Ai miei nemici auguro la sindrome premestruale

Sono ormai 20 anni che assisto mensilmente agli sconvolgimenti di cui il mio corpo è protagonista. Crescendo, ho letto materiale informativo in merito e ho condotto sondaggi informali tra persone a me vicine e non (tra perfette sconosciute, quale migliore domanda per rompere il ghiaccio di “Ma a te in premestruo cosa fa male?”). Ma soprattutto ho imparato ad auto-osservarmi, abitudine che nella mia famiglia d’origine non mi è stata inculcata: ricordo a voi tutti che mio padre è convinto di saper aggiustare le ossa, e che in casa dei miei si cura tutto -dall’herpes zoster alla febbre tifoide- con il VivinC.  I risultati di questa osservazione sono tutti qui, e li potete leggere con il sottofondo della playlist Spotify predisposta ad hoc che trovate sotto.

sbalzi d’umore AKA bipolarismo. Si può essere allegre e subito dopo tristi, lacrimare come agnelli e poi ridere come iene. Ma non è detto: ci sono mesi in cui il corpo  sceglie un mood, che può restare costante per svariati giorni. Tale mood, badate bene, non sconvolge l’indole della donna ma ne esacerba caratteristiche che essa già possiede in forma lieve, latente o comunque socialmente accettabile. Ad esempio,  l’irascibile si metamorfosa in una Erinni assetata di sangue con la sindrome di Tourette e il vaffanculo sempre in tasca. L’indolente diventa un bradipo catatonico che parla come Barbalbero e si muove come Mordiroccia. L’emotiva si commuove indifferentemente per la guerra in Darfour, i gattini di Instagram e i divorzi dei vip. La gelosa diventa visionaria e inizia a guardare con sospetto anche la portinaia coi gambaletti e le ciabatte (ma potrebbe anche trattarsi di una fashion blogger). A volte interviene la paura del futuro, che combinata ad un certo talento per la sceneggiatura produce sproloqui tipo “amore, visto? Ci hanno rimbalzato la proposta immobiliare, lo sapevo, non troveremo mai una casa per noi, di fisso ci hanno fatto l’affascino, mi ritroverò a 40 anni vecchia a decrepita, sterile come le steppe della Mongolia, da sola ancora in questa casa ad ascoltare Edith Piaf e bere whiskey dalla bottiglia, mentre tu te la spassi con minorenni ucraine conosciute su Badoo”. E via discorrendo. Se siete contemporaneamente irascibili, indolenti, emotive, gelose, pessimiste, allora fate un bel mash-up e saprete cos’è essere me.IMG_2907

appetito. Se siete buone forchette, conoscete perfettamente quella fame atavica che neanche Mowgli nella giungla. Ma fortunate, ripeto fortunate, quelle donne che riescono a dirigere il loro desiderio verso lidi rassicuranti: la Nutella, le pistacchi, i cari vecchi carboidrati. Il dramma VERO è di quelle che, come me, non sanno cosa mangiare e che hanno voglia di yogurt greco, poi di mostarda, quindi di Estathe e concludono la cena mangiando col cucchiaino un ragù di cinghiale da 12 euro al vasetto comprato da Eataly per le grandi occasioni. E un pacchetto di M&Ms per gradire.

mutazioni fisiche. E’ il mio corpo che cambia nella forma e nel colore, ogni mese in modo diverso. A volte prendo 2kg senz’alcun motivo apparente. Sento che mi sta venendo il faccione, alchè mi sovviene il film di Nadia Rinaldi, mi convinco di essere macrocefala e a quel punto non apro la porta manco al postino. Mi automassaggio le cosce e mi sembra di sentire bicchieri d’acqua che si spostano al tocco delle dita. In posizioni altamente strategiche e senza alcuna logica temporale, spuntano i brufoli. Giuro che una volta sono entrata in riunione alle 3 liscia come il culo di un neonato e sono uscita alle 5 e mezza che avevo il Krakatoa sul mento. A volte, fortunatamente più sporadiche, mi viene una specie di forfora sulle tempie, fenomeno lampo ma non meno imbarazzante.  Immancabile, poi, un seno ingombrante che mi precede orgoglioso ovunque vada.

In questi giorni difficili, oltre a quella emotiva e cerebrale, sono compromesse anche altre funzioni corporee come il sonno e il transito intestinale (ciao bagno ciao). Ne viene minata anche l’attività sessual-riproduttiva, perché si vuole solo morire con un falafel in mano guardando Love Story, figuriamoci farsi toccare dall’uomo, barbaro invasore, miscredente profanatore di quel santuario che è il corpo femminile. Solitamente, voi-sapete-chi sceglie quei giorni per avvicinarmisi con l’espressione di un satiro infoiato e dirmi “Mmmmh, ma di chi sono mai queste belle tettine?”. Ed è solo allora, che mi sento veramente vicina a Lorena Bobbitt.

vale la pena

Di osservare la propria casa virare progressivamente verso un porcile. Di avere pallette di polvere negli angoli, pile di abiti da piegare alte un metro e ottanta. Ben vengano i cuscini da sprimacciare, le superfici da raschiare, i bucati da caricare, i cani da spazzolare, le maniglie da lucidare. Ma soprattutto, le aspirapolveri da passare. Perché si può mimare Freddie Mercury in I want to break free. Baffi inclusi, perché le disgrazie non vengono mai da sole.freddieDi vivere una storia d’amore dura, asimmetrica, una lotta ad armi impari in cui uno solo ha il coltello dalla parte del manico ed, ehi, non sei tu. In cui hai sempre torto e ti si ritorce tutto contro. Perché si può cantare The winner takes it all degli Abba, sentendosi una povera illusa, cieca ed accecata, stupida e terribilmente perdente. Ma soprattutto, molto bionda.abbaVale la pena affrontare una lunga separazione, la triste tiritera degli sms, delle schede telefoniche e delle videochat su Skype. Per il rito delle chiusura valigie, per la spunta della checklist, eh sì, anche per la sbrinatura del frigo. Ma soprattutto per dire addio all’innamorato miagolando Leaving on a Jetplane, nella dolciastra versione di Peter Paul and Mary, cogliendo l’occasione per strappare nebulose promesse su un anello di fidanzamento.jpmVale anche la pena di avere un fidanzato poco interessato al bricolage. Perché dovrete andare al Brico a comprarvi una cassettina degli attrezzi. Cercare di capire a cosa servono: che cos’è la brugola, cos’è il pappagallo, la chiave inglese, le varie punte per il trapano. Poi, trovi lui, il re di tutti gli utensili: il martello. Ed è subito scena erotica di Wrecking Ball. Grazie Miley.
mileyVale sempre la pena di vivere le cose. Se poi esiste una canzone per fare un po’ di cinema, allora ancor di più.

hai paura del buio?

La playlist è sotto. Giovedì sera sono stata all’Alcatraz di Milano a vedere l’ultima data 2013 del Festival Interculturale “Hai paura del buio?”, organizzato da un pool di musicisti, artisti, performer ed il cui ricavato sarà devoluto all’organizzazione umanitaria Soleterre per sostenere il “Programma Internazionale di Oncologia Pediatrica”. Oltre agli Afterhours, erano presenti Piero Pelù, Il Teatro degli Orrori, Giuliano Sangiorgi, Marta sui Tubi, Antonio Rezza, Paolo Giordano e gli altri ve li leggete qui.

2

Vi ringrazio per la domanda. Comunque no, non ho paura del buio; mia madre mi mandava a dormire presto ma lasciava sempre aperto uno spiraglio. Dal mio letto potevo vedere le luci blu del televisore in soggiorno, dove venivano trasmessi: Indietro Tutta, Un giorno in pretura, Il processo del lunedì, Fantastico, Chi l’ha visto, Drive-In (ma solo quando mio padre non c’era e quindi cadeva provvisoriamente l’embargo sulle reti Mediaset). Pertanto sapevo imitare Nino Frassica nel ruolo del Bravo Presentatore ed eseguire Cacao Meravigliao e Cicale, ma senza coreografie perché non me le lasciavano vedere (lacuna colmata anni dopo con l’aiuto di mia cugina, gran ballerina tra l’altro).

Non ho neanche paura del paranormale, visto che a 5 anni mio padre mi ha informato concisamente che fantasmi, Dio e Babbo Natale non esistono, togliamole ‘ste idee malsane prima che le venga voglia di bazzicare cimiteri, chiese e centri commerciali. Non ho nemmeno paura di Virginia Woolf, anche se doveva essere un soggetto egocentrico e incredibilmente logorroico. In compenso, ho paura di tantissime altre cose.

Ho paura che un giorno la mia fobia delle rane mi farà passare la voglia di andare nei posti notoriamente pieni di rane tipo le rive del Gange a Varanasi. Ho paura di finire sotto un ombrellone del lido Margherita di Alassio a stramaledire il tempo, il governo e la focaccia che non è più quella di una volta.

Varanasi, agosto 2012

Varanasi, agosto 2012

Ho paura di condannare me stessa e gli altri ai soliti errori, smettendo dare opportunità di redenzione al resto del mondo. Tipo di pensare che un mio coetaneo e concittadino, solo perché il suo primo osannatissimo romanzo mi ha fatto poco più che schifo, non sia capace di scriverne anni dopo un secondo, molto diverso e molto migliore.

Di svegliarmi una mattina con una pelle di merda, vecchia, asciutta e senza volontà. Di pensare che ho fatto parte di un amore che è finito male, che ormai i fiori si sono rovinati, che i miei livelli d’amore vanno bene ma io no. Che è meglio non appartenere a niente mai e stare sola, anche se poi m’annoio. E lo so, che quando mi annoio divento pericolosa e assassina quanto una iena. Ho paura di entrare in uno stato di allerta, scelta, controllo, letti rifatti al meglio quando io scusami -amore- voglio solo dormire.

Infine, ho molta paura di dover ancora assistere a campagne inopportunamente costose e hashtag inguardabili come #guerrieri, quando c’è chi ha partorito pro-bono un anagramma come ReLOVEution.

Comunque del buio, no, non ho paura.

vai in africa, celestino

Per chi vuole, la playlist è al fondo.

Ho imparato ad amare l’Africa nera leggendo Karen Blixen, sdraiata sull’amaca, in un torrido pomeriggio d’agosto. CAZZATA. Ho amato l’Africa quando ho limonato furtivamente con un Kenyota su una spiaggia di Malindi, nell’aprile ’99, sentendomi una colona inglese bionda e lentigginosa. Ma soprattutto sentendo mia madre che qualche palma più in là urlava a mio padre di non comprare dagli ambulanti un’altra giraffa in finto ebano, che in casa siamo già pieni di ciapapuer*.

Un masai bello come il sole (Felix, che Dio ti benedica): ero persino riuscita a immortalarlo in una delle poche foto decenti della storia del Gynepraio, immediatamente sbandierata con le compagne di liceo e poi incollata all’anta del mio armadio dove è rimasta finché non mi sono seriamente fidanzata nel 2005.

Quando sono tornata in Africa, si è trattato di un ripiego. Erano i tempi in cui uscivo con il protagonista di questa storia, il quale aveva tentato di incularmi includermi nei suoi progetti di vacanza. Avrete presente la dea interiore che suggerisce ad Anastasia Steele di non iniziare una sodomitica relazione con Christian Gray altrimenti passerà la sua vita con i polsi legati alla testiera del letto? Ecco, la mia diceva “Stay away, you stupid girl, stay away” (Sì, ho letto “50 Sfumature di Grigio”, ma in inglese, e comunque la sera mi strucco sempre e cucino del muffin chellevate). È stato un bene averle dato retta, no? Se, mentre ero a Cuba con lui, fosse emerso quello che scoprii dopo, l’avrei ucciso a sangue freddo e ora a Guantanamo ci sarebbe una prigioniera in più. Tutto questo per dire che decisi di andare a Malika (Senegal) con una Onlus fondata e gestita da (belle) persone di mia conoscenza, tra cui quella di cui si parla qui. Il viaggio è iniziato con un volo in ritardo e con la morte di Amy Winehouse, ma poi è andato tutto benissimo.

ea8cc410195e52a334a1fb197502cab1518eda4dd0095

Magari più avanti ripenso e riscrivo cosa ho fatto, chi ho conosciuto e come ho speso quelle 3 settimane. Possiamo sinteticamente dire che l’esperienza prevedeva un mix bilanciato di lavoro volontario (=blanda edilizia) e di viaggio/visita del Paese a bordo di un minibus Volkswagen. 30 persone, una grande casa sulla spiaggia con tante stanze condivise, l’elettricità e l’acqua corrente. Una coppia-senegalese-ora-diventata-famiglia che provvedeva alla spesa, alla cucina, alla pulizia. Un gruppo di volontari senegalesi controllava che i turisti italiani non facessero cazzate, un gruppo di volontari italiani controllava che i senegalesi non si facessero traviare dai turisti italiani. Nessun animale feroce, pochi topolini bianchi, qualche zanzara, tantissimi scarafaggi. Milioni di bambini. Niente alcol, droghe e dolci, molto riso.

malika

Dall’alto a sx, in senso orario: bus Renken, casa Renken, piedi di volontari Renken, Scuola Malika, piedi di muratrice Renken, spiaggia Malika

Ma oggi mi va di raccontare come il Senegal sia riuscito a farmi recuperare cose che mi erano mancate fino a quel momento. Seppur allevata al grido di “Non ci chiamiamo Onassis“, la mia famiglia di origine mi ha sempre viziata ed educata alla passione per il superfluo. C’è stato un momento in cui ho deciso di non essere il tipo di persona che sta bene con poco e di avere bisogno di molte cose per essere me stessa: i vestiti, il make-up, l’acqua calda, il materasso ergonomico, la dieta variata, lo sport, il cellulare, Internet, l’auto. Solo il Senegal ho messo alla prova le mie capacità di adattamento e gestione dello stress (anche se, forse, un po’ di pratica qui l’avevo fatta).

Ma ne ha guadagnato anche l’autostima: quando si finisce in un posto in cui il fare è meno importante dello stare, devi sviluppare le risorse personali per dare un senso al tempo, nei momenti in cui provi sentimenti “vuoti” come la noia, la stanchezza, il sonno. Si tratta del vuoto che in Occidente riempiamo con cose altrettanto vuote, come guardare la TV o stalkare un ex. Ma in Africa, al massimo, si può dormire, leggere, correre sulla spiaggia. Se loro ne hanno voglia e se si parla bene francese, si può chiacchierare con gli altri. Altrimenti, s’impara a stare zitti, bastarsi e guardarsi intorno, cosa che torna utilissima quando vuoi prendere le distanze o fare 100 ore di autobus in 3 settimane.

In conclusione, se volete liberarvi dai “non farlo” della pigrizia, dai “non ti piacerà” dell’abitudine e “non sei proprio il tipo” della paura, oppure se l’idea di togliervi dalla routine e andare al caldo durante le vacanze natalizie non vi fa esattamente schifo, non vi manca nulla per andare a Malika (Senegal) dal 27 dicembre al 5 gennaio con Renken Onlus.

  • Per chi è a Torino, si terrà un aperitivo di presentazione presso il Lanificio San Salvatore il giorno 29 ottobre alle ore 21.
  • Per i non torinesi, potete scrivere a turismo.renken@gmail.com, visitare www.renken.it e la pagina Facebook dell’associazione.
  • Se volete chiedere qualcosa a me, sapete come fare.

*termine piemontese che indica soprammobili kitsch di scarso valore commerciale e destinati a coprirsi di polvere.

1382877_651286268224792_615480309_n

gareggiate nello stimarvi a vicenda

(Per gli interessati, la playlist è in fondo a destra come il bagno.) Il matrimonio è come il maiale: non si butta via niente. Ma io non mi riferisco al matrimonio in quanto contratto! Parlo del colorito ricevimento che suole seguire la cerimonia e che -complice qualche bicchiere di troppo, nonostante i buoni propositi– diventa occasione di scoperta.

E no, non alludo a quelle leggende metropolitane in cui a funerali&matrimoni nascono mille storie d’amore. Mi riferisco alle interessanti dinamiche che scaturiscono dalla combinazione di persone attorno ad uno stesso tavolo -di solito assemblato con logiche cabalistiche – che diventano conversazioni, poi confessioni, dopo comizi, quindi riflessioni e infine post.

Prendi un dato di fatto, cioè che tantissime persone hanno tantissimo da dire e da dare. Aggiungi il libero arbitrio, per cui ognuno può scegliere la sua rete di rapporti e dare ad essi una impronta originale, creando amicizie bellissime, fatte di fiducia e reciprocità. Ma poi, ci si impantana sempre in relazioni amorose con persone deprecabili, dalle quali si accettano parole e gesti da far tremare le vene e i polsi, che mai perdoneremmo ad un amico o a un familiare.

Per poi ritrovarsi, a rapporto incompiuto finito, in una stanza dove tutto è attutito, una sorta di hammam in cui fa caldo, c’è umido, vedi appannato e il rumore di fondo dell’acqua che scorre copre tutto. Splash, splash, splash, schizzi di disperazione. Blub, blub, blub, idromassaggio di cattivi pensieri. Gratt, gratt, gratt, scrub di fastidio.

Io credo che se chiedessimo ai nostri amanti lo stessa soglia di stima che ci aspettiamo dai nostri amici, non riusciremmo a guardarli negli occhi e in quell’hammam non ci entreremmo mai. Perché la risposta alla domanda-spartiacque “Da un mio amico lo accetterei?” sarebbe quasi sempre NO.

PS Paolo, lo so che con questa frase -acutamente citata da una commensale e da me riciclata con blasfema sicumera- tu volevi esortare alla fratellanza i membri delle prime comunità cristiane. Non prenderla a male, considerala la mia personale illuminazione sulla via di Damasco.

convivenza americana

Se volete, al fondo c’è un’apposita playlist Spotify a stelle e strisce.

Dovete sapere che quando avevo 21 anni ho avuto l’opportunità di studiare un anno presso una università statunitense che si chiama Indiana University of Pennsylvania, laddove Indiana è una contea il cui omonimo capoluogo si distingue solo per aver dato i natali al grande James Stewart, che tutti amichevolmente chiamano Jimmy. Infatti la città è sede di un museo a lui intitolato e che, insieme a WalMart, rimane la sua più grande attrattiva turistica.

Si trattava di una università pubblica e pertanto frequentata dalla tipica Middle Class statunitense. Voi direte, già che c’eri non potevi andare ad Harvard o a Berkeley? Avete ragione, ma purtroppo il programma “Double degree student” della business school che frequentavo in Italia non offriva altre opportunità. O meglio, proponeva un’università di Reno ma siccome in quel caso avrei passato il tempo nel deserto a contare le spine dei cactus ho deciso che il Commonwealth of Pennsylvania (ah già, la Pennsylvania ha anche uno statuto speciale rispetto agli altri stati) non era poi così male. Altro fatto non trascurabile, noi non ci chiamiamo Onassis e quindi la sostanziosa borsa di studio che mi veniva offerta cadeva giusto a fagiolo.

E poi, la Pennsylvania aveva dato i natali anche alla mia personale eroina, Jo March di Piccole Donne! Quale migliore occasione per riscoprire i sani valori calvinisti che hanno ispirato i Padri Pellegrini? Per vivere in uno stato a cavallo tra l’aristocratico New England di Hopper e il bizzarro Midwest di Foster Wallace? Quindi, vada per la Pennsylvania, cosa sarà mai quella temperatura invernale media di meno quindici gradi. Un’altra volta racconterò di questo Paese e delle sue genti che sparano agli scoiattoli nei torridi pomeriggi d’estate, praticano l’arte del keg stand, prevedono l’arrivo della primavera in base ai movimenti di una marmotta e parcheggiano i pick up a fianco ai carri degli Amish.

Desktop15

Ma questa volta mi dedico alle delizie del vivere con una roommate americana. Stavo nella Esch Hall of Student, la residenza più economica e pertanto popolata da stranieri (tra l’altro era una topaia e l’hanno ristrutturata l’anno dopo la mia partenza). Voi direte, già che sei una figlia unica viziata come un Maine Koon con pedigree non potevi scucire due soldi e prenderti una stanza singola? Ma di nuovo, mi son detta “Gyne, la vita mica si svolge in una cameretta di 18 metri quadrati, non è il caso di aggravare la spesa con un piacere superfluo come dormire!“. Meglio investire il budget in attività importanti: nei mesi seguenti mi sono concessa svariate settimane in Messico e in Canada, e numerose puntate a Chicago, Philadelphia, Pittsburgh, Boston, Ocean City, Washington ed ovviamente New York. In fin dei conti avevo risparmiato circa 300 dollari scegliendo la doppia, no? Papà, ti restituirò tutto quando sarò ricca e famosa.

Torniamo alla camera da letto. Avevo vissuto sola durante la settimana di orientation, il sale grosso sparso sulla neve aveva già corroso il mio primo paio di stivali ed ero ansiosa di sapere con chi avrei condiviso la stanza. Il pomeriggio della domenica precedente l’inizio delle lezioni tornavo da un giretto di ricognizione quando vengo placcata da S., una ragazza cipriota che mi annuncia tesissima:

  • S: “La tua roommate è appena arrived”.
  • G: “Wow, come look forward di conoscerla, sta già unpacking la sua suitcase?”.
  • S: “Before che la vedi, c’è something I have to dirti”
  • G: “Ok, sono ready”
  • S: “She is FAT”
  • G. “Ok, capirai che tragedy, non facciamo discriminations”
  • S: “Non hai understand good, amica: she is VERY FAT”

Va fatta una doverosa premessa: lo shock culturale con gli Stati Uniti può essere molto soft per chi è stato, come me, un adolescente cresciuto a colpi di Beverly Hills 90210, Goonies e Porky’s. Perché molte cose sono davvero come ce le hanno raccontate: sorridono molto, fanno battute da Band del Bagaglino, ci sono gli scoiattoli nei parchi, si vestono atrocemente, ruttano a ripetizione e sono ossessionati dalle malattie infettive. Ma il vero problema sta nel vederli mangiare: perché negli Stati Uniti il problema dell’obesità è davvero sotto gli occhi di chiunque.

I miei, ad esempio: sprezzante del pericolo entro in stanza e conosco Lauren, una matricola di 18 anni con i capelli rossi, gli occhi verdi ed una massa fisica in grado di farmi sentire un cincillà. Poco dopo, la scena assume tinte fosche: arriva un facchino con un carrello recante una serie di pacchi, rivelatisi un computer fisso comprensivo di stampante, un ventilatore da terra, un forno a microonde e un frigorifero.

Aggiungiamo un dettaglio: la residenza metteva a disposizione una cucina collettiva dove, in caso di emergenza documentata, i più nostalgici potevano prepararsi una zuppa liofilizzata di ramen noodles (i taiwanesi), un tè bancha (i giapponesi) o un caffè (gli italiani). Per tutto il resto, c’era un piano pasti convenzionato con i 759 ristoranti, fastfood, mense disseminati sul campus. Io disponevo di 14 pasti a settimana (il piano più economico, of course) e nonostante tutto misi su 5kg in 12 mesi.

Lauren temeva di morire di fame e quindi disponeva di 21 pasti a settimana. Ma la sera, per arrotondare, lavorava da Domino’s Pizza (Domino’s  VS Pizza Hut = Burger King  VS Mc Donald’s) e quindi a mezzanotte, per ritemprarsi dalle fatiche lavorative, recava con sé questo.

Desktop16

large pepperoni pizza & mozzarella sticks

Ecco a cosa serviva il forno a microonde! Per scaldare il rancio quando arrivava a casa e a far rinvenire gli avanzi quando, intorno alle 7, si svegliava in preda ai primi languorini. E il frigo? Ovviamente a stoccare alcune taniche da 1 gallone di Cherry Coke, sua principale fonte di idratazione nonché origine di virilissimi e incontenibili rutti.

Aveva anche un ragazzo che viveva a un’ora di distanza e che talvolta si fermava a dormire (con la mia benedizione, perché nel frattempo avevo trovato un pied-a-terre da un turco -ma questa è un’altra storia-). Costui si faceva fuori mezz’etto d’erba in un weekend, cosicché per le settimane successive tutti i miei averi emanavano un sentore di fumeria d’oppio cinese (oltre che di friggitoria palermitana, visti gli spuntini notturni della sua metà –metà, oddio).

Ad onor di cronaca, devo dire che Lauren aveva dei modi carinissimi e una voce benedetta da Dio: ci siamo fatte degli indimenticabili duetti su My Immortal degli Evanescence e diceva che ero la sorella maggiore che avrebbe sempre voluto avere. Alla fine del semestre lei è tornata dalla sua famiglia mentre io iniziai la summer school. La reincontrai a settembre e mi disse di essersi trasferita in un miniappartamento a pochi km da lì perché “Va bene everything, but la convivenza a volte è un po’ difficult e una has il bisogno di stare on her conto”.

Se lo dice lei.

Terima Kasih – Grazie mille

ATTENZIONE! CONTIENE AFFERMAZIONI PREGIUDIZIOSE E GENERALISTE. Trovo i travelblog incredibilmente noiosi, perché sono poco più di cronodiari conditi da descrizioni paesaggistiche. Non provo alcun piacere a leggere le avventure degli altri: preferisco viverle, diciamo. Poi, statisticamente, molti travel blogger sono ottimi organizzatori ma pessimi storyteller. Resto in attesa che mi facciate ricredere indicandomene uno che sappia scrivere. Ma siccome diverse persone mi hanno chiesto un resoconto delle vacanze, ho comunque fatto del mio meglio. Inizialmente volevo fare un diario il cui leit motiv fossero i bagni pubblici, ma poi ho pensato che un mix fosse meglio -oltre che meno blasfemo-. Al fondo del post trovate anche una piccola playlist Spotify, fatta apposta appostino.

Fatima mi stai leggendo?

Fatima mi stai leggendo?

ITINERARIO 

A dispetto del mio spirito iniziale e della scarsa pianificazione, si è trattato di un percorso molto razionale.

Scan

IN PILLOLE

21 giorni di viaggio, 7 voli, 2 imbarcazioni, 3 isole, 2 parchi naturali, svariati scooter, 100 ore di autobus, 4 kg di riso ingeriti, 13 letti cambiati, 3 pianti, 5 libri, 0 feriti.

Scene di vita quotidiana

Scene di vita quotidiana

SPECIAL THANKS

La sorte. Non sono proprio Puffo Fortunato, ma dopo aver letto questo post riconosco che tutto sommato mi è andata bene.

La commessa di Dunkin Donuts di Dubai. Che mi ha bloccato prima che stessi per addentare la ciambella, nonostante avessi l’espressione trasfigurata di un cinghiale bulimico. Che mi ha detto di andare a mangiarla chiusa nel bagno. Che, quando le ho velatamente suggerito di farsi i cazzi suoi, mi ha indicato sorridendo un poliziotto del corpo “Buoncostume durante il Ramadan”. Potevo finire la mia vacanza i miei giorni in un carcere degli Emirati. Ok, con le sbarre d’oro zecchino, ma pur sempre carcere. Dopo questa scena, ho sentito fortemente il bisogno di casa e quindi sono andata nell’unico luogo che ho riconosciuto come tale.

Gli Indonesiani. Non si lamentano mai: caldo, assenza di spazio, fame&sete (anche in pieno Ramadan), cacca&pipì, volume della musica. Neanche le gestanti. Neanche i bambini. Neanche gli anziani. Neanche dopo 8 ore di viaggio. Per reazione, ho smesso di lamentarmi anche io. Questo, se si esclude un solo pianto nervoso che mi sono concessa su un autobus; ma che volete, ero insofferente, stanca e stavo furiosamente ovulando.

Si scive autobus, si legge girone infernale

Si scrive autobus, si legge girone infernale

Bambini, ma davvero sportivi

Bambini, ma davvero sportivi

Gli Scrittori. 100 ore di autobus, dicevamo. Se non fosse stato per Zadie Smith, Nick Hornby, Geoffrey Eugenides, John Williams, Murakami Haruki, avrei commesso una strage. Columbine, in confronto, sarebbe stato un tafferuglio.

Desktop10

Le salviette. Si erano dimenticati di dirci che sull’imbarcazione dove saremmo state 3 giorni non c’era acqua. Grazie a Dio, ne avevo portate abbastanza. Le ho anche prestate agli altri passeggeri, guadagnandomene la stima imperitura.

Desktop4

Da sx: salviettes struccanti Equilibra, Salviette intime Equilibra

Le dita. Ma cosa pensate, porci. Vorrei ringraziare le 3 persone, le 6 mani, le 30 dita che mi hanno impastato da cima a fondo a Bali, Batukaras e Cianjur. Ho in particolar modo apprezzato che tutti questi massaggiatori conoscessero solo 3 parole: “up”, “down” e “finish”. Quanto meno non mi hanno apostrofata all’italiana: “questo collo cosa le ha fatto di male che lo tratta così?”, “che scoliosi incipiente, dovrebbe andare a farsi vedere“, “la mala occlusione della mandibola le darà sempre problemi posturali“, “dovrebbe rassodare i glutei“.

Desktop9

Il geco. Non parliamo dei gechi comuni (quelli del sud Italia), ma del Tokay. Io ho visitato diversi Paesi tropicali, ma ignoravo che il geco fa un verso (alzi la mano chi sapeva). Insomma, si riempie i polmoni ed emette un numero variabile di pseudoragli asinini. Un ragazzo balinese mi ha detto che 6 ragli significano buona sorte: sospetto lo facesse solo per portarmi a letto (povero diavolo, che pena mi fai), ma sta di fatto che io ne ho sempre sentiti 6. Fortunatissima me.

L’uomo dell’Oman. Povero ragazzo che sul volo Emirates ti sei fidato di me e anziché un film di Bollywood hai visto “Django unchained”, io lo so che quando ti sei appallottolato il cuscino sulla spalla per farmici accomodare eri animato dalle migliori intenzioni. Probabilmente avevo l’espressione della piccola fiammiferaia assetata d’affetto e hai voluto essere carino. Sei stato un gentleman portandomi in un ristorante chic dell’aeroporto di Dubai, offrendomi da bere e financo le sigarette. Ho apprezzato che tu mi abbia scritto per accertarti che fossi arrivata a casa sana e salva. Questa Fatwa, solo perché non te l’ho data, la trovo però un po’ eccessiva.

Nuova immagine

La compagna di viaggio. Infine, un grazie speciale alla mia tripmate, che si è fatta carico dell’organizzazione nei numerosi giorni in cui ero attiva come Pannella al quarto giorno di sciopero della fame. Che mi ha più volte ceduto il posto finestrino sull’autobus, impedendomi di uccidere immotivatamente altri passeggeri. Che per farmi compagnia ha bevuto l’acqua di cocco e il giorno dopo ha vomitato come la bambina dell’Esorcista. Che si è sorbita sorridente una serie di deliranti analisi di scenario sul mio ritorno in Patria. Che non ha mai detto “che ci faccio qui?”, anche se lei -a differenza mia- un ottimo motivo per voler rientrare ce l’aveva.

Amica, ti è andata male che sono etero fino al midollo: se mi piacessero le donne, passerei le giornate a intrecciare per te collane di frangipani. Anzi, ci ripenso, ti è andata bene, che il sesso rovina l’amicizia, lo dice anche Cioè.

ma no, ragazzi, il frangipane non è una baguette

ma no, ragazzi, il frangipane non è una baguette