il dilemma del porcospino

Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione. (Schopenhauer, Parerga e Paralipomena, II, 2, cap. 30, 396)

Non ci credo tanto alla storiella che gli eventi accadono quando smetti di volerli e ti metti in una condizione di indifferenza. Se non vuoi niente, quando accade qualcosa subisci sconvolgimenti, rischi di respingere la novità, stai male. Oppure stai benissimo, ma sostanzialmente perché sei ottenebrata e non ti rendi conto di quello che ti capita o delle conseguenze.

Io preferisco la serendipity all’imprevisto. La serendipity presuppone un’attitudine vigile, una tensione o una ricerca di qualche tipo; ma poi non ottieni quello che cercavi e ottieni altro. Quindi ti devi adattare, ma solo un po’ perché, con quello stato di vigilanza che avevi già attivato, mezzo lavoro è fatto. La serendipity più bella si ha quando parli con una persona pensando di ricevere qualcosa e invece, insospettabilmente, ottieni ben altro.

Sarà capitato anche a voi di avere un’amica tamarra (immaginatemi che canto questa canzone come Mina che canta ZumZumZum) e di pensare che, siccome non ha studiato né viaggiato, non abbia nulla da insegnarvi. Oppure che, in conseguenza di una vita semplice, di un marito piacevole come il nano di Twin Peaks (giustamente lasciato), di un lavoro manuale, non abbia una visione della vita matura e originale.

Vi sarà capitato di anche di arrivare a casa sua, sentirla raccontare del freddo che patisce facendo la magazziniera al servizio di una famiglia di cinesi negrieri (questo pare un doppio luogo comune con avvitamento razzista ma in realtà lo uso perché sono le top-keyords ricercate dai maniaci sessuali su Google) ma della soddisfazione che prova nonostante tutto, mentre voi belate ogni giorno le vostre disgrazie professionali in un ufficio angolare con 25°C costanti e il culo su una poltrona di pelle umana. Forse, però, non vi è mai capitato di sentirla argomentare il dilemma del porcospino di Schopenhauer meglio di Vattimo. Il tutto senza averlo mai neppure sentito nominare.

Mi piacerebbe trovare un nuovo ragazzo, qualcuno con cui passare il tempo, sai, stare vicini sul divano a guardare Amici il sabato pomeriggio. Ma anche per fare cose più attive, tipo andare a passeggiare la domenica in via Garibaldi (ndr: via pedonale torinese ricca di negozi pieni di poliestere, le cui insegne sono a loro volta ricche di Y e K -notoriamente le lettere più amate dai tamarri-), oppure fare la conserva di pomodoro quando torni dalle vacanze. Alla fine la cosa bella del matrimonio con (nome ex marito) era quella, condividere le cose. Era il mio sogno, quando stavo per sposarmi. Ti dirò che però, quando stavo con (nome amante venuto dopo il marito) un po’ m’è passata la fantasia (ndr: espressione riconducibile a “mi sono disillusa” o, in casi più gravi, a “mi sono caduti i coglioni”). Ci vedevamo pure poco, ma quando ce l’avevo tra i piedi per 2 giorni di seguito mi veniva da mandarlo a comprare CronacaQui (ndr pseudoquotidiano specializzato nel racconto romanzato di fattarelli di cronaca che coinvolgono solo immigrati) per stare un po’ da sola. Quasi quasi, quando se ne andava per tornare dalla moglie (ndr dettaglio omesso: era ed è ancora sposato) un po’ ero contenta. Ma sai cosa mi faceva scendere il velo nero? (ndr espressione traducibile come “mi faceva perdere il lume della ragione”). Che di notte andava a pisciare, e fin qui tutto bene, c’aveva 45 anni e si sa che gli uomini dopo un po’ non tengono 8 ore. Ma, per non svegliarmi, NON ACCENDEVA LA LUCE. Ma io, nel letto, me lo immaginavo che schizzava sul pavimento, che si grattava e spargeva peli in giro (ndr alla parola “peli”, fioriscono sguardi empatici da parte delle convitate), non riuscivo a riaddormentarmi e volevo ucciderlo. Ma poi il mattino, due baci e passava tutto.

La morale di questa storia è che, non importa se son peli o aculei, se ami uno devi imparare a conviverci. Per chi se lo chiedesse, non ero andata a casa della mia amica tamarra per fare un simposio sul Pensiero Debole. Io ci ero andata sostanzialmente per questa.

Fonte: www.dissapore.com

Autentica parmigiana bisunta con aggiunta di polpettine. Fonte: http://www.dissapore.com

gareggiate nello stimarvi a vicenda

(Per gli interessati, la playlist è in fondo a destra come il bagno.) Il matrimonio è come il maiale: non si butta via niente. Ma io non mi riferisco al matrimonio in quanto contratto! Parlo del colorito ricevimento che suole seguire la cerimonia e che -complice qualche bicchiere di troppo, nonostante i buoni propositi– diventa occasione di scoperta.

E no, non alludo a quelle leggende metropolitane in cui a funerali&matrimoni nascono mille storie d’amore. Mi riferisco alle interessanti dinamiche che scaturiscono dalla combinazione di persone attorno ad uno stesso tavolo -di solito assemblato con logiche cabalistiche – che diventano conversazioni, poi confessioni, dopo comizi, quindi riflessioni e infine post.

Prendi un dato di fatto, cioè che tantissime persone hanno tantissimo da dire e da dare. Aggiungi il libero arbitrio, per cui ognuno può scegliere la sua rete di rapporti e dare ad essi una impronta originale, creando amicizie bellissime, fatte di fiducia e reciprocità. Ma poi, ci si impantana sempre in relazioni amorose con persone deprecabili, dalle quali si accettano parole e gesti da far tremare le vene e i polsi, che mai perdoneremmo ad un amico o a un familiare.

Per poi ritrovarsi, a rapporto incompiuto finito, in una stanza dove tutto è attutito, una sorta di hammam in cui fa caldo, c’è umido, vedi appannato e il rumore di fondo dell’acqua che scorre copre tutto. Splash, splash, splash, schizzi di disperazione. Blub, blub, blub, idromassaggio di cattivi pensieri. Gratt, gratt, gratt, scrub di fastidio.

Io credo che se chiedessimo ai nostri amanti lo stessa soglia di stima che ci aspettiamo dai nostri amici, non riusciremmo a guardarli negli occhi e in quell’hammam non ci entreremmo mai. Perché la risposta alla domanda-spartiacque “Da un mio amico lo accetterei?” sarebbe quasi sempre NO.

PS Paolo, lo so che con questa frase -acutamente citata da una commensale e da me riciclata con blasfema sicumera- tu volevi esortare alla fratellanza i membri delle prime comunità cristiane. Non prenderla a male, considerala la mia personale illuminazione sulla via di Damasco.