maleducato, insensibile, insicuro

Si pensa alla buona creanza come un corredo di gesti, parole, prassi che si imparano da piccoli per pura reiterazione, come parlare o camminare. A forza di ricordare ad un bambino di dire perfavoregrazie, alla lunga lo interiorizzerà e lo farà in automatico, come una coreografia o la serie primaria dell’Ashtanga Yoga. Di conseguenza, la maleducazione denoterebbe una carenza da parte di chi è deputato ad instillare nei figli questo meccanismo. Insomma, se un bambino è cafone, la colpa è sostanzialmente dei genitori, barbari a loro volta oppure pessimi pedagoghi.

La buona educazione è un patrimonio più individuale che secondo me si sviluppa con la crescita e che non si limita alla “ritualità” ma che si fonda su cortesia, discrezione, referenza. Prevenirne i bisogni del prossimo, prendersene cura e farlo sentire a proprio agio. Dire e fare la cosa giusta al momento giusto, che è poi il bon-ton. Queste finezze implicano una capacità di “modulare” il comportamento che si apprende fuori dalle mura di casa e che si costruisce attraverso l’esperienza e l’osservazione.

Ho spesso pensato che la scelta volontaria da parte di un adulto di essere maleducato denota assenza di empatia. Il maleducato non riesce ad immedesimarsi nel prossimo, non immagina di provare su di sé gli effetti dell’arroganza. Non capisce come ci si sente minacciati, invasi, spiazzati dall’aggressività verbale. Siccome ho la sensibilità di un canarino ferito, tendo a patire molto certi gesti di maleducazione. Li prendo proprio sul personale e ci sto male, ad esempio non rispondere alle chiamate e alle email in cui mi permetto di manifestare urgenza, darmi ordini con tono imperioso nonostante non abbia scritto “sguattera” in fronte, farmi aspettare al freddo, non mostrare riconoscenza dinanzi a gesti in cui ho messo il cuore, criticare gratuitamente il modo in cui sono vestita o pettinata. In questi casi mi ammutolisco, vorrei solo frignare e accartocciarmi in posizione fetale sotto il tavolo dicendo “Mio Dio perché mi hai abbandonato”. Secondo questa mia teoria, il maleducato è primariamente un crudele insensibile.

Venerdì ho visto The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, storia della parabola discendente di un albergo di lusso, e di come Monsieur Gustave, il suo affascinante, rispettato e solerte concierge riesca ad uscire da un complicato intrigo famigliare con l’aiuto del suo fido garzoncello Zero Moustafa, un orfano mediorientale sfuggito alla guerra. Gustave è vanesio e superficiale, ma ha un’autentica vocazione al servizio: si prende cura degli ospiti dell’hotel al punto che si scopa tutte le anziane signore che lo frequentano per assicurarsi che tornino l’anno dopo. Nell’insegnare a Zero le malizie del mestiere, gli spiega che ci si rivolge in modo arrogante agli altri se si ha timore di non ottenere ciò che si desidera. Il maleducato ricorre all’aggressività spinto dal timore di non farcela. Insomma, il maleducato non è solo un insensibile, come pensavo io. Il maleducato è un povero insicuro.

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Per quei quattro a cui interessa la mia opinione, due parole sul The Grand Budapest Hotel. Io non so se vorrei vivere in un film di Wes Anderson. Ci ritrovo sempre le mie grandi angosce. La longa manus della famiglia, mai nido e sempre vivaio di insicurezze, solitudine, divisione. Padri ingombranti, che instillano insicurezza e senso di inadeguatezza. Madri forti, autoritarie ma sostanzialmente incapaci di offrire rassicurazione. Fratelli, sempre rivali, mai alleati e comunque distanti. Il talento e il genio sprecati, l’inconcludenza, la noia, la pigrizia, l’apatia, il viaggio, mai vissuto come piacere, ma sempre come fuga o rimedio al male di vivere.

In The Grand Budapest Hotel, con mio grande sollievo, padri, madri e fratelli praticamente non ci sono. C’è però orfano che trova un mentore disposto a morire per difenderlo e una fidanzata angelicata che fa la pasticciera. C’è una confraternita internazionale di concierge detta “Società delle chiavi incrociate”, in grado di smuovere il mondo per soccorrere un membro in difficoltà. Come dire, ci si può lasciare alle spalle una famiglia disfunzionale, se si hanno un buon maestro, un grande amore e dei veri amici.