alla conquista di Albione

La funzione del viaggio, l’ho sempre detto, è principalmente quella di superare dei limiti. In alcuni casi, però, ne fa emergere e financo incancrenire di nuovi. Benvenuti al post in cui faccio riaffiorare antiche pruderie, atavici pregiudizi e millenarie presunzioni, complice un weekend lungo tra Edimburgo, Newcastle e Durham.

La moralizzatrice. Femmine d’Albione, cittadine d’oltremanica, figlie del demonio, COPRITEVI. Forza, spiegate a zia Gyne per quale arcana ragione, con 2 gradi, l’umidità oltre l’85%, una brezza vichinga che perfora gola, timpani e costato, ve ne andate in giro poco men che nude. Rigorosamente senza collant, in décolleté preferibilmente peep toe e soprattutto senza giacca. Bianche come il latte, color Laura Palmer, praticamente fluorescenti. Eppure gioconde, ridanciane, e diciamolo, profondamente arrapate. Una futuristica visione sul fenomeno delle nudità fuori stagione ce la propone la mia amica, meravigliosa ospite in quel di Newcastle: “Fidati, prima dei quarant’anni saranno piegate dall’artrite, storte come punti interrogativi e piene di protesi”. Affermazione questa, sottolineata da un partigiano e vigoroso sfregamento di mani visto che l’amica in questione è ingegnere biomedico.

L’aiutante di babbo natale. Signorine, suddite di Sua Maestà, basta con le dicotomie, le bipolarità, le incoerenze. Non mi potete umiliare con le vostre scollacciate mise notturne e poi sperperare la tredicesima da Primark in tute color scoiattolo, maglioni di Mark Darcy e calzini musicali di Rudolph. Ragazze, non vi ho insegnato niente? La seduzione inizia tra le mura domestiche, tra una colazione ed un film sul divano. Non si deve confondere il proprio uomo mandando messaggi distonici (sono una donna spregiudicata ma solo il sabato sera, la domenica mi vesto come un’insegnante di ginnastica dolce per anziani), bisogna mantenere un profilo alto. Non cadete nella spirale perversa del pigiama con le renne. Non fate come me.

in tutto il mio splendore domestico

in tutto il mio splendore domestico

La nutrizionista. Popolo britannico, dannati crapuloni famelici, MANGIATE MENO. Non chiamate in causa la coerenza: solo perché sulla scatola di latta degli Shortbread c’è scritto “all butter”, allora potete non metterci nient’altro? Pensate forse che battezzare con tenere onomatopee i dolciumi vi preserverà dall’ostruzione delle arterie? Lo so che Fudge vi fa pensare ad un gattino bianco da instagrammare su un plaid scozzese dinanzi al camino: but sorry, rimane una tavoletta di caramello, zucchero, latte, burro e cioccolato. E Custard resta una crema pasticcera con il doppio dei grassi e la consistenza del budino, anche se reca un nomignolo da cucciolo di Golden Retriever. Ovviamente, immaginatemi pronunciare questi anatemi in un mercatino enogastronomico domenicale, mentre mi riempio la bocca di cubetti di Cheddar Cheese intinti nella marmellata di rabarbaro e innaffiati da un bicchiere di Mead allo zenzero, in un delirio di bulimica onnipotenza.

L’arruffapopoli. Genti del Nord, discendenti delle Due Rose, ascoltatemi. Il genio nasce dalla sregolatezza: è l’assenza di misura, il rifiuto delle procedure che genera il talento e fertilizza la creatività. Basta, questo agire con metodo. Basta fare ordinatissime CODE. Lo so che siete molto orgogliosi del vostro livello di civiltà -innegabilmente superiore- e che sarebbe un peccato gettarlo alle ortiche solo perché un’italiana scema vi implora di farlo. Quindi? Reclutate gente da fuori! Assumete persone che lo facciano per voi! Selezionate accuratamente una crew di infiltrati pronti a disseminare il disordine, ma con stile. Ma occhio, gerarchi e burocrati britannici, non dovete strafare scegliendo soggetti fuori dal coro. Io, ad esempio, partirei da ragazze pallide e bionde, con le lentiggini, con uno scamiciato tartan e la pretesa di parlare inglese decentemente. Bastano azioni dimostrative, non propriamente rivoluzionarie ma dal contenuto altamente eversivo, come ad esempio creare finte code alla cassa di Boots e osservare in silenzio la clientela che placidamente e immotivatamente si mette in in fila. Per poi, 15 minuti e 20 persone dopo, rispondere alla domanda “Is this a queue?” con un candido “Not really”.

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nella veste di infiltrata creatrice di code fasulle

cambiare errore

I grandi idealisti mi suscitano un mix di stima, invidia e tenerezza che mi fa sciogliere. Davvero, io se potessi riavvolgere il tempo inviterei Hegel, Gandhi e Che Guevara a casa mia, preparerei una cenetta coi fiocchi (magari senza vacca che il Mahatma si risente), metterei su una playlist di Spotify fatta da me (titolo: “Changing the world”) e farei a ognuno un bel trattamento di riflessologia plantare. Poi li manderei a casa dicendogli tranquilli ragazzi, non ringraziatemi nemmeno, macché ricambiare, ci mancherebbe, ve lo siete strameritato. Se poi con il Che scattasse  qualcosina non mi tirerei indietro, che un limone di cortesia non si nega a nessuno.

già pronto l'invito

C’ho già pronto l’invito

Io sono una piccola sognatrice, niente tessere di partito, vado bene per le rivoluzioni di pianerottolo: ecco, sono l’idealista della porta accanto. Mi commuovono i piccoli gesti di bontà, le manifestazioni di nobiltà in coda al semaforo (anzi, alla fermata del tram, perché da quando ho distrutto l’auto ho rivisto un po’ le mie abitudini).

Tu che mi guardi con questa espressione, non sono Pollyanna e ho già avuto il piacere di assaporare la bruttezza del genere umano. Non è questa la sede per parlarne, ma oltre agli ormai noti appuntamenti mancati, piante morenti e corna spudorate, annovero datori di lavoro che mi hanno scaricata come un sacchetto dell’organico e amici scomparsi nel momento del bisogno.

Tuttavia io non riesco a pensare che non ci si possa redimere, che una volta commesso un errore non si possa tornare sui propri passi e semplicemente agire in modo diverso. Che crimine contro l’umanità, negare ad un consimile l’opportunità di dimostrarsi diverso.

Non parlo di perdonare. Il perdono è per i grandi, anche se credo che con il tempo si possa apprendere a ridimensionare un po’ le onte di media taglia, o quelle vecchie come le balle dell’orso (mia madre dice così, che iconografia silvestre!), che uno non si ricorda neanche chi ha fatto cosa a chi. Capisco che un perseguitato politico, la vittima di una violenza fisica, la madre di un desaparecido non se la senta. E’ perfino normale che non si riesca a perdonare se stessi per aver tradito un amico o l’amata. E’ dura perdonare quando l’altro ce lo chiede o addirittura se lo merita, figuriamoci quando è un verme che dovrebbe morire gonfio così.

Io parlo di quella tendenza a considerare ormai “perduta” una persona solo per un errore commesso, condannata a reiterarlo a oltranza senza possibilità di riconsiderare la propria posizione, mettersi una mano sulla coscienza o banalmente prendersi le palle in mano. Io credo che sia pieno il mondo di esempi positivi in questo senso. Cattivi mariti redentisi con la seconda moglie, libertini convertiti per amore alla monogamia, pessimi studenti divenuti luminari, tossicodipendenti guariti e integrati, deboli che hanno sviluppato risorse per difendersi.

Peggio di questo, c’è solo la mancanza di rispetto verso se stessi. Che pena, darsi per spacciati e nascondersi dietro i sonfattocosì, senza regalarsi l’opportunità di essere una persona non dico migliore (che quello è troppo ed è pure opinabile): dico solo diversa. Visto che degli errori cadremo comunque vittima, concediamoci almeno il lusso di cambiare errore.

PS All’idea che in qualche stanza di questa città ci sia qualcuno che dica di me “Sai com’è, andrà a finire nel solito modo, lei fa sempre così” mi passa il sonno. Non fatemelo ‘sto torto, piuttosto dite che mi vesto male così almeno se lo vengo a sapere prima vi ammazzo verbalmente e poi ballo la tarantella sul vostro cadavere.