Carina, eh, ma con quei capelli

Non ho mai pensato di avere un animo nobile, e infatti ho riso spesso di qualche altrui disavventura, non sapendo che, in tempi neppure così lontani, mi sarebbe capitato di viverne una simile. Tamponamenti automobilistici (ma cosa piangi in mezzo alla strada, sposta quella macchina dall’incrocio, sciocca), gli scivoloni e capitomboli (buahahahaha, svampa, se non sai camminare coi tacchi metti le Birkenstock) e con l’alcol (stomachino da cincillà, 5 shot e già sente le voci come Giovanna d’Arco). Salvo poi, nel giro di poco tempo, distruggere l’auto, farmi una intera rampa di scale col culo e finire vomitando per strada con perfetti sconosciuti a reggermi la fronte.

Al mio buggeramento non sfuggono anche i protagonisti di film (Llewyn, cosa ti fai maltrattare da Jean che si vede lontano un miglio che è una zoccola), libri (Hans, dimmi per favore cosa ci vedi in Maria, è una cattolica integralista, a te ne serve una più bohémien) e soprattutto spot televisivi.

Dopo una vita passata a deridere quelle con le perdite urinarie in ascensore, la camicia che si strappa dopo il candeggio, la dentiera che si stacca alla festa di Capodanno, la macchia di mestruo sulle braghe bianche, avrei dovuto aspettarmi la vendetta della sorte. Nell’anno 2005 il marchio Sunsilk (Unilever) iniziava la sua distribuzione in Italia con uno spot in cui una neoassunta girava per l’azienda mentre i colleghi mormoravano alle sue spalle per la bruttezza dei suoi capelli. La neoassunta non era male, infatti un uomo diceva qualcosa come “Carina, eh, ma peccato per quei capelli”. Alla fine la ragazza comprava shampoo e balsamo Sunsilk Liscio perfetto, le veniva una zazzera di seta e si presentava in ufficio in mezzo a mille “OOOOH OOOOOH” dei colleghi che finalmente l’accettavano.

Io risi molto. Mi sembrava una di quelle che mio padre definisce americanate, termine nel quale rientrano genericamente tutte le esagerazioni, le superficialità, l’inutile spacciato come fondamentale (il marketing, insomma, che è poi il mio lavoro).

Ma torniamo al 2005, anno in cui iniziò la mia carriera. Siccome sono molto fortunata, dopo numerose e severe selezioni, mi aggiudico uno stage presso una prestigiosa multinazionale della cosmesi. Mi presento il primo giorno di lavoro, piena di aspettative. Mi fanno fare il giro dell’azienda, mi appioppano un book di millemila pagine da studiare dove apprendo di un mondo che nemmeno immaginavo esistesse: quello dei prodotti per hairstylist professionisti, dove si dicono parole come optimiseur, soin, suivi beauté, lissage, fissage (non confondere con finissage). Eredito alcuni DVD in cui rinomati hairstylist, che sono più che altro delle hairstar, spiegano come cotonare i capelli.

Io non avevo ancora 23 anni e pensavo, sbagliando, che bastasse avere i capelli puliti, tagliare le doppie punte ogni 2 mesi e tenere sotto controllo la ricrescita. Doveva ancora arrivare quella democratizzazione della bellezza che c’è stata negli ultimi anni: lo shatoush e il balayage alla portata di tutti, i tutorial, le beachy waves e i top buns, i coupon Aldo Coppola sconto 90%, i forum dove si discute di cosmetici naturali, i prodotti professionali venduti aumm’aumm’ su Ebay erano praticamente fantascienza.

Sommo fu il mio sbigottimento quando una delle mie cape mi prese da parte e mi disse: “Ragazzina, con cosa ti lavi i capelli?”. Stavo per rispondere “Con Pantene Pro-V, seguito dal balsamo alla provitamina B”, ma mi ricordai appena in tempo che era della multinazionale sbagliata e ripiegai su un vago: “Mah, dipende, cerco di non usare sempre lo stesso prodotto”. Afferrò una ciocca: “Beh, qualunque cosa sia, non va bene:  SONO OPACHI”. Infine, aprì un armadio sotto chiave e tirò fuori una bottiglia di shampoo: “Prova con questo”.

Nella Mecca dei couffeurs, uno scalpo opaco è più grave dell’alitosi. Assaporai il gusto atroce dell’umiliazione tricologica. La mia tracotanza capillare fu adeguatamente punita, la mia inadeguatezza cheratinica fu esposta al pubblico ludibrio. Una maledizione si era abbattuta inesorabile sulla mia testa (nel senso più letterale del termine): era nato il mio imperituro complesso del capello demmerda, compagno inseparabile di mille sedute dal parrucchiere e silenzioso destinatario di irripetibili improperi.

Sei mesi dopo questo episodio, sono però sfuggita ad una maledizione ancora peggiore. I miei capelli dovevano essere davvero pessimi perché alla fine dello stage mi è stato comunicato che non sarei stata assunta. La tentazione fu quella di strapparmeli dalla disperazione (maledette doppie punte, visto cos’avete combinato?) ma in qualche modo resistetti. E fu un bene, perché se mi avessero assunta, mi sarebbero caduti nel giro di 2 mesi. Quel tipo di perdita, però, per il quale non c’è fiala di Aminexil® che tenga.

Altre due vittime della maledizione del capello demmerda

Altre due vittime della maledizione del capello demmerda

 

non amarmi perchè vivo a londra

Nel 1992 facevo la quarta elementare e avevo delle orecchie enormi: non a sventola, badate bene, ma solo molto grosse. Le stesse che ho adesso, ma montate su un cranio da bambina. Quella primavera la parrucchiera di mia madre prese male le misure e mi fece un taglio a scodella che espose i miei padiglioni giganti a 6 mesi di pubblico ludibrio. Se solo la parrucchiera avesse saputo che nel 1998 Milla Jovovich avrebbe sfoggiato uno styling identico in Giovanna d’Arco, avrebbe lanciato il trend e sarebbe diventata la nuova Jean Louis David. Io sarei stata una baby fashionista come Suri Cruise, invece di sentirmi la sorella bionda di Marcellino Pane&Vino e vergognarmi come un cane.

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Tutte quelle orecchie in bella vista non servirono a molto: quando uscì “Non Amarmi” la imparai a memoria, travisai e andai avanti 10 anni cantando Non amarmi perché vivo a Londra. Io a Londra c’ero già stata con i miei, mi era piaciuta molto e sinceramente non trovavo che risiedervi fosse una ragione valida per non essere amato. Insomma, poteva andare anche lei a stare Londra, no? Dovevano trovare un compromesso, che so, sei mesi a Londra e sei mesi in Italia, oppure stabilirsi in un terzo Paese per non litigare e non morire in una guerra di rimpianti e ripensamenti. 

A parte la querelle su Londra, io non capivo tutta questa insistenza. Uno di solito spera di essere benvoluto, e se una ti ama, allora ringrazia, prendi e porta a casa, non attaccare con la lista dei motivi per cui non desideri essere amato! Altrimenti l’altra si spazientisce e giustamente non t’ama più, se non può neanche farlo a modo suo. Ma quello era il 1992, ed io ero una bambina con le orecchie al vento. Non sapevo che, se sei così cogliona coraggiosa da sceglierti un uomo complessato complicato, devi fargli credere che lo ami per i motivi che vuole lui.

LUI. (guarda a terra) Senti, sono un uomo tormentato e irrisolto, ho un grave stigma fisico e l’autostima sotto le scarpe. Tu sei una bella persona ma io susciterò in te solo un mix di tenerezza, pietà, senso di accudimento, quindi per favore lasciamo perdere.
LEI. (tono spavaldo) Ma piantala, non ho dubbi, me ne fotto che il futuro ha dei muri enormi, io non ho paura e voglio innamorarmi.
LUI. (spocchioso) Dici così adesso, ma starai male e ti verranno dei disturbi alimentari, visto che non mangi e piangi sempre. Io capisco che t’intriga, questo fatto che sono un tipo speciale, qualcosa di diverso da ciò che hai avuto finora, ma non basta.
LEI. (inizia ad alterarsi) Scusa, ma secondo te son cogliona che sto con te a tempo perso?
LUI. (aria leziosa) Ci hai pensato che diventeremo soli e vecchi? Che con me sarà dura, visti i miei problemi fisico-psicologici? Che la gente dirà che ti sei presa una bella gatta da pelare e che io ti faccio fare una vita demmerda?
LEI. (sorridendo) Ma parlino pure, tanto noi siamo felici e ci alziamo in volo, mentre loro sono fermi. Per favore, non lasciarmi per ‘sti motivi del cazzo.
LUI. (balbettando) No, non lasciarmi tu. Voglio dire “non amarmi”, ma mi fai confondere. Anzi, guarda, ho cambiato idea, amami e voliamoci incontro tenendoci stretti per la mano. E comunque, ti trasferisci a casa mia a Londra.

PS.  è con grande sollievo che ho scoperto che molti altri miei coetanei sono caduti vittime dello stesso tunnel cognitivo

ti lascio perché ho finito l’ossitocina

Quando ieri sera la mia amica (sì, lei, quella delle unghie) mi ha portato alla Cavallerizza Reale a vedere Ti lascio perché ho finito l’ossitocina, mi aveva solo detto di averne visto un estratto durante il festival del Teatro di Strada e di averlo trovato piacevole.

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La mia amica non sbagliava: è uno spettacolo molto divertente, ben scritto, scorrevole, piacevolmente breve. E’ un monologo la cui protagonista, lasciata dal fidanzato, risponde alle domande del pubblico -momentaneamente nelle vesti di psicoterapeuta- e racconta lo svolgersi della sua nuova e grottesca vita da single. I pareri ottusi e rigorosamente non sollecitati di parenti/amici, la sovrabbonzanza di tempo libero. L’invidia nei confronti di lui, più bello e attivo di prima. I j’accuse che s’infligge per risalire al motivo scatenante dell’abbandono. La voglia di vendetta rivalsa.

Lo spettacolo è, prima di tutto, una prova di immedesimazione: siamo stati tutti lasciati e abbiamo ammorbato il prossimo con i report delle nostre sofferenze. Io poi, campionessa mondiale di dietrologia carpiata doppia e disamina a posteriori di situazioni solo apparentemente complicate, coordino alcuni gruppi di ascolto in cui tutte, a turno, hanno diritto a descrivere i loro patimenti e ricevere mai rimproveri, talvolta consigli, spesso ragione incondizionata, sempre solidarietà e molto cibo calorico.

Ma io non mi sono solo immedesimata! Come avrei potuto, viste le inquietanti e, diciamo, Jungiane analogie tra la voce narrante di “Ti lascio perché ho finito l’ossitocina” e la sottoscritta? Gli escamotage con cui cerca di gestire il dolore: i fiori di Bach, la psicoterapia, lo yoga. Poi, il casuale incontro dell’ex in un mercato di frutta e verdura, sostituito nel mio caso da un più radicalchic mercato dell’antiquariato, che ovviamente non porta a nulla ma risolleva una miriade di ricordi sopiti. Persino le ricorrenze: nel monologo, dice che proprio ieri ricorrono 3 mesi dall’addio.

Quando si verificano tante sincronicità io mi spavento, odo le voci di Giovanna D’Arco e mi sento Truman quando scopre di essere al centro di un complotto. Lacrimante come un agnello il sabato di Pasqua, ero pronta a scoppiare a piangere sul décolleté della mia amica. Ma poi è arrivato lui, il deus ex machina del monologo: l’ukulele, la nuova passione cui ricorre la protagonista per ispirarsi, automotivarsi, focalizzarsi, riscoprirsi. E allora mi sono rasserenata e sono tornata a casa contenta, perché io il mio ukulele ce l’ho e si chiama Gynepraio.

Il monologo è scritto e recitato da Giulia Pont, torinese e vincitrice del Festival monologhi Uno 2012 (Firenze). La regia è di Francesca Lo Bue. Lo spettacolo, che ha registrato il sold-out durante il Torino Fringe Festival, si replicherà fino al 25 settembre presso la Cavallerizza Reale di Torino, nell’ambito del Festival Internazionale Il sacro attraverso l’ordinario (Ingresso: 10€). Andate a vederlo, invece di stare a casa a leggere Focus.