavo occorressero 27 zuccherini digestivi alla cannella per farle superare il blocco da telecamera, come accade alle partner di Rocco Siffredi prima delle riprese. Invece, ho scoperto che la vecchietta aspettava da 85 anni il suo quarto d’ora di celebrità perché si è ravviata l’argentea chioma, si è schiarita la voce e ha recitato come se non ci fosse un domani. Era troppo bella per tenermela per me e non aggiungerci qualche stupida riflessione a margine.

L’anno vecchio se ne va e mai più ritornerà. La breve pausa che la nonna ci regala a questo punto non è casuale né dovuta a mere ragioni di metrica. Prendere coscienza che il tempo trascorso non ci verrà reso non è banale e richiede tempo. Ma se (come me, come la nonna e come il Maestro De Gregori) siete tentati di crogiolarvi nei ricordi per non andare avanti, potrebbero esserci risvolti piacevoli. Infatti, domani ci accorgeremo che non ritorna mai più niente, ma finalmente accetteremo il fatto come una vittoria.

Io gli ho dato una valigia di lezioni fatte male, di bugie, di impertinenze, di capricci e disubbidienze. Ma anche di inadempienze, intemperanze, lagnanze, ambivalenze. E perché no, incoerenze e sgradite incombenze.  La valigia è già troppo piena? Beh, dai, le impertinenze me le riprendo e lascio le odiose flatulenze. Le speranze e soprattutto la scemenze me le tengo, non le mollo manco morta.

e gli ho detto: “porta via, porta via, questa è tutta roba mia”. A questo punto, forse ingannati dalla breve pausa della nonna, o più probabilmente per la mancanza di fiducia nelle doti mnemoniche della stessa, i commensali hanno creduto che l’esibizione fosse conclusa e si sono prodotti in un applauso, da me sedato all’urlo satanico di DEVE FINIRE. Mancava la chiosa, il cosiddetto “sguardo limpido sul futuro”.

Anno nuovo, avanti avanti, ti fan festa tutti quanti. La nonna sottolinea il verso con un invitante cenno della mano. Siete tra i fortunati che andranno a sentire 12 ore di Gigi d’Agostino alle Rotonde di Garlasco? Orsù, siete ancora in tempo in quanto non vi è obbligo di prenotazione ripeto non sussiste obbligo di prenotazione. Siccome ho tutte le intenzioni di recitare in un horror dal titolo “Il pigiama ti fa bella”, ho pianificato un Indiano Take Away con il-morigeratissimo-e-pressoché-astemio-voi-sapete-chi. Tandoori permettendo, arriverò sveglia al discorso del presidente. 

Tu la gioia e la salute porta ai cari genitori, dei parenti e degli amici rendi lieti tutti i cuori. La cosa più sorprendente di questa poesiuola è che non si chiede niente per sé, ma solo per le persone amate. Mi permetto quindi di scendere nello specifico, metti che l’anno nuovo si confonda. Allora: per mia madre e mio padre, rispettivamente, 20kg e 20 sigarette in meno; per mia cugina, una repentina riforma burocratica dell’ufficio complicazione-adozioni-semplici di Bogotà; infine, chiedo un cuore di riserva per le mie amiche cui è stato ingiustamente spezzato. Io ci ho pensato davvero, ma non voglio niente di più di quello che ho. Se si escludono 20.000 followers, ma questa è un’altra storia. Che sia un anno meraviglioso per tutti.

PS Per chi volesse saperne di più sulla gioconda vecchietta del video, qualche dettaglio sulla sua poliedrica personalità lo trovate qua, qua e qua

Come Pippi

Cosa fa una nei giorni di ferie che la separano dall’inizio di un anno nuovo? Legge i libri che da mesi accantona alla ricerca della concentrazione? Pulisce la casa? Va a correre nel parco per smaltire quei 750g di crema-al-mascarpone-ma-senza-pandoro-che-sei-matta-io-mai-carboidrati? Figuremose. Si stilano LISTE.

Ho pensato che nel 2014 voglio essere disciplinata, saggia e forte. Ma non voglio essere rigida, saccente e violenta. Voglio essere come Pippi.

DISCIPLINATA.
“Ma allora chi ti dice quando devi andare a letto, di sera, e cose simili?” – chiese Annika.
“Me lo dico da sola – spiegò Pippi – dapprima con le buone, e se non obbedisco, in tono che non ammette repliche, e se continuo a non voler obbedire, allora finisce a sculacciate.”
Non si può dire che per Tommy ed Annika il concetto risultasse del tutto chiaro, pure pensarono che doveva essere un buon sistema.

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disciplinata

SAGGIA.
“Perché dovrei andare a scuola?”
“Per imparare tante belle cosine”.
“Che tipo di cosine?” si informò Pippi.
“Tutto ciò che è possibile imparare” spiegò il poliziotto: “una enorme quantità di nozioni utili, come la tavola pitagorica, per esempio”.
“Me la sono cavata perfettamente per ben nove anni, anche senza bisogno della tavola piragotica” disse Pippi; “e posso continuare nello stesso modo”.
“Sarà, ma immagina quanto ti peserà la tua ignoranza: pensa se, quando sarai grande, qualcuno ti chiederà qual è la capitale del Portogallo e tu non saprai rispondere!”
“Certo che saprò” esclamò Pippi. “C’è un’unica risposta per un tipo simile: se proprio muori dalla voglia di sapere come si chiama la capitale del Portogallo, per amor di Dio, scrivi subito in Portogallo, e te lo sapranno dire”.
“Ma non pensi che ti sentiresti un po’ mortificata, a non saperglielo dire tu stessa?”
“Può darsi” disse Pippi. “Può darsi che mi capiti di rimanere sveglia fino a tarda notte a furia di chiedermi: ma come diavolo può chiamarsi la capitale del Portogallo? Del resto, ognuno ha le sue preoccupazioni” concluse, e si mise a camminare avanti e indietro sulle mani.
“Del resto, sono stata a Lisbona col mio papà” aggiunse, continuando a spostarsi con la testa in giù e le gambe in su, perché, tanto, riusciva benissimo a discutere anche così.

saggia

saggia

FORTE
Pippi era davvero una bambina straordinaria. La cosa più eccezionale in lei era la sua forza; era così tremendamente forte, che in tutto il mondo non esisteva un poliziotto che fosse forte quanto lei. Poteva benissimo sollevare un cavallo, se appena lo avesse voluto.
forte

forte

è natale, è natale, si può darla di più

Per questo Natale, io vorrei che tutti facessimo un uso spregiudicato, spropositato, esagitato del nostro corpo. Che fossimo generosi di noi stessi, senza risparmiare le energie fisiche per nobili scopi come potare la siepe o lavare i vetri.

Che diventassimo poliglotti e apprendessimo tutti i linguaggi, verbali e non, per dire alla nostra persona quanto è importante, sviluppando la capacità di leggere tra le righe.

Perché solo nei momenti di abbandono e intimità  escono le parole che alla luce del giorno rimangono acquattate come gufi. Mangiamo, beviamo, scartiamo pacchi. Ma poi, per favore, tutti sotto le coperte a ripassare il dizionario del materassi e la grammatica dell’alcova.

Gli aggettivi qualificativi, quelli pregni di significato: come bella e bravo. Quelli possessivi, che sono dichiarazioni di intenti: mia, tuo. Gli avverbi, perché i modi contano quanto i contenuti: bene, sempre, così, fortetanto, di più, ancora.
E soprattutto, milioni di vocali. Quelle che Mike vendeva a peso d’oro ai concorrenti de La Ruota della Fortuna.

Buon Natale a tutti

Buon Natale a tutti

natale non sarà natale senza regali

“Natale non sarà Natale senza regali”, borbottò Jo, stesa sul tappeto. (Piccole Donne)

Jo, io l’ho capito che sei triste, che tuo padre sta al fronte. Che ti senti tagliata per scrivere romanzi e invece ti tocca fare la badante a zia March. Che volevi nascere uomo per fare l’esploratore e invece sei una signorina della Pennsylvania Orientale. Che tra un po’ ti muore la sorellina favorita. Ci sta questo pessimismo. Ma credimi, da quando ho smesso di fare i regali di Natale sto meglio.

Il mio unico grande regalo se lo becca lei: la bambina senegalese verso la quale ho incanalato il mio istinto genitoriale tre anni fa, insieme ad un caro amico. Me l’hanno scelta i ragazzi di Renken Onlus sulla base di alcuni importanti criteri: è infatti una delle creature più ribelli di Malika, come si evince dall’espressione da riformatorio di Mary per Sempre. Son già preoccupatissima, che a settembre andrà a scuola e dio solo sa quante sgridate si prenderà, per via di questo caratteraccio. Timori a parte, quest’anno ho riconfermato la mia scelta anche perché, in virtù delle mie conoscenze presso i piani alti di Renken Onlus, ricevo periodiche e dettagliate informazioni sulla sua quotidianità. Fatelo anche voi.

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A tutti gli altri, ho pensato di regalare del tempo. Quello necessario a scrivere a mano una lettera o un biglietto personalizzato. Del tipo grazie per essere così, ti auguro questo, vorrei che insieme facessimo quell’altro (pensavo di scriverne 3 o 4, ma poi mi è partita la mano e ne sono usciti 25: si vede che avevo tante cose da dire). A quelli cui spetta un dono di rappresentanza, regalo degli zuccherini digestivi prodotti e confezionati da me. Che hanno fatto la gioia di molti. La colf, ad esempio, credo se li sia subito ingollati tutti -incluso l’alcol a 95° e la stellina di anice- perché venerdì mi ha lasciato un ringraziamento strappalacrime sgrammaticato e tremolante, ha pulito demmerda e si è scordata di bagnare le piante.

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biglietti natalizi e zuccherini digestivi made in Gynepraio

Ma non bastava il pensiero? Assolutamente sì. Ad esempio, a voi-sapete-chi ho preparato un pentaregalo così cervellotico e simbolico che per pensarci e partorirlo ho speso più ore che euro. E NON HO ANCORA SCRITTO IL BIGLIETTO.

La biscottiera

P. Qualunque cosa succeda, non dire mai mai mai alla mamma che un cibo ti piace.
G. Perché, papà?
P. Perché in quel caso, si dimenticherà sistematicamente di comprartela. Che vuoi, è fatta così. Quindi: se a cena c’è la parmigiana di melanzane, cosa dirai?
G. Mmmmmh, che buona la parmigiana, è il mio piatto preferito!
P. No, figlia mia, te l’ho appena detto: devi mangiare e stare zitta.
G. Ah, già, scusa papà.

Mia madre è una donna eccezionale, bionda, simpatica e tettona, anche perché ha un cuore enorme. Però sul fronte dell’approvvigionamento alimentare, ha un grosso limite: fa la spesa là dove si trova, non è abitudinaria e deve ogni giorno cucinare cose diverse. Siccome mi gioia es tu gioia, dinanzi ad un apprezzamento gongola sinceramente per aver fatto la cosa giusta: ricordiamoci che ha sposato un uomo convinto che le soddisfazioni ed i riconoscimenti son denari che van spesi con dovuta proprietà (semicit). Finita l’effimera euforia da complimento, rimuove freudianamente l’accaduto e smette di comprare e cucinare ciò che ti piace. Accade con il pane, la mortadella, l’insalata russa, il crudo (insomma, tutti i cibi favoriti di mio padre).

A me, accadeva con i biscotti. C’è in casa dei miei genitori questa scatola di latta, che esiste almeno dal 1982 perché non ne ricordo altre. Veniva e viene estratta tutti i giorni e, secondo l’ispirazione materna, partoriva frollini, petit, pasticceria secca. Nessuno di essi mi faceva impazzire, nel senso che non era mai quello che volevo. Che per inciso erano le gocciole.

biscottiera

Ma, una o due volte l’anno, produceva un miracolo. Nel corso del tempo, si accumulava sul fondo della scatola un mix di briciole, zucchero, granella di mandorle, uvetta, pepite di cioccolato. Insomma, avanzi. Questo mix, versato nel latte (non intero né caldo: ma che ve lo dico a fare?) generava una merenda deliziosa. Una specie di zuppetta da svezzamento, dolce, tiepida, confortante. Al massimo una o due volte l’anno.

Di colpo rivalutavo tutti quei biscotti di cui mi ero lagnata nei mesi precedenti. I savoiardi, figli di papà buoni a nulla. Granturchese, gonna tartan e nervi fragili. Macine, spocchia presuntuosa da eterne uscite con buco. Galletti, sciovinisti per definizione. Abbracci, coppia mista ante litteram. Tarallucci, scemi del villaggio. Gingerbread, inspiegabilmente già diffusi in casa mia prima che lo zenzero diventasse il nuovo prezzemolo. Pavesini, assenza di nerbo e ironia. E ancora loacker, ringo, grancereale, ritornelli, orosaiwa. Anche gocciole, ma veramente poche.

La biscottiera di mia madre è allegoria del mondo, dove anche le persone peggiori hanno qualcosa da dare, ma quelle speciali s’incontrano di rado.  E’ metafora della vita, in cui l’attesa paziente viene ricompensata da un piccolo miracolo.

Guardando questa foto di ieri, mi rendo conto che la biscottiera è anche la dimostrazione che persone non cambiano mai, mia madre in primis.

In casa dei miei genitori non è cambiato nulla

Come nelle migliori tradizioni

disdicevoli

Tutti abbiamo letto e comprato libri disdicevoli. Sono sicura che se andassi a casa di Baricco e mi mettessi a ravanare nella sua libreria -una Enzo Mari?- troverei anche lì dei titoli vergognosi, collocati ad arte ripiano più alto. Sono sicura che se una persona in visita gli chiede “Ale, ma cosa ci fa “Il grande Boh” di Jovanotti lassù?”, il nostro scuote i riccioli tutto imbarazzato e gli risponde “Figurati, mica l’h0 letto, me l’ha regalato il giardiniere un po’ di anni fa.”

Secondo me anche Paolo Giordano, nella sua libreria -una Billy Ikea?- ha almeno un libro di Fabio Volo, regalatogli da una fidanzata del liceo. Vi ho mai raccontato di quando abitavo nella mia casa vecchia e ho scoperto che Paolo Giordano sarebbe andato a vivere nell’appartamento a fianco, allora con la complicità del direttore lavori che gli seguiva la ristrutturazione sono andata a perlustrarlo? Non sono una stalker morbosa, volevo solo vedere se aveva scelto un pidocchioso parquet industriale come il mio, ecco. Sta di fatto che quando Paolo Giordano vi  si trasferì, decisi di accoglierlo con tutti i crismi, facendo una retromarcia delle mie e mancandolo per un pelo.

a ognuno la sua libreria

a ognuno la sua libreria

Quando voi-sapete-chi ha trovato nella mia libreria questi 2 imbarazzanti volumi, mi sono improvvisamente ricordata perché erano lì. Guarda caso, me li avevano proprio regalati.

GYNEPRAIO VS BLATTE. Il mio primo appartamento cittadino (quello vicino a Paolo Giordano) era stato oggetto di una rocambolesca ristrutturazione, per cui era disabitato da quasi 3 anni. Quando io ed il di-allora-fidanzato ci entrammo, in un bollente mese di giugno, feci la mia conoscenza con la blatta germanica. Nel mio sistema di valori, nell’intero regno animale solo la rana può superare una blatta in bruttezza, sporcizia e antipoeticità. Ho abitato fino a 25 anni in un comune dimenticato da Dio, in piena campagna. Ho anche vissuto un anno nella Pennsylvania Occidentale, dove la campagna è così campagna che l’essere più civilizzato sono gli Amish in carrozza. Ma non avevo mai visto una blatta: ho dovuto trasferirmi in piena città, in un ex opificio trasformato in appartamento, per apprezzarne la bellezza.

Erano tante, nere, di varie misure: avevano colonizzato l’appartamento e col buio uscivano. Quando accendevo la luce, era tutto un fuggi fuggi, un nascondersi negli anfratti, negli stipiti delle porte, dietro i mobili, sotto i tappeti. Pulii la casa da cima a fondo, sparsi una polvere comprata al Brico. Smisi anche di bere a cena per non dovermi alzare nottetempo a fare pipì e non disturbarle incontrarle. Alla fine dovetti desistere e chiamai la disinfestazione.

Quando il problema si risolse, mio padre mi comprò questo libro mettendomi un segnalibro in questa pagina.Documenti1

GYNEPRAIO GOES SELVAGGIA. Ogni 26 dicembre, in casa mia, si svolge la “Cena degli avanzi” in cui alcuni dei miei amici favoriti condividono i rimasugli dei pranzi Natalizi e si scambiano doni homemade, lettere, biglietti e oggetti di dubbio gusto, purché di scarso valore commerciale. Un anno, miracolosamente, avevo un ragazzo. Appena reclutato, non timido ma pur sempre collocato in un ambiente estraneo e in mezzo a gente che conosceva superficialmente. Me inclusa.

Chissà cosa pensò quando mi vide aprire il mio regalo mentre la mia amica mi batteva goliardiche manate sulla schiena “Vecchia porca, non si smette mai di imparare eh? Visto che bel regalo?”. Quando ero quasi riuscita a gettare il libro dietro il divano e a distrarre il ragazzo mormorando sconcerie nelle sue orecchie, lei ci interrompe e ci mostrò quella che secondo lei era la chicca dell’opera: “Vedi, lei spidocchia lui in segno d’amore, non lo trovi bellissimo?”. Il ragazzo durò poco, ma non era granchè.

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una maglietta vi azzittirà

Oggi è Santa Lucia, nel Nord Est stanno già aprendo i regali.

E per quanto mi riguarda, sto per presentarvi IL regalo del Natale 2013. Per strapparmi di bocca queste parole, ci voleva ben altro di quelle stronzate fucsia made in Goolp, visto che, per il terzo Natale consecutivo, ho deciso di non fare nessun regalo a nessuno. Tranne a voi-sapete-chi, ma lui è diverso: tramite i regali io gli dico cose, e viste le nostre recenti vicissitudini e ormai conclamate difficoltà comunicative, non mi faccio sfuggire una così lauta occasione di aprir bocca in nome di un valore dèmodè come la coerenza.

Tornando a noi, quel genio di Marta Corato di Soft Revolution -che per inciso ha 23 anni: quindi sì, è davvero nata gente dopo il 1986- ci suggerisce come evitare le tartassanti domande dei parenti ai pranzi natalizi. Basta una maglietta di cotone, su cui stampare le risposte alle tipiche domande dei parenti invadenti et voilà, fine delle vessazioni psicologiche. Mai più domande trite e ritrite, mai più risposte biascicate e annoiate: potremo passare a parlare di argomenti ben più succosi oppure, VIVADDIO, stare zitti.

Ora, i miei pranzi natalizi sono piacevoli: il tasso di riproduzione nel ramo materno e lombardo della mia famiglia è decisamente basso quindi si riesce a mantenere il numero dei partecipanti sotto i 20. I miei cugini, i loro mariti/figli/animali domestici sono simpatici. Io non ho fratelli, figli né mariti e si contano sulle dita di una mano i miei Natali da fidanzata. Quando ho un ragazzo, questi passa le feste dalla sua famiglia di origine ed io mi guardo bene dal portarlo in famiglia. A volte ci sono i miei cugini irlandesi con i bambini, che sono belli come il sole e soprattutto parlano italiano come Heather Parisi. Ci sono due nonne, una sola delle quali è mia, entrambe matte come cavalli. Adducendo come scusa la memoria che se ne va, mangiano come bufali riempiendosi il piatto a oltranza (“Nonna, hai già preso il vitello tonnato 3 volte“. “Ah, ma dai? Mica mi ricordavo“). Con il pretesto dell’artrite si fanno servire e schiacciare montagne di noci, nocciole e pistacchi. Con l’aiuto di due bicchieri di spumante ed un po’ di moine, mia nonna recita qualche poesiuola festiva: se ce la faccio, quest’anno la filmerò. Poi, siccome sappiamo che tipo è, inizia a giocare a carte come se non ci fosse un domani. Verso le 18, raccattati due avanzi per il giorno dopo, carico i miei in auto e torniamo a Torino.

Ma la mia non è la famiglia del Mulino Bianco, quindi ho anche io la mia dose annuale di domande inopportune. A voi le mie favorite.

-“Dov’è il tuo ragazzo, pensavamo che quest’anno ce l’avresti portato, ma cos’è ti vergogni?” Segue immediato film mentale di me che arrivo a pranzo con un freak tipo Elephant man, che si getta ad abbracciare mio zio mentre io dico “Che volete, io lo amo così com’è”.
-“Di cosa ti occupi esattamente?” “Marketing. “Ah, Roba di mercato“. Ed è subito ore 5 del mattino, Gynepraio in Moon Boot che monta il banco dell’ortofrutta a Porta Palazzo, soffiandosi sulle mani, maledicendo il freddo, l’artrite incipiente, il governo, i forconi.
-“Ma che fine hanno fatto i tuoi bei capelli biondi di quanto eri piccola?” Questa è la mia favorita, perché mi sento come Jo March che decide di tagliarsi i capelli e venderli per raccogliere del denaro. La mia risposta istintiva è: “Ma zia, quella su cui ho appena investito 200€ di taglio, colore, shatoush e prodotti Kérastase è in realtà una parrucca. I miei veri capelli li ho tagliati e venduti tempo fa per comprarmi mezz’etto d’erba. Ma di quella buona, eh. “